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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI
AL CONVEGNO SULLA VITA PROMOSSO DALLA CEI

Domenica, 16 aprile 1989

 

Signori Cardinali!
Venerati fratelli nell’Episcopato!
Cari partecipanti al convegno sulla vita!

Sono lieto di darvi il benvenuto e di salutarvi tutti cordialmente. Saluto in particolare il Cardinale Michele Giordano e i numerosi Arcivescovi e Vescovi presenti a questo incontro. Ringrazio il Cardinale Ugo Poletti per le parole tanto significative, con le quali ha introdotto questa importante udienza. Ringrazio pure tutti coloro che hanno aderito al convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana. Ricordo soprattutto gli appartenenti al movimento per la vita, i focolarini e i neocatecumenali.

1. Il convegno “A servizio della vita umana”, che s’inserisce come una significativa tappa nella “Conferenza Nazionale per la cultura della vita”, voluta dai Vescovi italiani nel ventennio dell’enciclica Humanae Vitae nel decennio dell’istruzione pastorale “La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente”, è una felice testimonianza dell’importanza che voi date a questo problema.

Esprimo il mio vivo compiacimento e il mio plauso per il lavoro compiuto sia nella preparazione che nella realizzazione di questo convegno, che vi ha dato la possibilità di operare un’analisi della situazione sociale e culturale italiana sul valore della vita e di delinearne alcune scelte operative per i prossimi anni.

Non c’è dubbio che, accanto a tante ombre che intristiscono il quadro dell’attuale società che ha paura della vita, splendono di vivida luce numerose iniziative in favore di essa. Al di là di ogni impegno concreto, è fondamentale lo spirito che deve vivificare e sostenere ogni azione volta a riscoprire e a riaccendere questo insostituibile servizio, tenendo lo sguardo fisso sul Cristo risorto: sul vivente che più non muore.

2. Divenendo uno di noi, Gesù ha sperimentato la vita umana in ogni sua fase e condizione. Ne ha accettato il naturale svolgersi, ne ha condiviso il destino: nasce, vive, muore.

Gesù ha condiviso anzitutto il nascere umano. Egli nasce “da donna” (Gal 4, 4), concepito per opera dello Spirito Santo nel seno di Maria Vergine (cf. Lc 1, 31 ss.). Sua Madre lo introduce in questo mondo, lo nutre, lo cura, lo protegge, lo fa crescere. Egli, come ogni altro bambino, è fragile, povero, indifeso, dipendente.

Eppure, fin dal suo primo istante di vita offre il suo corpo umano come sacrificio di lode al Padre al nostro posto e a nostro favore (cf. Eb 10, 5 ss.). Già ancora nascosto nel grembo della Vergine, opera la salvezza: santifica il precursore, durante l’incontro fra Maria e Elisabetta. L’esultanza per il mistero di una nascita trova l’espressione più vera e significativa nelle parole stesse di Gesù: “La donna quando partorisce è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione, per la gioia che è venuto al mondo un uomo” (Gv 16, 21).

Così, anche la vita umana sbocciata sotto il cuore della madre e non ancora venuta alla luce trova nell’esistenza stessa di Gesù Cristo il riconoscimento più autorevole del suo valore assoluto.

La stessa celebrazione della vita la riscontriamo nella predilezione di Gesù per l’infanzia. Agli adulti presenta i bambini come esempio di semplicità e di umiltà (Mt 18, 3-4; Lc 9, 48), di disponibilità ad accogliere il Regno di Dio (Mc 10, 15); e non teme di lanciare un gravissimo monito: “Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare” (Mt 18, 6).

3. Gesù ha condiviso il soffrire umano. Accettando la vita, ne fa propria la condizione: conosce la fatica del lavoro; l’umiliazione dell’esilio; esperimenta la fame, la sete, la paura, il pianto, soprattutto il dolore: “In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano per terra”, annota l’evangelista Luca (Lc 22, 44).

E proprio perché conosce il dolore dell’uomo, sia fisico che morale, per un’esperienza personale assolutamente unica, del dolore umano ha un’immensa pietà. La sua compassione, mentre compie i miracoli delle guarigioni dei corpi, risana le anime e svela l’amore misericordioso di Dio. Egli è il buon samaritano di cui ci parla la parabola evangelica: “un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandogli olio e vino . . . e si prese cura di lui” (Lc 10, 33-34).

4. Gesù ha condiviso anche il morire umano. In assoluta libertà va incontro alla morte, esperimentando il dramma di sentirsi lontano da Dio, un dramma che lo scuote nelle profondità dell’anima e gli fa gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46), ma che si placa nel filiale abbandono nelle mani del Padre.

Il suo morire è una donazione d’amore totale e perenne che, in modo misterioso ma reale, continua nell’Eucaristia con il sacrificio del suo “corpo dato” e del suo “sangue versato” “per la vita del mondo” (Gv 6, 51).

Per questo, in virtù della sua morte e della sua Risurrezione, ogni morte diventa una “Pasqua”, un passaggio dalla vita mortale a quella immortale.

In questa luce ogni vita umana, anche quella più disprezzata, emarginata, e rifiutata, ha un valore infinito, perché è il termine dell’immenso amore di Dio. Così la vita dei nascituri, dei bambini, dei malati e dei sofferenti, degli anziani, dei morenti, come quella dei giovani e delle persone sane, è ugualmente sacra e assolutamente inviolabile, dal momento del concepimento sino alla sua fine naturale.

