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DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II AI PELLEGRINI GIUNTI A ROMA PER LA BEATIFICAZIONE DI 6 SERVI DI
DIO
Lunedì, 26 settembre 1988
Venerati fratelli nell’episcopato, cari fratelli e sorelle.
1. Sono veramente lieto di rivolgere la mia parola a voi, che, pellegrini,
siete convenuti a Roma da diverse nazioni per partecipare alla cerimonia di
beatificazione, solennemente celebrata ieri in Piazza san Pietro.
Ben volentieri ho aderito al vostro desiderio, fratelli cari, di un incontro
che consente, a me, di porgervi un saluto cordiale e dirvi il mio affetto
sincero; ed a voi, qui festosamente raccolti, di manifestare fedeltà e adesione
al ministero di Pietro.
Sono riconoscente per questa testimonianza di devozione e formo voti di
costante crescita spirituale, tenendo a modello esemplare questi beati, la cui
vita ed insegnamenti furono, e lo sono tuttora, esempio di autentico servizio a
Cristo, Parola vera e vitale.
2. Saluto monsignor Luigi Bommarito, nuovo pastore della Chiesa catanese,
monsignor Domenico Picchinenna, Arcivescovo emerito, ed i rappresentanti
dell’arcidiocesi di Catania. A voi, come a tutti i presuli ed i fedeli siciliani
qui presenti, giunga il mio invito a perseverare nel tener cara e nel far
fruttificare la preziosa eredità lasciata dal Cardinale Dusmet.
Questi, fin dalla sua prima lettera pastorale che costituì il programma
emblematico del suo lungo episcopato, e che la vostra città ha immortalato nel
grandioso monumento innalzato in suo onore, scrisse: “Sin quando avremo un «panettello»
noi lo divideremo col povero”, e proseguiva: “La nostra porta per ogni misero
che soffra sarà sempre aperta. L’orario che ordineremo affiggersi all’ingresso
dell’episcopio sarà che gli indigenti a preferenza entrino a tutte le ore”.
Egli non solamente tenne fede a queste affermazioni, ma fece meta
privilegiata del suo quotidiano ministero i più miseri tuguri dei poveri ed i
giacigli degli infermi. E quando il colera mieté migliaia di vittime o la lava
incandescente dell’Etna travolse o minacciò le abitazioni; quando il terremoto
sconvolse interi paesi, lui, con amore di pastore, fu sempre presente, senza
risparmio di tempo e di energie, per curare gli infermi o i feriti, per
rincuorare gli smarriti ed organizzare i soccorsi. Col suo amore inconcusso a
Cristo, confortava ed insegnava, pregava e benediceva, guidando in tal modo il
nobile popolo di Catania ad una fede matura ed operosa.
Cari fratelli di Catania, la protezione del nuovo beato porti abbondanti
frutti spirituali di sempre più dinamica vita cristiana, rafforzi la vostra
fedeltà al Signore, e faccia sì che la vostra esistenza risponda pienamente al
suo comandamento di essere perfetti nella carità.
3. Con vivo compiacimento indirizzo, poi, il mio speciale saluto ai
pellegrini del Piemonte e, mentre esprimo il mio fraterno affetto al Cardinale
Anastasio Ballestrero ed ai Vescovi che vi accompagnano, rivolgo una cordiale
parola di benvenuto specialmente alle Suore Minime di Nostra Signora del
Suffragio, che il beato Francesco Faà di Bruno fondò perché - come egli stesso
ebbe a scrivere - “chi mira a Dio, a lasciar per secoli una successione di bene
non può far senza di religiose”.
Care sorelle, la vita religiosa serve alla vocazione della persona e la pone,
nella Chiesa, a servizio di Dio e del suo disegno di misericordiosa bontà, che
da sempre ha sull’umanità intera. A tutte manifesto il mio apprezzamento per
l’intelligente fedeltà, con la quale continuate l’opera del fondatore.
E ai cari presenti, nel ricordo ancora vivo del mio recente pellegrinaggio a
Torino, esprimo gioia sincera per questo odierno incontro. Il nuovo beato è un
segno evidente della vitalità religiosa e spirituale del Piemonte, che nel
secolo scorso ha dato quella schiera di stupende figure di uomini e donne,
consacrati a Dio e ai fratelli, alle quali ieri si è aggiunta quella di
Francesco Faà di Bruno. Conservate la loro eredità, vivetene, fatela
fruttificare!
Vi esorto poi ad avere sempre nel cuore l’amore della Chiesa; essa è mistica
madre, che dona la familiarità con Dio, ed educa persone capaci di donare la
pace nel profondo di ogni cuore. Con tale carità ecclesiale sarete sempre in
grado di percorrere il cammino della fede e della carità, che rende capaci di
sollecitudine verso tutti.
Termino questo mio familiare colloquio, con l’augurio che in tutti aumenti la
gioia, che in tutti cresca la conoscenza del Redentore, maestro e amico che
destina a cose grandi.
A questo voto unisco il conforto della benedizione apostolica, che desidero
estendere a quanti vi sono cari.
* * *
Cari amici.
Un saluto cordiale a tutti voi, accorsi a Roma per la cerimonia di
beatificazione di ieri, in particolare per la beatificazione di fra’ Junipero
Serra, la cui figura è amata profondamente nel sud-ovest dell’America. Spero che
la vostra visita a Roma in quest’occasione rinnovi nei vostri cuori l’ardore
missionario che desidera comunicare la buona novella della salvezza in Cristo
Gesù con la parola e con l’esempio. Non dimentichiamo che i nostri contemporanei
hanno grande bisogno del messaggio evangelico di verità e amore, per affrontare
le sfide di questa nuova era di progresso tecnologico e sociale.
