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VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN GIUSEPPE ARTIGIANO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 5 febbraio 1989

 

Alla popolazione del quartiere

Sia lodato Gesù Cristo. Saluto nel nome di Cristo la vostra comunità, comunità dedicata a san Giuseppe Artigiano, una persona tanto vicina a Gesù Cristo; Gesù stava accanto a lui nel suo lavoro degli anni giovanili. Tutto questo, sempre, è un simbolo profondo umano e divino, umano e cristiano.

Saluto tutti i presenti, e nei presenti tutta la comunità del quartiere; comunità umana, cittadina, comunità cristiana. Saluto questa parrocchia in ogni persona che vive qui, che fatica, lavora, che gioisce, che soffre. Saluto tutte le generazioni, cominciando dai più anziani, passando ai genitori, agli adulti, alla gioventù, fino ai bambini che devo vedere, fra poco, in un incontro particolare; e poi, ancora, fino a quelli più piccoli alcuni dei quali si trovano qui.

Vi saluto con grande gioia, che scaturisce dalla vostra presenza, dalla vostra accoglienza, dalla nostra fede comune; da questo essere insieme in Cristo Gesù Buon Pastore; la gioia viene da tutto quello che la vostra comunità parrocchiale opera nel senso umano, cristiano e nello stesso tempo nel senso cristiano e soprannaturale.

Saluto in voi tutta l’opera della grazia divina, tutto quello che lo Spirito Santo fa nelle vostre coscienze, nei vostri cuori per far crescere ciascuno di noi nella pienezza di Cristo alla quale siamo tutti chiamati dall’Eterno Padre.

Questa è la nostra gioia, questo è il significato profondo del nostro incontro. Sempre, ogni giorno, questo è il significato della vita della parrocchia, della comunità cristiana. Ma specialmente oggi, in questa circostanza solenne, solenne non solamente per voi ma anche per me.

Ringrazio il vostro pastore, il vostro parroco, che mi ha presentato, prima che io venissi tra voi, la comunità, il suo lavoro pastorale, i diversi impegni delle famiglie, dei laici, per portare avanti il progetto della Chiesa, della Chiesa di Cristo, che deve camminare sempre avanti nel contesto della vita contemporanea, nelle situazioni diverse ed anche nelle difficoltà tipiche della nostra epoca.

Oggi la Chiesa in Italia celebra la sua “Giornata per la vita”; approfitto della presenza del Cardinale Vicario Ugo Poletti, che è anche Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, per esprimere, ancora una volta, il mio voto di solidarietà con questo grande impegno della Chiesa per il bene di ogni persona e per il bene di tutta la società italiana.

Ho incontrato, venendo qui, anche molti ragazzi, bambini che fanno il loro carnevale, vorrei includere, in questo saluto e nella mia benedizione anche loro, tutti quelli che, oggi, gioiscono secondo la buona tradizione romana ed italiana.

Vorrei offrirvi insieme con il Cardinale Vicario, con il Vescovo del vostro Settore pastorale, la benedizione a tutti i presenti ed a tutti gli appartenenti alla comunità ed a questo quartiere.  

Ai bambini  

Sia lodato Gesù Cristo. Carissimi, penso che san Giuseppe Artigiano, Oggi, gioisca insieme con noi, con tutta questa parrocchia; gioisce vedendo tanti bambini. Lui ha guardato Gesù Bambino come cresceva, come camminava accanto a lui e con lui poi lavorava come artigiano a Nazareth; gioisce con tutti questi bambini che fanno il loro cammino insieme con Gesù. Cammino della fede, cammino della speranza, cammino dell’amore, attraverso la preghiera, la catechesi, attraverso i sacramenti a cui si preparano; Si preparano, un volta battezzati, alla santissima Eucaristia, la prima Comunione; e poi subito dopo la prima Comunione, si preparano alla Cresima per fare questo cammino insieme con Gesù. Perché tutto ciò che cerca di realizzare la vostra parrocchia altro non è se non camminare nella fede insieme con Gesù e far camminare tutti i parrocchiani, cominciando dai più piccoli, cominciando dal santo Battesimo dei neonati.