5. La Chiesa, fin dalle sue origini, in un contesto sociale e culturale di disprezzo e di rifiuto della vita umana espressi in termini di aborto e di infanticidio, di schiavitù e di condizioni disumane di lavoro, introdusse decisamente una nuova mentalità e un nuovo costume nei confronti della vita.

Nella “Didaché”, un antico scritto cristiano, è detto chiaramente: “Tu non ucciderai con l’aborto il frutto del grembo e non farai perire il bimbo già nato” (V, 2).

Atenagora ricorda nella sua “Apologia per i cristiani” che i cristiani considerano omicide le donne che usano medicine per abortire; egli condanna agli assassini dei bimbi, anche di quelli che vivono ancora nel grembo della loro mamma, “dove essi sono già - così scrive - l’oggetto delle cure della Provvidenza divina” (Atenagora, Apologia per i cristiani, 35).

Sorge spontaneo un rapido confronto tra i primi tempi della Chiesa e l’attuale momento storico. Non c’è dubbio che l’umanità oggi dimostra un amore e una sollecitudine per la vita umana di notevole ampiezza e significato. È confortante la crescita generale del senso della dignità della persona e del valore della vita umana; è rilevante l’aumento della sensibilità sociale che sfocia in numerosi e specializzati servizi a favore delle persone handicappate, anziane, povere e abbandonate.

Ma, nello stesso tempo, nessuno può negare che si registrano ancora troppe forme di disistima, di maltrattamento, di rifiuto della vita. Non si tratta solo di egoismi individuali, ma anche di una coscienza sociale che, non credendo nel valore inviolabile della vita, se ne fa padrona assoluta ed arbitra insindacabile. Le stesse leggi civili, non poche volte, sono le prime a violare, o comunque a non proteggere adeguatamente, l’intangibile diritto alla vita. Né si arresta lo sviluppo di quella che è stata chiamata la “cultura della morte”. Tutto questo esige una urgente e indilazionabile “nuova evangelizzazione” che riservi un ampio spazio alla proclamazione del diritto alla vita.

6. Un impegno di così vaste proporzioni può essere assolto solamente se tutti, nella società civile e nella Chiesa, sapranno affrontare, con convinzione e con coraggio, le proprie responsabilità.

Su queste responsabilità il vostro convegno si è soffermato, costatando un impegno generoso da parte di tanti operatori sociali e pastorali a favore della vita. Ma resta ancora molto lavoro da fare. Occorre continuare con slancio e con fiducia. Permettete allora che rivolga una parola di esortazione ad alcune categorie di persone che hanno una missione particolare nei riguardi della vita umana.

Alle famiglie:

Il primo appello è alle famiglie, culle dell’amore e della vita. Di fronte ai gravi problemi della denatalità, le coppie sono chiamate a riscoprire nei figli una benedizione di Dio: “Ecco, dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo” (Sal 127, 3) e a testimoniare la verità riaffermata dal Concilio Vaticano II. “I figli sono il più prezioso dono del matrimonio” (Gaudium et Spes, 50).

A quanti sono impegnati nell’opera educativa:

Mi rivolgo poi a quanti sono impegnati nell’opera educativa, a quanti concorrono alla formazione della coscienza morale individuale e collettiva, in particolare agli operatori degli strumenti della comunicazione sociale: l’opera educativa sia sempre ispirata dalla convinzione che l’amore e il servizio alla vita dipendono in modo determinante da una corretta visione dell’uomo e dei suoi autentici valori.

A coloro che operano nel campo sociale:

Interpellati pure sono coloro che operano nel campo sociale, sia nelle strutture pubbliche e in quelle libere, sia nelle crescenti forme di volontariato. A tutti loro ricordo che il bene comune, fine essenziale della società organizzata, non potrà essere realizzato se non viene energicamente difeso e promosso il bene della singola persona umana: ogni persona va rispettata in tutti i suoi diritti, a partire dal diritto fondamentale che è quello alla vita. È compito dell’intera società assicurare le condizioni economiche, lavorative, igieniche e sanitarie, ecologiche, assistenziali, giuridiche e culturali per uno sviluppo sempre più umano della vita di tutti e di ciascuno.

Ai legislatori:

Un altro appello rivolgo ai legislatori perché, sia pure in situazioni politiche e sociali non facili, aiutino i cittadini a riconoscere il valore della vita e a rispettarlo, mediante una legislazione coerente con le esigenze inviolabili della persona umana. Solo nella giustizia la legge civile può conservare la sua dignità e adempiere il suo compito di umanizzare la società.

Agli operatori della salute:

Invito gli operatori della salute a porsi al servizio della vita umana debole e sofferente con competenza professionale e con profonda umanità. Non dimentichino mai che la loro opera è sempre rivolta a tutto l’uomo, nel suo corpo e nella sua anima immortale.

Agli scienziati:

Agli scienziati chiedo l’impegno a sviluppare una ricerca e un’applicazione tecnologica sempre rispettose della persona. Come in ogni altro campo dove è in gioco l’uomo, anche in questo la neutralità è del tutto impossibile: se non viene servito, l’uomo viene asservito!

7. Cari fratelli e sorelle! Preghiamo il Signore perché non ci manchino mai la coscienza e la fierezza della missione di essere, nel nostro servizio alla vita, specialmente alla vita che versa nelle situazioni più povere e difficili, i rivelatori e i testimoni dell’amore stesso di Dio, autore e vindice di ogni esistenza umana.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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