Fra’ Junipero Serra era anzitutto un uomo di preghiera e di santità di vita.
Oggi il suo nome è legato in modo particolare al Serra International, che si
propone la promozione di vocazioni ecclesiastiche e un grande impegno cristiano
tra i laici. L’esempio del beato Junipero Serra possa attrarre molti giovani
generosi ad una sequela più intima di Cristo nella Chiesa.
Vi assicuro le mie preghiere, per voi e per le vostre famiglie. Vi prego di
portare il mio saluto alle vostre parrocchie e a tutti coloro che si affidano
alle preghiere dei nuovi beati.
Il Signore sia sempre con voi.
* * *
Saluto i pellegrini di lingua castigliana, che vengono dal Messico, dalla
Spagna e dalla California, giunti a Roma per onorare i nuovi beati,
profondamente radicati nella fede e nelle tradizioni dei loro rispettivi Paesi.
Il gesuita Miguel Agustín Pro è una figura eccelsa di sacerdote, che giunse a
versare il proprio sangue come testimonianza della sua fedeltà a Cristo e del
suo amore per i fratelli. La Chiesa in Messico, e i numerosi fedeli che qui la
rappresentano, guidati da un nutrito gruppo di Vescovi messicani che saluto con
fraterno affetto, si rallegrano di poter contare su un nuovo intercessore in
cielo. Il suo esempio di santità e dedizione apostolica deve essere uno stimolo
per un rinnovato impegno evangelizzatore nella società messicana, alle porte
ormai della conclusione del quinto secolo dalla venuta del Vangelo nel Nuovo
Mondo.
Il francescano maiorchino Junipero Serra, nativo di Petra, fu
l’evangelizzatore di numerose popolazioni in Messico e in California. Da
Maiorca, la sua terra natale, il nuovo beato portò la buona novella di Cristo
fino alle coste messicane e californiane, dove seguendo gli esempi dei grandi
missionari spagnoli, ha realizzato un gigantesco lavoro di evangelizzazione e di
promozione umana, i cui frutti si possono vedere ancora nei nostri giorni.
Anch’essa oriunda dell’area geografica del Mediterraneo spagnolo, Josefa
Naval Girbés, di Algemesí, nell’arcidiocesi di Valencia, ci si presenta come
modello di consacrazione a Dio nella vita secolare, intensamente dedita alla
formazione cristiana degli adulti e alla catechesi dei bambini. I laici
impegnati nel compito apostolico possono trovare in questa donna - che fu anche
terziaria secolare carmelitana e domenicana - una testimonianza singolare della
missione alla quale sono stati chiamati nella Chiesa.
Valencia e Maiorca sono terre di beati e di santi. I due figli di quelle
amate diocesi, che ieri sono stati elevati all’onore degli altari, ci mostrano
che, tanto nella vita consacrata a Dio, come nella condizione secolare, si
possono raggiungere i livelli più alti della perfezione cristiana.
Fratelli di Maiorca e di Valencia, imitate i nostri beati! Sono gente della
vostra terra, dei vostri Paesi; parlavano la vostra lingua e sono stati un
modello chiaro per la vostra vita e gloria delle vostre comunità cristiane.
* * *
Cari pellegrini venuti alla beatificazione del “buon padre Frédéric”, tutti
voi attendevate questo incontro più intimo: figli di san Francesco e fratelli
del nuovo beato, sacerdoti e fedeli della diocesi di Lilla, sua terra natale,
cristiani di Québec, Trois-Rivières, Joliette, Volleyfield, responsabili del
Santuario di Nostra Signora del Capo, dove il padre Frédéric ha lavorato così
bene prima di affidarne l’animazione agli Oblati di Maria Immacolata. Voglio
salutare anzitutto il Cardinale Louis Albert Vachon, Arcivescovo di Québec.
Ieri abbiamo vissuto insieme una lieta celebrazione ecclesiale. Queste
beatificazioni o canonizzazioni sono delle manifestazioni della santità di
Cristo per il nostro tempo. “In lui abita corporalmente tutta la pienezza della
divinità” (Col 2, 9), e il suo unico sacrificio (Eb 10, 11 ss), ripetuto e messo a
disposizione delle successive generazioni, genera dei santi. La beatificazione
del padre Frédéric Janssoone, come per tanti altri discepoli di Cristo, è una
fonte di gioia e di speranza per tutta la Chiesa, perché è un segno della
fecondità della redenzione. Nello stesso tempo, la vita del nuovo beato è - come
dice sant’Agostino - un richiamo a tutti noi, “pellegrini dell’eternità”. La
contemplazione dei più ardenti discepoli del Signore Gesù aveva sconvolto il
convertito di Milano. Ecco il senso della famosa frase che rivolge a se stesso
nel corso delle Confessioni: “Quello che i santi hanno compiuto . . . perché non
io? Quod isti et quod istae, cur non ego?”. Certo, spesso noi non sappiamo o non
vogliamo rispondere alla chiamata del Signore. Ma egli è infinitamente paziente.
Ricordiamoci degli operai della parabola chiamati all’ultima ora e pagati con
magnanimità, come i primi.
Cari pellegrini di Francia e Canada, non si tratta di ripercorrere
esattamente l’itinerario del beato Frédéric Janssoone. Lasciamoci però prendere
dal suo ardore di vivere il mistero di Cristo e farlo scoprire ai contemporanei
perché lo vivessero anche loro. Il suo attaccamento alla Madre del Redentore,
così evidente nel corso del suo ministero a Nostra Signora del Capo, sia pure
una caratteristica della vostra vita personale, comunitaria, diocesana! Con
questi sentimenti e questa speranza, vi benedico di tutto cuore.
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Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana
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