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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN GRUPPO DI VESCOVI DELL
INDIA
IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 13 aprile 1989

 

Cardinale Pimenta,
cari fratelli Vescovi.

1. Ho il grande piacere di accogliere oggi il secondo gruppo di Vescovi dell’India, delle province ecclesiastiche di Bombay, Nagpur, Goa e Calcutta. Parlando recentemente ai Vescovi delle province di Agra, Bhopal e Delhi, ho ricordato gli aspetti fondamentali della nostra comprensione della Chiesa e del nostro ruolo di Vescovi, soprattutto in relazione all’urgente compito dell’evangelizzazione. Infatti colui al quale è stata data una missione nella Chiesa, deve crescere continuamente nella conoscenza e nell’amore del grande mistero dell’amore di Dio reso manifesto nel mondo attraverso l’Incarnazione del Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, e presente nel tempo nel mistero della Chiesa, suo corpo. Noi Vescovi, successori degli apostoli, siamo chiamati a promuovere in tutti i modi possibili la proclamazione dell’amore salvifico di Dio, che si è realizzato nel mistero pasquale della nostra Redenzione ed è reso efficace nel servizio pieno di abnegazione prestato alla famiglia umana dalla comunità ecclesiale. Voglio incoraggiarvi nel vostro impegno quotidiano e invoco il dono della fede, della speranza e della carità sui vostri sacerdoti, religiosi e laici, mentre tutti insieme lavorate per annunciare la buona Novella ed edificare la Chiesa.

Le vostre regioni sono state benedette dalla presenza di due santi: san Francesco Saverio, l’apostolo dell’India, il cui corpo è sepolto a Goa, e san Gonsalo Garcia, nato a Vasi nello Stato di Bombay, il primo santo indiano, martire per la fede in Giappone. Ho avuto l’onore di visitare i luoghi che ricordano questi santi nel febbraio del 1986. L’intercessione di questi celesti patroni assista voi e le vostre Chiese particolari nel compito di confermare la fede e darne testimonianza nella società in cui vivete. Il loro esempio vi insegni a muovervi facendo del bene, come fece Gesù, affinché la Chiesa in India possa annunciare la Croce e la Risurrezione di Cristo finché egli venga (cf. 1 Cor 11, 26).

2. La profonda ricchezza della vita della Chiesa è visibilmente rappresentata in India dalla presenza e vitalità di diversi riti, tra cui il rito latino, cui appartenete voi, il siro-malabarico e il siro-malankara. La storia del rapporto tra i vari riti, come altre cose umane, offre esempi di leale collaborazione e infelice rivalità. Sono lieto di costatare che oggi un profondo senso di comunione ecclesiale e fraterna anima i Vescovi dei diversi riti nella loro comune sollecitudine pastorale per il Popolo di Dio in India.

Colgo questa opportunità per incoraggiarvi a continuare a cercare modi per attuare i contenuti della mia lettera del 28 maggio 1987 sulla cura pastorale dei fedeli di rito orientale all’interno delle giurisdizioni di rito latino. Ringrazio in particolare gli ordinari di Bombay, Pune e Nashik per la loro azione in favore della nascita della nuova eparchia siro-malabarica di Kalyan. Sono persuaso che la collaborazione inter-rituale crescerà e darà eccellenti frutti quando sacerdoti, religiosi e laici saranno educati alla comprensione della natura autentica della Chiesa e del significato della sua diversità nell’unità (cf. Epistula ad Episcopos Indiae, 6, die 28 maii 1987).

3. In diverse parti del Paese ci sono comunità cristiane che hanno la fede da secoli e ci sono cristiani recenti. Questi ultimi stanno ancora costruendosi un’identità ecclesiale e delle tradizioni cristiane. I primi possono contare su una storia esemplare e sulle risorse di una spiritualità profondamente assimilata. Tuttavia non tutti sono sempre consapevoli della vita della fede e della chiamata evangelica alla santità e alla giustizia nella vita di ogni giorno. Vediamo talvolta una dicotomia tra la fede e la vita. Proprio per questo, la Magna Charta dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, ricorda che la Chiesa è evangelizzatrice, ma comincia con l’evangelizzare se stessa, ascoltando di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore (Evangelii Nuntiandi, cf. 15).

Come Pastore, padre e guida di una diocesi, ciascun Vescovo deve lavorare saggiamente e incessantemente perché il Popolo di Dio affidato alle sue cure impari la vera fede e sia guidato alla pienezza di vita che lo Spirito dona ai discepoli di Cristo. La summenzionata esortazione apostolica richiama i Vescovi a “proclamare con autorità la Parola di Dio, radunare il Popolo di Dio che era disperso, nutrire questo popolo con i segni dell’azione di Cristo, che sono i sacramenti, condurlo sulla via della salvezza, conservarlo in quella unità di cui noi stessi siamo, a differenti livelli, strumenti attivi e vitali, animare incessantemente questa comunità raccolta attorno al Cristo secondo la sua intima vocazione” (cf. Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 68). Nessun’altra preoccupazione o lavoro può sostituire questa fatica quotidiana. Il comando del Signore di lavorare mentre è giorno (cf. Gv 9, 4) può ben essere applicato all’importanza e all’urgenza del nostro ministero pastorale.

