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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA JUGOSLAVIA
IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 14 gennaio 1989

 

Cari fratelli nell’Episcopato!

1. È per me motivo di grande conforto accogliervi in questa comune udienza, a conclusione della vostra visita “ad limina”. Si tratta, come è ben noto, e come tutti noi sentiamo nel cuore, di un momento di peculiare condivisione delle comuni sollecitudini per la Chiesa nel vostro Paese. La vostra visita è stata una occasione di bilancio e di revisione, di informazione e di programmazione, per il futuro lavoro pastorale tra le vostre comunità.

Desidero manifestarvi la mia personale partecipazione alle preoccupazioni, alle attese, al rendimento di grazie a Dio per tanti benefici dati a voi ed alle vostre diocesi. Voi avete affidato qui a Roma le sorti della vostra cara terra alla protezione di Dio, invocando l’intercessione degli apostoli Pietro e Paolo, ispirandovi alla loro testimonianza, alla esemplare loro generosità nell’accogliere e nel diffondere il Vangelo di Cristo.

2. Ringrazio il signor Cardinale Francisco Kuharic, Arcivescovo di Zagabria e Presidente della Conferenza Episcopale, per le gentili parole che mi ha rivolto. Saluto tutti voi, cari confratelli e attraverso di voi i vostri presbìteri, i religiosi, le religiose e tutti i fedeli.

Ho notato con soddisfazione il vigoroso impegno delle iniziative pastorali, intese sia a tener vive le solide tradizioni cristiane delle vostre terre, sia a svolgere un ruolo di fattiva presenza di fede là dove le comunità cattoliche vivono in condizione di minoranza, accanto alle Chiese ortodosse, oppure in regioni a maggioranza musulmana. Ciò denota che voi affrontate con spirito di sensibilità pastorale le molteplici situazioni culturali ed etniche che caratterizzano la terra jugoslava, e vivete il comune impegno apprezzando le diverse tradizioni religiose e storiche del vostro Paese, confidando sui valori che tali tradizioni attestano. Voi sentite che esse vanno rispettate ed accolte, poiché riscontrate che le persone che le vivono sono consapevoli dei valori, della sapienza che in esse si manifesta. È ovvio, perciò, che i singoli gruppi etnici e nazionali esprimano il desiderio e l’impegno di conservare fedelmente le proprie identità etniche e nazionali.

Anche in questo contesto, che fa sorgere non di rado difficoltà e problemi, si manifesta la missione della Chiesa, chiamata a formare il Popolo di Dio, il corpo mistico, radunato attorno al suo capo, Cristo, in unità. La Chiesa sente di dover essere segno e strumento di pace e di unione, favorendo ed accogliendo la pluriforme ricchezza e testimonianza di tutte le nazioni e di qualsiasi popolo, in forza soprattutto del dono della carità, che unisce nella fraternità evangelica ogni uomo, di qualsiasi lingua o nazione. Questo carattere di universalità, segnato dal carisma dell’unità, come ben sappiamo, è dono del Signore, il quale accompagna tutta la sua Chiesa nell’impegno di “accentrare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni in Cristo Capo nell’unità dello Spirito di lui” (Lumen Gentium, 13).

Pertanto, chiediamo tutti insieme con insistente preghiera al Signore questo dono della concordia, affinché in mezzo alle difficoltà antiche e nuove, egli sostenga e sproni il dinamismo della Chiesa, e il suo impegno missionario a radunare gli uomini, manifesti a ciascuna Chiesa particolare le vie giuste per la testimonianza della carità anche nelle situazioni materiali e spirituali difficili alle quali il vostro presidente ha accennato.

3. Noi vogliamo innalzare anche una speciale preghiera a Dio per il bene di tutta la Jugoslavia, e imploriamo per l’intera comunità federale che nella necessaria comprensione, nel rispetto di tutti, nel dialogo e nella salvaguardia del bene comune, sia possibile dare valido e duraturo compimento alle soluzioni più opportune per il bene del Paese e dei singoli cittadini.

