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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL CANADA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Martedì, 27 settembre 1988

 

Cari fratelli Vescovi.

1. È per me una grande gioia ricevervi a Roma per la vostra visita “ad limina Apostolorum”. Queste visite hanno un profondo significato per la vita della Chiesa e per la nostra unità nel Collegio dei Vescovi. Pregando presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, il cui sangue ha consacrato questa città, e facendo visita al successore di Pietro, che è “il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità” (Lumen Gentium, 23), voi rinnovate e rafforzate la comunione ecclesiale che è il cuore della vita della Chiesa. Questa comunione si manifesta nella professione dell’unica fede, nella comune celebrazione del culto divino, soprattutto l’Eucaristia, e nella fraterna armonia della famiglia di Dio. Il nostro scambievole incontro verifica il carattere universale del collegio episcopale e rinnova la nostra consapevolezza di quella “sollecitudine per tutta la Chiesa” (Lumen Gentium, 23) che ciascun Vescovo deve avere nel cuore. Il nostro incontro serve anche a confermare e autenticare la vita delle vostre Chiese particolari all’interno della Chiesa universale.

2. Questo mistero di comunione è radicato in Dio stesso e nel suo lavoro di creatore. Il fatto che gli esseri umani sono creati a “immagine e somiglianza” di Dio significa non solo che ciascuno di loro possiede inalienabili diritti e dignità; significa anche che ciascuno è chiamato a vivere in rapporto con gli altri esseri umani all’interno dell’unica famiglia umana. Pertanto il Concilio Vaticano II ci ricorda: “Non possiamo invocare Dio Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni di quelli che sono creati ad immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono tanto connessi che la Scrittura dice: «Chi non ama, non conosce Dio»” (1 Gv 4, 8) (Nostra Aetate, 5).

Inoltre, noi sappiamo che Dio ha scelto di farci partecipare alla sua stessa vita divina. Quando l’umanità peccò in Adamo, Dio non ci abbandonò ma promise di salvarci. Nella “pienezza dei tempi” mandò il suo unico Figlio, perché noi potessimo ricevere il dono della vita eterna in una nuova creazione, e perché potessimo vivere in unità con Dio e gli uni con gli altri. La Chiesa è nata da questo divino desiderio di “riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 52), affinché “essi abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). Come ho scritto nella lettera enciclica Sollicitudo Rei Socialis: “Al di là dei vincoli umani e naturali, già così forti e stretti, si prospetta alla luce della fede un nuovo modello di unità del genere umano, al quale deve ispirarsi, in ultima istanza, la solidarietà. Questo supremo modello di unità, riflesso della vita intima di Dio, . . . è ciò che noi cristiani designiamo con la parola «comunione». Tale comunione, specificamente cristiana, gelosamente custodita, estesa e arricchita, con l’aiuto del Signore, è l’anima della vocazione della Chiesa ad essere «sacramento»” (Sollicitudo Rei Socialis, 40).

Perciò il carattere universale del disegno di amore di Dio, che si rende visibile nella Chiesa-comunione con il Padre celeste - attraverso Cristo e nello Spirito Santo -, significa anche comunione con tutti i nostri fratelli nella fede. Questo a sua volta deve ispirare la nostra solidarietà con tutti, secondo la missione della Chiesa di essere “un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium, 1).

3. Cari fratelli, la comunione ecclesiale che voi e il vostro popolo testimoniate ogni giorno è un segno profetico del regno universale di Dio. La comunione ecclesiale rispetta le differenze di geografia, razza, nazione, storia e cultura - davvero così ricca da voi - ma anche trascende queste differenze in un universale “bacio della pace”, in un abbraccio di unità, carità e pace. Come ci ricorda san Paolo riferendosi al Battesimo: “Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28). In quanto Vescovi, voi incoraggiate un autentico spirito di comunione ecclesiale tra il clero, i religiosi e i laici delle Chiese particolari a voi affidate. Come un forte senso di comunione ecclesiale non diminuisce l’importanza della Chiesa particolare, ma la spalanca all’universalità di Cristo e del Vangelo, così ogni singolo credente troverà la sua vita cristiana ampliata e approfondita, e non sminuita, da una apertura a questo mistero.

4. Questo modo di comprendere la vita della Chiesa e la sua missione risponde certo ai “segni dei tempi”, cioè alle aspirazioni degli uomini di oggi di unità e fraternità, di giustizia e pace. Il mondo è ormai più piccolo per i progressi della scienza e della tecnologia, soprattutto nel campo dei trasporti e delle comunicazioni, e anche per una più grande interdipendenza politica ed economica. Ma questo sviluppo è insufficiente per assicurare l’unità morale e spirituale del genere umano. Solo eliminando la diffidenza che spesso proviamo all’entrare in rapporto con persone e culture estranee alla nostra, superando la nostra indifferenza ai bisogni di quelli che sono lontani dalle nostre preoccupazioni quotidiane, noi possiamo sperare di raggiungere una vera “unità di tutta la razza umana”, radicata nella creazione e nella redenzione.

Si può anche dire che i grandi problemi del mondo di oggi hanno un carattere universale. Le loro conseguenze, nel bene come nel male, non si limitano più a un continente o a una civiltà. Sono i problemi della guerra e della pace, dell’ambiente, dello sviluppo economico, della condivisione delle “risorse”, e anche quelli legati alle realtà umane più fondamentali, come la dignità e i diritti della persona umana dal concepimento fino alla morte, il matrimonio e la famiglia, il significato del lavoro. Tutti questi problemi pongono una sfida a uno sviluppo autentico dell’umanità.