Ecco perché penso che san Giuseppe, patrono di questa parrocchia, veramente gioisce e partecipa della nostra gioia, della gioia di questo incontro; gioisce come quando, in terra era protettore, anzi agli occhi della popolazione di Nazareth, svolgeva il ruolo del padre terreno di Gesù; gioisce con i piccoli ma anche con i genitori, con i parenti, con le mamme, con i padri, che vedo qui presenti e che volentieri saluto di cuore; certamente voi partecipate da parte vostra alla stessa opera di Giuseppe, in quanto avete i diversi impegni professionali, i diversi lavori, ma avete anche questa sollecitudine per la nuova generazione, per i vostri bimbi, ragazze, ragazzi, giovani. Questo vi situa vicino a san Giuseppe. Auguro sempre la presenza di questo celeste patrono, san Giuseppe, nelle vostre famiglie, nell’opera dell’educazione, nei vostri lavori, come anche nella vita di questa comunità parrocchiale a lui dedicata.

Sappiamo bene che san Giuseppe era sposo della Vergine: quando lui è presente come patrono in questa comunità, in questa parrocchia, con lui è anche presente lei, Maria, Madre di Gesù. Vi affido tutti a questa Madre ed a questo celeste patrono.

Ringrazio specialmente coloro che collaborano nell’opera della catechesi e nella preparazione dei bambini, dei giovani alla vita cristiana e sacramentale.

Vorrei offrire a tutti una benedizione insieme con il Cardinale ed il Vescovo, qui presenti.

Tra poco celebreremo la santissima Eucaristia, voglio portare tutte le vostre intenzioni all’altare del Signore.  

Alle Suore  

Dopo la celebrazione eucaristica il Santo Padre incontra le 25 religiose che svolgono “con passione missionaria” il loro servizio nella Scuola Materna ed Elementare aprendo così gli incontri con le “pietre vive della comunità”.
Alle religiose, che da ben 28 anni prestano il loro proficuo e silenzioso servizio nella zona del Tiburtino, Giovanni Paolo II rivolge queste parole.
 

Ho incontrato i “vostri bambini”, prima della santa Messa. Erano molto gioiosi e numerosi con i loro genitori e hanno partecipato veramente bene all’incontro. Ecco la vostra parte nell’educazione, la vostra parte specifica in questo grande compito nella società, nella Chiesa: educare uomini nuovi, tutte le nuove generazioni, cominciando dai più piccoli fino agli adolescenti. Prepararli a vivere la vita umana e cristiana, una vita degna. E questo che definisce meglio la caratteristica della vita umana e cristiana: vita degna dell’uomo, degna del Figlio di Dio. Questa vostra opera, carissime sorelle, è profondamente legata al vostro amore, all’amore a Gesù che è dichiarato nel nome della vostra congregazione: “Siete Ancelle di Gesù Agonizzante”. E questo, un mistero stupendo, profondissimo: Gesù agonizzante nell’orto del Getsemani. La sua agonia, una volta compiuta, si protrae, in un certo senso, nel suo Corpo Mistico; si protrae, come si protrae il mistero della sua redenzione. E ciascuno di noi deve essere partecipe di questa redenzione, deve completare, come dice san Paolo, la redenzione operata da Cristo nel suo proprio corpo. Ed anche questa agonia, che è sola profondità, solo mistero, non si può mai immaginare, né è possibile “sentire” quello che lui viveva nell’orto del Getsemani.

Vi auguro, carissime sorelle, di trovarvi sempre nel cuore del grande mistero di Gesù agonizzante. Ed in questo suo cuore agonizzante trovare le energie per la vita e per l’apostolato.  

Al Consiglio pastorale  

Grazie per questo incontro. Il vostro parroco mi ha spiegato nella conversazione avuta mercoledì scorso, i principi del suo piano pastorale ed i modi di coinvolgimento dei parrocchiani.

