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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MILITARI DI LEVA DELLA CECCHIGNOLA

Domenica, 2 aprile 1989

 

Oggi viviamo in un’epoca di dialogo, e tra i protagonisti del dialogo, che vogliono dialogare in ogni situazione, io direi che i giornalisti si trovano in una posizione privilegiata. Conosco il loro ambiente, perché li incontro durante i miei viaggi e devo anche presentarmi davanti a loro e ricevere le loro domande, molte volte anche abbastanza complicate. Vedo che questo sistema del dialogo, delle domande, è entrato anche nelle parrocchie di Roma. Quando mi reco a visitarle, specialmente i giovani mi pongono delle domande. Si vede che questo sistema del dialogo e delle domande fatte al Papa è entrato anche nella parrocchia militare, nell’ordinariato militare, almeno qui alla Cecchignola. Penso che questo sia un bene, una cosa utile. Noi siamo creati dal nostro Padre; egli ci ha resi capaci di dialogare, di scambiare le idee, di porre delle domande e di rispondervi, di riflettere, perché certamente una domanda è sempre frutto della riflessione e poi provoca e spinge ad una riflessione ulteriore. Lo sviluppo della conoscenza umana, all’inizio, è andato avanti attraverso le domande e le risposte. Anche questo sistema e questa epoca della Chiesa del dialogo potrà portarci avanti nella conoscenza di Dio, di Gesù Cristo e di noi stessi, perché, come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, Cristo non ci ha rivelato solamente Iddio, ma rivelandocelo come Padre, con il suo amore per il mondo, ha rivelato a noi uomini la persona umana, ci ha dato una visione piena e adeguata della persona umana.

Voglio ringraziare questi quattro giovani per le domande che mi hanno rivolto e vorrei rispondere, forse non punto per punto, ma con una breve sintesi di quello che mi è venuto in mente ascoltando le loro domande. Vorrei ricordare soprattutto che fra i militari e Gesù Cristo stesso - come anche, prima di lui, il suo precursore Giovanni Battista - ci sono stati incontri molto significativi.

Pensiamo alle parole che ogni volta ripetiamo avvicinandoci alla santa Comunione - “Io non sono degno . . .” -. Esse sono parole di un militare, di un centurione romano che così ha espresso la sua fede, la sua ammirazione per Gesù Cristo, la sua profonda umiltà e la sua preghiera per la guarigione del suo servo (cf. Mt 8, 8; Lc 7, 8). Ma non solamente questo. Se prendiamo gli Atti degli Apostoli, è significativo che il primo convertito sotto l’influsso dello Spirito Santo - convertito non ebreo, ma pagano - sia stato nuovamente un militare, un centurione romano che si chiamava Cornelio (cf. At 10, 1-48). E Pietro stesso è stato spinto dallo Spirito Santo ad andare nella casa di questo centurione romano, a Cesarea, per battezzarlo. Poi, durante le persecuzioni dei tempi romani, nei secoli, troviamo tante figure eroiche di militari, di soldati, di ufficiali. Basta pensare alla figura di san Floriano: io sono molto legato, per la mia storia personale, a questo santo, forse poco conosciuto qui in Italia. Ma anche considerando l’Italia, Roma, non sono certo mancati anche qui gli eroici confessori e martiri della fede che erano militari: hanno scoperto la fede ed hanno saputo vivere da militari la loro nuova situazione interiore, congiungendo e sintetizzando i due aspetti. Certamente non c’è una difficoltà di fondo, una impossibilità di comporre la vocazione cristiana e la vocazione al servizio militare.

Se si considera la sua natura nel senso positivo, il servizio militare in se stesso è una cosa molto degna, molto bella, molto gentile. Il nucleo stesso della vocazione militare non è altro che la difesa del bene, della verità e soprattutto di quelli che sono aggrediti ingiustamente. E qui troviamo il principio che spiega in quale situazione la guerra può essere giustificata: se è una difesa della patria aggredita, una difesa di quelli che sono perseguitati, innocenti; una difesa anche con il rischio della propria vita.