In quanto membri della Chiesa, noi crediamo che questi grandi problemi hanno un carattere etico, e che non si possono risolvere, per il bene degli uomini, senza il riferimento a Dio e all’ordine morale da lui stabilito nella creazione e nella redenzione del mondo. Ma questa nostra convinzione non deve ridursi a delle parole. Noi dobbiamo anche essere testimoni ed esempi di comunione e di solidarietà, sia come individui che come comunità, in quanto Chiesa.

5. La solidarietà con tutti i figli di Dio si manifesta in diverse maniere. Anzitutto c’è la solidarietà con quelli che hanno dei bisogni spirituali, cioè il gran numero di quelli che, tra noi o lontani, non hanno mai sentito parlare di Cristo, o non camminano più insieme a lui, per indifferenza o perché è diventato estraneo. Ci sono tanti che, nelle società opulente come la vostra, fanno l’esperienza di un vuoto spirituale e hanno fame e sete di Dio. Essere solidali spiritualmente significa anche raggiungere quelli che hanno difficoltà nella vita personale e familiare, quelli che non sono amati, i malati nel corpo e nello spirito, tutti quelli che soffrono. So che le vostre Chiese locali non sono rimaste indifferenti a queste persone. Attraverso le iniziative organizzate nelle diocesi, e attraverso la testimonianza indispensabile dei membri del clero, dei religiosi, delle religiose e dei laici, l’amore di Cristo per queste persone spiritualmente nel bisogno si è reso visibile nella vostra società. Questo tipo di solidarietà richiede un alto livello di sensibilità e impegno personale; è essenziale per ogni altra forma di solidarietà.

6. Solidarietà significa anche una condivisione dei beni materiali con gli altri, soprattutto i poveri, verso i quali dobbiamo mostrare un amore preferenziale. È mia convinzione che “questo amore preferenziale per i poveri, con le decisioni che esso ci ispira, non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senza tetto, senza assistenza medica e, soprattutto, senza speranza di un futuro migliore: non si può non prendere atto dell’esistenza di queste realtà. L’ignorarle significherebbe assimilarci al «ricco Epulone», che fingeva di non conoscere Lazzaro il mendico, giacente fuori dalla sua porta (cf. Lc 16, 19-31). La nostra vita quotidiana deve essere segnata fuori da queste realtà, come pure le nostre decisioni in campo politico ed economico” (Sollicitudo Rei Socialis, 42). Un’autentica solidarietà richiede impegno per eliminare le radici della miseria umana, in patria e all’estero, anche se questo comporta del sacrificio personale da parte nostra: anche se questo viene a toccare le nostre “necessità” e non solo il nostro “superfluo”. Il popolo del Canada è ben conosciuto per la generosità di risposta ai poveri del mondo e per la sua volontà di lavorare per un mondo più giusto. In quanto lievito e “anima” della società umana (cf. Gaudium et Spes, 40), la Chiesa ha un obbligo particolare di approfondire questa generosità e preoccupazione da parte di tutti.

7. La solidarietà ha anche una dimensione profetica. L’amore per gli uomini spinge la Chiesa a dire la verità su Dio e sull’uomo, come egli è stato creato e redento. Ella lo fa senza esitazioni o paura quando la dignità e i diritti della persona vengono minacciati nella società moderna. La sola sua paura è di non annunciare la verità con amore, o di non lavorare e pregare incessantemente che l’umanità scelga il bene e respinga il male. Vorrei ripetere quello che ho detto nella mia visita del 1984 nel vostro Paese: “Un danno incalcolabile per tutta l’umanità è oggi il numero degli aborti. Questo crimine indescrivibile contro la vita umana che rifiuta e uccide la vita dal suo inizio, prepara la premessa per il disprezzo, la negazione, l’eliminazione della vita degli adulti, nonché l’attacco alla vita della società. Se i deboli sono vulnerabili dal momento del concepimento, essi sono vulnerabili anche nella tarda età, sono vulnerabili davanti alla forza di un aggressore, e alla potenza delle armi nucleari” (“Allocutio ad iuvenes, senes infirmosque in urbe Vancuveriensi habita”, 5, die 18 sept. 1984: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII, 2 [1984] 610). La Chiesa compie anche la sua missione di servizio quando difende la dignità e i diritti e doveri che riguardano il matrimonio, la famiglia, l’educazione e il lavoro.

8. Cari fratelli, dentro la comunione universale della Chiesa, i Vescovi hanno il dovere descritto in modo semplice ma eloquente dal Papa Gregorio Magno in un’omelia su Ezechiele. “Osserva - scrive - che un uomo inviato dal Signore a predicare viene chiamato «presbitero». Un «presbitero» sta sempre in una posizione elevata per vedere che cosa arriva da lontano. Chi viene scelto per essere di guardia per il popolo deve stare per tutta la vita in una posizione elevata per aiutarlo con la propria lungimiranza” (“Officium Lectionum: Memoria Sancti Gregorii Magni Papae”). Noi che siamo pastori dobbiamo impegnarci per avere questo sguardo più elevato e più ampio del panorama umano, affinché possiamo guidare gli altri a una più profonda comprensione della comunione universale della Chiesa e a una più attiva solidarietà con tutto il genere umano. Perseverate in questo ministero, così che attraverso la vostra vigilanza e saggezza la Chiesa sia davvero un “segno e strumento” del rinnovamento e della trasformazione operata da Cristo nella società umana in famiglia di Dio.

Attraverso voi invio cordiali saluti al clero, i religiosi e i laici delle vostre diocesi. Prego che anch’essi siano sempre fedeli testimoni dell’amore universale e di Dio. Come pegno della grazia e della pace nel Signore Gesù Cristo, imparto di cuore la mia apostolica benedizione.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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