Nelle vostre persone io vedo, in un certo senso, la sintesi della comunità parrocchiale. Questo “noi”, questo “noi” cristiano costituisce la parrocchia. Ma questo “noi” non è solamente numerico, statico, ma è e deve sempre costituirsi attraverso una partecipazione, attraverso una partecipazione al piano pastorale che, a suo modo, riflette il piano salvifico di Dio, piano eterno della Chiesa, della Chiesa contemporanea, diciamo del Concilio Vaticano II. Tale piano viene concretizzato nel vostro comune impegno sotto la guida del parroco, in comunione con tutti i parrocchiani. Voi come Consigli centrali, pastorale, amministrativo ed economico, cercate di essere, in modo speciale, insieme, portatori di questa attiva partecipazione. Siete quelli che fomentano tra gli altri questa partecipazione. Molto preziosa è la vostra opera. Vi ringrazio per questo. Vi ringrazio per il vostro apostolato.

In questi ultimi giorni è stata pubblicata l’esortazione apostolica sul Sinodo dei Vescovi 1987, sull’apostolato dei laici. Una comunità come la vostra, incarna ciò che viene sottolineato in quel documento e soprattutto nel magistero del Concilio Vaticano II.

Auguro a tutti voi, alle vostre famiglie la benedizione del Signore e l’estendo al vostro lavoro professionale ed a tutto ciò che è vostro, che si riferisce alla vostra esperienza, responsabilità umana e cristiana.

Ai catechisti  

Mi viene subito in mente la Catechesi Tradendae, una parola incisiva con la quale inizia il documento post-sinodale, a conclusione del Sinodo 1977, celebrato durante il pontificato di Paolo VI, benché il documento post-sinodale non poteva essere già pubblicato, l’ho fatto io continuando la sua opera.

Catechesi Tradendae. Ecco, carissimi sorelle e fratelli - sono più numerose le sorelle - vi dedicate, appunto a questa opera. Avete parlato di catechesi “permanente”. E questa una parola molto giusta. Certamente la catechesi deve essere intensificata nei periodi speciali della vita cristiana, cominciando dai piccoli, dai ragazzi che si preparano ai sacramenti, alla prima Comunione, alla Cresima, ma non può essere abbandonata dopo questi sacramenti, deve essere “permanente”. Così la vita cristiana, l’essere cristiano, deve essere permanente. Non può essere solamente stagionale, transitorio, occasionale, ma permanente. Così anche la catechesi deve essere permanente, perché la catechesi costituisce la nostra vita cristiana, nel senso, un po’ analogo ai sacramenti. Catechesi vuole dire Parola di Dio parlata, pronunciata sempre e nuovamente dalla Chiesa, annunciata dalla Chiesa. Come la nostra vita cristiana si attua attraverso i sacramenti dei quali l’Eucaristia è il centro, così anche si attua attraverso la Parola di Dio, ascoltata, in modo solenne durante l’incontro eucaristico, ma che deve essere assimilata sistematicamente. In questo senso, allora, la catechesi non può che essere permanente.

Vi ringrazio per questo impegno catechetico nell’ambito della parrocchia e vi auguro di avere successi in questa opera, che non è certo facile. La vostra esperienza pastorale vi testimonia, che è più facile la catechesi di tipo “occasionale” quella centrata su circostanze, soprattutto sacramentali. In tal senso appare impossibile non avere una catechesi, ma protrarla per tutta la vita, permanentemente, sembra più difficile a capirsi. Allora il lavoro è doppio: la catechesi come tale e prima di essa un lavoro di persuasione, di convincimento, che una catechesi permanente è necessaria. Noi tutti, sappiamo bene che ogni arte, se non la si esercita, si affievolisce in noi. Si perde cioè l’attitudine, l’abilità ad esercitarla. Ed essere cristiano è anch’essa un’arte. E se questa arte non viene praticata, approfondita, allora si perde, la facoltà, l’abilità ad essere cristiani, a vivere la propria esperienza cristiana, a vivere cristianamente la propria vita.