Ma tutto questo deve esprimersi in ciascuna situazione attraverso la presenza della comunità cristiana, soprattutto i sacerdoti e i religiosi a stretto contatto con la cultura locale. Nel passato, i missionari hanno compiuto un lodevole sforzo per imparare la lingua dei popoli in cui vivevano e per comprendere i loro usi e la loro mentalità. Oggi, ci sono molti strumenti per rendere più facile questo compito e, pur essendo questo lavoro sempre necessario, ha particolare importanza là dove ci siano diversi gruppi etnici che si avvicinano alla fede per la prima volta.

4. Nel suo servizio esteriore a una società in difficoltà, la Chiesa nelle vostre regioni è chiamata a svolgere il suo compito in un ambiente multiculturale, multireligioso, unendosi a tutti gli uomini di buona volontà in un leale dialogo interreligioso e nello sforzo per elevare i livelli sociali e culturali e per migliorare le condizioni di vita dei bisognosi. In quanto sacramento dell’unità di tutto il genere umano, la Chiesa non può che essere ardente promotrice di umana solidarietà. Essa incoraggia atteggiamenti di fraternità e amicizia. Molte sue iniziative ed istituzioni sono aperte a tutti.

In India la Chiesa ha una speciale vocazione ad insegnare e incoraggiare la riconciliazione tra gruppi e individui, tra popolazioni di diverse origini etniche, sociali o culturali. Questo può fare solo se essa stessa è una comunità riconciliata, se i suoi membri respingono nella pratica ogni forma di discriminazione dimostrando con le parole e con i fatti di guardare veramente a tutti gli uomini e le donne come fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre ed eredi dello stesso Regno.

Vengono subito in mente molti esempi nelle vostre Chiese locali, in particolare le religiose, vicine ai più poveri e diseredati, che si prendono cura amorevolmente dei malati e che condividono la sorte dei contadini e dei baraccati per amore del Vangelo. Quanti esempi di eroico amore evangelico potremmo ricordare? E non è forse questo amore il grande segno della presenza di Cristo e l’espressione autentica della vitalità delle vostre comunità cristiane?

5. Un altro tema desidero affrontare in questa nostra conversazione, Vescovi della Chiesa in India. È la questione del rispetto della vita e la necessità di un serio dialogo con tutta la società sulle implicazioni etiche e morali delle politiche pubbliche in questo campo. Due eventi hanno suscitato questa riflessione. Una è stata la mia visita al “Nirmal Hriday Ashram” di Calcutta il 3 febbraio 1986. Là, in mezzo a tante sofferenze e morti, si resta colpiti non dalla disperazione ma dalla speranza, e dalla potenza dell’amore che trasforma il dolore in una meravigliosa lezione sulla verità della dignità di ogni vita umana. La mia riflessione è suscitata anche dalla “Festa della Vita”, organizzata a Bombay nel dicembre del 1988 dalla federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici, con la collaborazione di persone di altre tradizioni religiose.

In quanto Vescovi voi avete spesso parlato della sacralità della vita umana. Nelle vostre regioni questa sacralità viene spesso negata dall’aborto, l’uccisione dei neonati di sesso femminile o l’infanticidio, i tentativi di introdurre l’eutanasia legalizzata, il lavoro coatto, il terrorismo e altre forme di violenza. In un paese come l’India, in cui filosofia e religione sono strettamente connesse, sacerdoti e seminaristi devono essere bene formati nella filosofia morale e l’etica medica, così da partecipare al dialogo interreligioso su questioni relative alla trasmissione naturale della vita e il valore e l’inalienabile dignità di ogni vita umana dal momento del concepimento alla morte naturale. Là dove sono presenti associazioni e movimenti per la pianificazione naturale familiare e a favore della vita, ispirati dalla dottrina cattolica o in piena armonia con essa, i laici cattolici devono essere incoraggiati a lavorare insieme a loro; dove tali gruppi non esistono, dovrebbero essere costituiti così che la posizione della Chiesa su questi temi così importanti possa essere meglio conosciuta e si veda la sua corrispondenza con il reale bene e sviluppo della società.

6. La famiglia è l’unità primaria della società e va ricordato che l’influenza educativa della famiglia sulle persone è molto più importante di qualsiasi altro gruppo. I valori morali e religiosi e le virtù sociali di cui ogni società ha bisogno vengono acquisiti anzitutto in questa comunità basilare. In nessun altro luogo si può sperimentare così fortemente la potenza dell’amore. In questo punto originario vengono rafforzate le dimensioni individuali e sociali della vita. È nella famiglia che le persone imparano una sana stima di sé. È in casa che l’arte della comunicazione comincia e deve essere incoraggiata. È soprattutto in famiglia che le verità religiose vengono assimilate e si sviluppa un rapporto personale con Dio. Nessun piano pastorale può trascurare la priorità da dare alla famiglia come cellula fondamentale della società e della stessa Chiesa.

7. Miei cari fratelli: siate certi della mia continua preghiera, per voi e per il Popolo di Dio in India. La Chiesa universale guarda a voi con ammirazione per la crescita e la vitalità delle vostre comunità, per l’abbondanza delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa. La fecondità della grazia di Dio in mezzo a voi è nello stesso tempo una sfida alla vostra responsabilità pastorale. La beata Vergine Maria, madre della Chiesa, interceda per voi in tutte le vostre necessità; il suo esempio di fede e sequela ispiri voi e il vostro popolo a una fedeltà sempre più intima a suo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo.

Vi chiedo di portare la mia benedizione ai sacerdoti e ai religiosi, ai seminaristi e ai catechisti delle vostre diocesi: “Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole” (1 Ts 3, 12).

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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