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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI MEMBRI
DEL CONSIGLIO E DELLA GIUNTA REGIONALE DEL LAZIO

Lunedì, 20 febbraio 1989

 

Onorevoli presidenti
 e illustri membri del consiglio
e della giunta regionale del Lazio!

1. È per me motivo di sincera gioia questo annuale incontro con voi, amministratori e responsabili della vita civile e sociale del Lazio, la regione italiana più vicina e più strettamente legata alle mie cure pastorali come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale.

Ringrazio il signor presidente della regione per le significative parole che mi ha rivolto; saluto e ringrazio tutti voi qui presenti, ed i vostri familiari, mentre contraccambio fervidi voti per il nuovo anno, formulando auspici di serenità e prosperità, ed invocando la protezione divina sulle attività sociali ed amministrative che svolgete in adempimento del mandato ricevuto.

2. L’annuale incontro per gli auguri mi offre anche lo spunto per riflettere insieme su alcuni problemi che riguardano la coscienza religiosa e quella civile. Si tratta di problemi umani, dei quali anche la Chiesa si interessa, ben consapevole che dalla sua missione religiosa scaturiscono aspetti e suggerimenti, che possono suscitare una risposta alle esigenze della comunità, orientare verso valori e beni autentici, e perciò contribuire a quella edificazione dell’ordine temporale, a quell’equilibrio nella partecipazione al comune benessere, senza i quali la pace sociale può essere compromessa (Gaudium et Spes, 42).

A nessuno sfugge la complessità del vostro ufficio, data la particolare relazione che esiste tra il territorio regionale e la funzione di Roma capitale. Di anno in anno compaiono esigenze, situazioni e talvolta contrasti nuovi, sicché, la vostra coscienza morale, la competenza tecnica e la lungimiranza sono continuamente messe a confronto con le circostanze insorgenti, per cercare di risolvere in senso positivo i complessi rapporti tra le strutture civiche ed i cittadini.

3. Tra le circostanze che oggi costituiscono un fatto cospicuo e sotto certi aspetti nuovo per il Lazio, emerge certamente la presenza ben nota in Roma ed in tutto il territorio circostante dei lavoratori stranieri, provenienti in maggior parte da Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Tale manodopera, sempre più richiesta e necessaria per alcune prestazioni, si trova, tuttavia spesso in condizioni precarie dal punto di vista spirituale, civile e sociale. Tanti lavoratori stranieri, specialmente giovani, desiderano inserirsi in una maniera corretta e socialmente sicura nell’ambiente che li ospita e che chiede il loro servizio; ma non sempre le circostanze favoriscono tale legittima aspirazione.

4. È noto come alle spalle di tanti migranti vi sono problemi dolorosi di sottosviluppo economico; inoltre, in molti casi tale emigrazione non è sostenuta né condivisa o tutelata dai paesi di provenienza, sicché non pochi migranti si trovano quasi abbandonati a se stessi nel difficoltoso impegno di trovare sicurezze sociali elementari ed indispensabili per inserirsi nelle strutture di lavoro; di qui l’insorgere in essi, insieme con le difficoltà di adattamento, dei timori connessi con la precarietà del lavoro e con l’avvilimento di vedersi frequentemente rifiutati.

5. In nome della fiducia dovuta alla persona umana, occorre anche superare quelle preoccupazioni che vedono in queste forme di migrazione un pericolo per la vita quotidiana. Infatti le minoranze che vengono accolte per un loro servizio, corrispondono ad autentiche necessità della comunità di accoglienza, e sono ben capaci di offrire un’indiscutibile occasione di solidarietà e di collaborazione. Il lavoro del migrante dovrà essere perciò sottratto ai rischi del libero contratto, e dovrà partecipare senza restrizione a tutti i benefici propri di ogni prestatore d’opera, in misura adeguata al bene comune.

6. La Chiesa considera i fenomeni migratori come un segno destinato ad incrementare l’unità della famiglia umana, un fatto che può contribuire alla reciproca conoscenza e cooperazione tra i popoli, una possibilità di fraterno scambio, in cui l’una e l’altra parte offre e riceve un reciproco vantaggio ed aiuto. Ciò richiede, ovviamente una cultura della fraternità e dell’eguaglianza, insieme con lo sviluppo di adeguate strutture, capaci di garantire tanto la tutela dei diritti, quanto la legittima richiesta dei conseguenti doveri.

7. È anche consolante riscontrare che vi sono molteplici iniziative intese a venire incontro a simili problemi.

Se ho trattato questo punto con voi, è perché la Chiesa non può non sentirsi vicina a chi si trova in difficoltà di ogni genere, ed ha urgente bisogno di aiuto. Peraltro, si tratta di un problema delicato e complesso, che involge tutta una somma di previdenze e di interventi sia immediati, sia a media e lunga scadenza: è necessaria dunque la collaborazione di tutti affinché esso sia più adeguatamente risolto.

Grazie a Dio - e mi è caro darne qui pubblicamente atto - l’Italia, e la regione Lazio in particolare, hanno già fatto molto in questo vasto settore. Desidero, con le mie parole incoraggiare tutte le forze vive e responsabili a proseguire sulla strada intrapresa. Ciò contribuirà certamente al bene di tutta la regione, e sarà una chiara testimonianza del valore universale delle antiche e nobili tradizioni umanitarie, civili e religiose di questa cara terra.

Le persone, di così diversa provenienza, condizione e civiltà, alle quali si rivolgono le vostre sollecitudini, vi sono molto riconoscenti: anch’io mi faccio voce di questi nuovi poveri, per dirvi, a nome loro, anche la mia riconoscenza, che si fa preghiera affinché vi assista la protezione divina su tutti voi, sul vostro lavoro, sulle famiglie, con la mia benedizione.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 
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