Ho portato, avanti, così, il discorso fatto dalla vostra oratrice cercando di sviluppare il profondo argomento che si riferisce ai vostro apostolato.

Auguro tutto il bene alle vostre famiglie, alle vostre persone, al vostro lavoro, ai vostri studi, alle vostre professioni e vi offro una benedizione.  

Al gruppo famiglie  

Mi è molto caro questo incontro, questa vostra iniziativa, che non si incontra in tutte le comunità parrocchiali. E un’iniziativa molto preziosa e corrisponde a quella a cui mi sono dedicato specificatamente negli anni passati, nella mia Chiesa di origine, nella mia diocesi di origine. E veramente un compito di primaria necessità, perché tutti i mali sociali, sia pur diversi, sembrano centrarsi soprattutto intorno alla famiglia e nella famiglia stessa. E portano con sé le diverse tragedie umane.

Famiglia vuol dire comunità anzi è una comunione di persone, tanto stretta, tanto perfetta - direi la più perfetta comunione umana - quella che più rassomiglia alla comunione divina della Santissima Trinità. Ma questa sua perfezione porta alcune esigenze fondamentali di ordine spirituale, morale. Quando tali esigenze non vengono osservate, non solo osservate come comandamenti, ma anche amate come valori di vita è molto facile che la famiglia si diluisca. Essendo così perfetta la famiglia nella sua natura, nella sua costituzione umano-divina è nello stesso tempo molto vulnerabile. La comunità umana più vulnerabile. E ciò si avverte. Alcuni, quelli che, diciamo, essere nemici del cristianesimo, cercano di colpire soprattutto la famiglia, tutto ciò che è coinvolto nella dimensione familiare della vita umana.

Ma lasciamo da parte queste osservazioni. Un’altra constatazione, diciamo empirica, quotidiana, ci porta alle stesse conclusioni: la famiglia umana contemporanea, veramente, più di una volta sembra molto vulnerabile. Allora occorre un impegno. Non crediamo che tale impegno venga dagli ambienti responsabili nel senso sociale, socio-politico, deve venire dalla Chiesa. E nella Chiesa tale impegno non può che essere che un apostolato.

Un apostolato delle famiglie. Un grande apostolo dei giovani operai ormai scomparso, il Cardinale Caraijn, ha trovato la formula che la conversione degli operai, può essere portata avanti da altri operai. Allora, una formula non clericale; non soprattutto dai sacerdoti - diceva -, ma con i sacerdoti, certamente con la partecipazione dei sacerdoti, dei cappellani, ecc., ma direttamente e sostanzialmente dagli altri giovani operai. Così è stata fondata la famosa JOC (Jeunesse Ouvrière Catholique).

E poi il suo concetto di apostolato si è allargato nei diversi campi, perché se è giusto quel principio dell’apostolato degli operai verso gli operai, di operai apostoli negli ambienti operai, lo stesso varrebbe per gli intellettuali e lo stesso sarebbe naturalmente per la famiglia, per le coppie. Sono loro, gli sposi, gli apostoli, non solamente all’interno della propria famiglia, ma anche delle altre famiglie. Sono essi più diretti, più esperti . . . Paolo VI amava dire che la Chiesa è “esperta in umanità”. Ma questa esperienza della Chiesa, sembra essere ancora non completamente attuata, in quanto l’umano, l’umanità, costituisce tanta ricchezza delle realtà ed una di queste realtà è appunto la famiglia, il matrimonio. Allora la Chiesa è esperta in questo fondamentale ambito attraverso le famiglia attraverso le coppie unite nel matrimonio cristiano.

Volevo offrire un piccolo commento a quello che ho sentito mercoledì scorso dal vostro parroco ed oggi dalla vostra portavoce e poi dalla vostra presenza.

