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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI
AL SINODO DEL PATRIARCATO CATTOLICO ARMENO

Castel Gandolfo - Sabato, 26 agosto 1989

 

Beatitudine, cari fratelli nell’Episcopato.

1. Con grande gioia vi ricevo oggi. Voi siete riuniti in Sinodo, fedeli ad una antica tradizione della Chiesa. Eusebio di Cesarea non racconta forse che, nel corso della controversia pasquale del II secolo, i Vescovi si riunirono in Sinodo per provincia (Hist. eccl., V, XXIII, 2-3)? Le più antiche leggi canoniche sui Sinodi li considerano come il modo autentico di trattare le questioni ecclesiastiche e assegnano loro il compito di assicurare la concordia tra i Vescovi, “affinché Dio sia glorificato attraverso Cristo nello Spirito Santo” (cf. XXXIV can. Apostolorum dictum).

2. In questo Sinodo voi dovete provvedere delle sedi vacanti. Questo da secoli è uno dei compiti principali dei sinodi (cf. Conc. Nic. I, can. 4). Questa responsabilità è strettamente legata all’unità e alla concordia della Chiesa, perché si tratta di scegliere coloro che dovranno guidare i fedeli affidati alla loro sollecitudine pastorale nel cammino della fede “trasmessa ai credenti una volta per tutte” (Conc. Nic. I, can. 3), e nel progresso della vita cristiana.

Nella prospettiva di questo apostolato essenziale, voi pensate naturalmente ai vostri primi collaboratori, i sacerdoti, come pure ai seminaristi che si preparano a raggiungerli. Abbiate cura di sviluppare in loro il “sensus Ecclesiae”, così profondamente radicato nella spiritualità armena, e, in generale, una formazione solida ed equilibrata è ancor più necessaria per i sacerdoti che, molto spesso, devono conservare e trasmettere le tradizioni del vostro popolo.

So che voi siete particolarmente preoccupati anche della formazione di laici attivi e responsabili: il vostro venerabile Patriarca l’ha opportunamente sottolineato in una lettera pastorale, poco dopo il Sinodo dei Vescovi dedicato alla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo.

3. Voi dedicate gran parte del vostro Sinodo al rinnovamento della liturgia. Anche in questo vi trovate al cuore della vostra missione e nello spirito del Concilio Vaticano II: “Il Sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli . . ., ritiene quindi di doversi interessare in modo speciale della riforma e dell’incremento della liturgia . . . La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (Sacrosanctum Concilium, 1. 10). E altrove il Concilio ribadisce: “C’è una speciale manifestazione della Chiesa nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri” (Sacrosanctum Concilium, 41).

La partecipazione piena ed attiva di tutti alla celebrazione: ecco il fine del rinnovamento liturgico che voi realizzate con decisione e nella concordia. Seri studi l’hanno preparata. Si trattava di ritrovare in tutta la sua purezza lo spirito originale della vostra liturgia, così profondamente legato al genio del vostro popolo e alla sua cultura. Essa si è formata in questa cultura e, a sua volta, l’ha ispirata e alimentata nel corso del suo sviluppo. Come non ricordare a questo punto san Gregorio di Narek: la sua opera, di ispirazione biblica, ha segnato la vostra liturgia; ma è insieme uno degli esempi più illustri e significativi della poesia armena.

Lavorare per il rinnovamento liturgico non è fare dell’archeologia. Si tratta di rendere alla liturgia le sue forme autentiche e semplici, in armonia con la mentalità del vostro popolo. Se per far questo voi dovete sfrondare degli sviluppi non autentici, risultato di influenze diverse che provengono da tradizioni liturgiche e paraliturgiche estranee alla vostra tradizione armena, è possibile che così facendo, voi dobbiate raddrizzare certe consuetudini popolari. Lo farete, ne sono certo, con fermezza e delicatezza, avendo anzitutto a cuore la partecipazione piena e attiva di tutti alle celebrazioni perché, con un cuor solo e una sola voce, Dio sia glorificato in armonia attraverso Cristo che la vostra santa liturgia acclama come “Agnello e Pane celeste, Sommo Sacerdote e Vittima, perché lui dona e lui a noi si è donato”.