Questa difesa può portare con sé anche la morte o il danno dell’aggressore, ma egli è colpevole in questo caso. Naturalmente si cerca sempre di diminuire il danno anche dell’aggressore, ma quello che si espone di più al rischio del danno e della morte è soprattutto quello che difende. Basta pensare ai tanti caduti per la patria. Ho già avuto l’opportunità di visitare i campi di guerra sulle montagne, dove sono caduti gli alpini durante la prima guerra mondiale. Ma, se torno ancora più indietro, nella storia della mia Patria d’origine ci sono stati sempre tanti eroici militari - anche partigiani durante l’ultima guerra - che a costo della propria vita, non hanno ceduto all’ingiusta aggressione della loro Patria. Qui si vede come le due cose possono andare insieme ed essere ben coordinate: non sono divergenti, ma convergenti, coerenti.

Naturalmente, si deve sottolineare che occorre anche una formazione spirituale per creare, per trovare e per sviluppare questa coerenza fra le due vocazioni, quella militare e quella cristiana. Io ho avuto la possibilità di parlare molto con i vostri Vescovi militari, ordinari militari; prima con monsignor Schierano, predecessore di monsignor Bonicelli; ed anche con monsignor Bonicelli e con molti altri ordinari militari di altre nazioni, quando sono venuti in visita “ad limina”; tutti dicono che è molto positivo dal punto di vista spirituale. Tutti vedono nel servizio militare una prova per il giovane. Costa anche molto, specialmente nel senso affettivo: per un giovane non è una cosa molto facile cambiare stile di vita da laico, da civile, e diventare un militare di leva. Soprattutto non è facile inserirsi all’interno di questa disciplina, perché la caratteristica della vita militare è la disciplina. Ma proprio quello che costa e non è tanto piacevole, nello stesso tempo è anche molto utile, costruttivo. Ciascuno di voi deve essere disciplinato.

Forse quello che manca a molti giovani di oggi - specialmente nei paesi del benessere, nei paesi di larga libertà, per non dire liberalismo, libertinismo - è una disciplina, un’autodisciplina. Si tratta di due cose diverse: la disciplina può essere solamente esterna, imposta anche da un ordine, da una eventuale pena, ma può esservi insieme disciplina e autodisciplina. Il periodo del servizio militare è per i giovani un periodo in cui essi possono veramente maturare nella autodisciplina. E non solamente in quella del corpo, in quella esterna: si vede certamente anche nel modo di essere di un militare che il suo corpo è disciplinato. Ma questa disciplina corporale deve andare di pari passo con quella interna, spirituale, che tocca la coscienza umana, tocca la volontà, tocca anche il cuore. Un uomo disciplinato, autodisciplinato, è un uomo maturo.

Sono queste le cose più importanti che volevo dirvi come risposta alle vostre domande. Forse non sono state puntuali in tutti i dettagli, ma sono state centrate sui problemi più importanti. Penso, e sono convinto, che il servizio militare può non solamente essere utile alla società ma anche utile a voi. Facendo il servizio militare voi potete essere utili a voi stessi e conseguire risultati di ordine morale, spirituale, se questo servizio viene ben utilizzato, se si approfitta bene di questo periodo. Naturalmente, su questo punto occorrerebbe una collaborazione molto profonda tra i superiori professionali militari, voi stessi e anche gli assistenti spirituali, i cappellani militari. Così si può creare una tale sintonia tra tutti questi elementi e arrivare al frutto maturo di una personalità giovane responsabile, che è tanto importante per tutta la vita, in diverse circostanze. Molti di voi dopo il periodo del servizio militare tornano alla loro vita civile, laica. Se c’è questa maturità, questa autodisciplina, essa serve anche nella vita professionale, nella vita familiare. La vita familiare è imperniata sull’affetto, ma anch’essa deve essere in un certo senso disciplinata, soprattutto deve essere responsabile: l’amore non va senza responsabilità.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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