Vorrei incoraggiarvi. Il vostro è certamente un lavoro apostolico, pionieristico. Occorre che si capiscano le dimensioni proprie di questo lavoro e si studino le complesse realtà della famiglia. Insieme occorre acquisire una sempre maggiore coscienza e consapevolezza, in modo sempre più profondo, di quello che noi siamo come sposi, come genitori, come famiglia. Famiglia, che secondo il disegno di Dio, è ancora e sempre una realtà da scoprire, una “terra ignota”. Temo che per l’umanità contemporanea, e specialmente per l’umanità occidentale questa terra divenga sempre più ignota, più sconosciuta. Deve allora tanto più essere scoperta, riscoperta, riscoperta continuamente.

Questo è l’impegno della Chiesa, questa la sua missione. Vi ringrazio per tutte le vostre iniziative e per tutto il vostro impegno nel prendere nelle vostre mani questa missione.

Che il Signore benedica tutti i presenti, le famiglie, i vostri figli, tutti coloro che fanno parte della comunità di san Giuseppe Artigiano.  

Ai giovani  

Saluto cordialmente quanti si trovano qui e quanti permanentemente operano nell’ambito della parrocchia attraverso i diversi gruppi che prima avete ricordato, gli Scouts, l’Azione Cattolica, poi il coro che ha cantato in chiesa, coloro che hanno parlato in italiano, quanti in “romanesco”, tutti.

Oggi celebriamo in Italia la “Giornata per la vita” e voi avete bene proposto il canto che avete intonato al mio arrivo: “Noi abbiamo questa vita da lui”. Dio ha tanto amato il mondo che ci ha dato la vita, ci ha dato soprattutto la vita umana. Oggi la Chiesa cerca di ricordare all’uomo contemporaneo, al cittadino di questo Paese, al cristiano, ad ogni cristiano quale è il valore della vita umana dal momento del suo concepimento.

Quale valore, quale mistero rappresenta la vita, ogni vita. Specialmente la vita umana, per la superiorità soprannaturale dell’uomo, dell’uomo persona. Allora non solamente una realtà, un’espressione della materia vivente, ma espressione di uno spirito; un’espressione spirituale nella materia, sì, nella unità della persona che è corpo ed anima, corpo e spirito. Ecco, Dio ci ha donato questa vita, ma quando Gesù ha detto a Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio”, alludeva ad un’altra vita che Dio ha offerto all’uomo: la vita divina.

Dio ci dà la vita divina. E questa, di nuovo porta davanti alla nostra considerazione l’importanza della vita umana, di ogni vita umana, dal momento del suo concepimento nel grembo materno, ogni vita umana è già designata, destinata a partecipare della vita divina. Questa è la sua vocazione, così Dio ha amato il mondo, così ha amato l’uomo, tanto da darci questa sua vita nel suo Figlio, in Gesù Cristo. Noi abbiamo questa vita divina in lui. E tutti partecipiamo attraverso i sacramenti, attraverso la Parola di Dio, alla missione messianica di Gesù Cristo che dura continuamente, che continua a durare: “Io sono con voi fino alla fine del mondo”. Così ha detto, sono con voi nella forza dello Spirito Santo. Lui ci porta questa vita che è in Gesù Cristo per noi.

Siete giovani e certamente riflettete molto sui problemi della esistenza umana, di quel quotidiano di ogni uomo, di ogni donna, sulle molte difficoltà di questa esistenza. Questo è vero, ma non è esaustivo, non dice tutto.

C’è ancora questa verità, essenziale e fondamentale sulla vita, vita della quale la Chiesa in Italia si ricorda specialmente oggi, sotto l’aspetto della responsabilità per la vita, concepita, per ogni vita anche quella morente. E un invito alla riflessione per portarci davanti alla grandezza del mistero della vita, come noi lo viviamo, lo crediamo, come noi cerchiamo di viverlo. Ecco io faccio questo discorso davanti ai giovani che sono specialmente sensibili a tutto ciò che è buono, vero e bello. E certamente il mistero della vita è molto bello.

Qui si esprime la certezza che l’amore domina il mondo. Dipende da noi essere coinvolti da questo amore, o essere coinvolti da un altro amore che è soltanto apparente. Vi invito ad essere collaboratori di Gesù che dice: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 
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