4. L’unità e la concordia, di cui il vostro Sinodo è strumento all’interno della vostra Chiesa armena e cattolica, voi la realizzate anche con tutta la famiglia cattolica partecipando alle assemblee della gerarchia dei diversi paesi del Medio Oriente o alle Conferenze Episcopali dei paesi della vostra diaspora. L’unità e la concordia sono un’esigenza primaria della testimonianza che dobbiamo dare ovunque, ma nel Medio Oriente di oggi è, più che mai, una necessità vitale per i cristiani, non solo per i cattolici. Solo in un accordo costruttivo potranno contribuire con efficacia alla riconciliazione di tutti e al ristabilimento della pace nel mutuo rispetto e nella giustizia per tutti.

Beatitudine, la sua sede è in Libano. L’atroce agonia di questa terra biblica non vi ha permesso di riunire il Sinodo a Bzommar. Nella preghiera, voi portate le sofferenze e le angosce dei vostri numerosi fedeli che avevano trovato rifugio nel paese dei cedri. Il popolo armeno possa brillare per la fede e le opere e possa portare il suo specifico contributo alla rinascita del Libano che tutti desiderano e auspicano ardentemente!

Voi sapete quanto io stesso sia angosciato per veder continuare la terribile situazione attuale, quanto io desideri contribuire ad affrettare il ritorno alla pace in un Libano in cui i diversi gruppi che costituiscono la Nazione si possano ritrovare di nuovo in una fraterna collaborazione e una sana emulazione in vista del bene comune e in amicizia con i paesi vicini. Intensifichiamo la nostra supplica all’Agnello immolato, al Signore della storia, affinché cambiando il cuore degli uomini, egli possa realizzare ciò che i nostri sforzi non sono riusciti a fare fino al presente.

5. Vorrei ricordare anche, cari fratelli, la grande prova del terremoto per gli Armeni nella Repubblica d’Armenia. Questo tragico avvenimento è stata l’occasione per un grande slancio di solidarietà cristiana, segno di una vera carità disinteressata. Ho chiesto al Cardinal Etchegaray, presidente di “Cor Unum”, di coordinare gli aiuti cattolici e vedo con piacere che questa azione di soccorso continua metodicamente, in collaborazione con altre organizzazioni cristiane e in stretto legame con il Cattolicossato di Etchmiadzina. Durante la recente riunione del Comitato centrale del consiglio ecumenico delle Chiese, il rappresentante di sua santità Vasken I ha dichiarato pubblicamente la sua gratitudine per l’aiuto ricevuto dalla Chiesa cattolica attraverso la Caritas internazionale.

Lei stesso, beatitudine, ha fatto visita a sua santità Vasken I e l’accoglienza fraterna ricevuta ha aiutato a prendere atto con più esattezza dei bisogni immensi della ricostruzione e le ha consentito di assumere delle responsabilità precise in questo immenso sforzo. Mi auguro che questa solidarietà, al di là dei risultati concreti, possa far progredire tutti gli Armeni verso la piena comunione ritrovata. Durante i secoli di prova, la Chiesa è stata insieme il cuore e l’ossatura della Nazione. La sua unità deve essere un fattore decisivo per l’avvento di giorni migliori. Conosco, beatitudine, le relazioni fraterne che avete con i cattolici di Antelias, sua santità Karekine II Sarkissian, che ho avuto la gioia di ricevere a Roma. So anche che uno dei Vescovi del vostro Sinodo è Presidente della commissione ecumenica della Conferenza Episcopale di Turchia e ha rapporti fraterni con il Patriarca Snork Kalustian, cui ho fatto visita nel mio indimenticabile viaggio a Istanbul. Questi, tra gli altri, sono segni dell’azione dello Spirito che raduna il suo popolo. Chiediamogli di concedere a tutti e ciascuno di essere attenti a “ciò che dice alle Chiese” (Ap 2, 7) e docili alla sua ispirazione.

6. Attraverso voi venerabili fratelli, vedo tutto il popolo da voi rappresentato: un popolo che ha dovuto affrontare sofferenze e prove terribili. Desidero confermarvi la mia comprensione. Ma, al di là degli avvenimenti che tutti gli Armeni ben ricordano, tocca in particolare ai cristiani operare senza tregua perché i pregiudizi, l’odio e il risentimento non prevalgano sull’impegno di tanti uomini di buona volontà per una riconciliazione autentica tra i popoli e i gruppi.

La vera pace dipende dal perdono delle offese e dalla collaborazione di tutti perché mai più si ripetano delle tragedie indegne dell’uomo.

Questi sono gli auspici che formulo per voi, cari fratelli, per la Chiesa armena cattolica e per tutti i popoli in cui vivete.

Portate ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose e ai fedeli delle vostre comunità il saluto affettuoso del successore di Pietro.

Prego il Signore di accordare a tutti la grazia della sua benedizione.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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