La pace interna di uno Stato, infatti, non è solo assenza di conflitti, né semplice equilibrio tra le forze contrastanti, tanto meno essa è frutto di dispotiche dominazioni. La pace si regge sulla giustizia e sul comune lavoro per un progresso veramente umano e destinato a tutti senza squilibri o stridenti diversità. In particolare, quando si tratta di una comunità di nazioni, come la vostra, la pace è garantita dal riconoscimento e dal rispetto dell’inalienabile dignità dei singoli gruppi e di ciascuna persona umana, senza distinzioni di origine sociale, etnica, culturale, nazionale o religiosa. Essa si forma e si mantiene con la solidarietà nella partecipazione ai beni essenziali, nella tutela dei diritti, nella attiva e fattiva costruzione dello sviluppo comune (cf. Nuntius ob diem ad pacem fovendam dicatm pro a. D. 1989, 3, die 8 dec. 1988: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XI, 3 [1988] 1738).

4. Desidero incoraggiare, perciò, il vostro dialogo con le autorità civili del Paese. Tale dialogo sarà sorretto dall’apporto che la Chiesa con sincerità intende offrire affinché il bene della società cresca. La Chiesa esprime ed attesta il suo desiderio di disponibilità a cercare risoluzioni eque ai problemi esistenti, mentre vuole dissipare preoccupazioni o diffidenze sulla natura della sua missione.

Si comprendono bene le delicate situazioni in cui la Chiesa cattolica da voi è chiamata a svolgere il suo ministero, tanto a livello federale che locale. Tuttavia ciò non toglie che si debba proseguire lo sforzo di impegnarsi seriamente insieme, su questioni di comune interesse. Ciò è tanto più necessario ed opportuno, quanto più la presente situazione sembra fare appello con urgenza alla buona volontà di tutti, per percorrere efficacemente le vie migliori del progresso sociale e morale di tutto il Paese.

5. Non ci nascondiamo quanto il momento attuale sia delicato anche per la vita religiosa delle comunità cristiane in se stesse.

Come ha indicato il signor Cardinale Kuharic, accanto all’infittirsi nella vita pubblica di una mentalità e di una proposta educativa protesa ad escludere il posto di Dio e della religione nelle coscienze, insorge più prepotente un concetto di progresso e di sviluppo ridotto al senso economico e tecnico, che vede nel conseguimento delle ricchezze private e di mezzi di consumo la sua unica finalità. Tale tendenza, come l’esperienza insegna, se non è corretta da un intendimento morale e da una concezione veramente umana del bene dell’uomo, diviene presto un pericolo ed un ostacolo per l’autentica felicità “La ricerca esclusiva dell’avere diventa così un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza” (Pauli VI, Populorum Progressio, 19).

Giustamente ci accora, come maestri di vita cristiana, il costatare che accanto al conseguimento del benessere o al desiderio di raggiungerlo in ogni modo, si estende un preoccupante disfacimento di alcuni valori che toccano prevalentemente la famiglia: l’abbandono della celebrazione sacramentale del matrimonio, il moltiplicarsi delle separazioni coniugali, l’impressionante quantità degli aborti, un progressivo e grave senso di nichilismo verso i valori morali.

Di fronte a questi problemi merita un vivo apprezzamento, la cospicua e tenace fedeltà alla missione di Pastori. Mi conforta la vostra unità di propositi e di interventi, ma è motivo soprattutto di consolazione la vostra fedeltà alla Sede di Pietro, la adesione dei vostri sacerdoti, dei religiosi, delle religiose alle direttive del magistero, l’affetto tanto spesso testimoniato dai fedeli alla persona ed al ministero del romano Pontefice. Le vostre comunità ecclesiali si distinguono nell’impegno e nell’attaccamento alla Chiesa. Per questo sarebbe desiderio mio ed anche vostro poter confortare di persona le vostre diocesi per confermare ogni fedele nel cammino di testimonianza e nello spirito dell’unità.

6. Desidero, altresì, esortarvi tutti ad una sempre maggiore intesa fra di voi. L’unione tra i Vescovi sia ancora più sorretta e più vivamente manifestata attraverso il ruolo e l’attività che può svolgere la Conferenza Episcopale e le consultazioni comuni che attraverso di essa saranno possibili. A tale proposito auspico che i nuovi statuti accolgano con realismo le aspirazioni di tutti i Vescovi delle singole nazionalità, ben sapendo che nell’intero territorio si vivono situazioni tanto differenti.

Le condizioni proprie delle vostre Chiese particolari sottolineano la necessità che tra i Vescovi e i sacerdoti vi siano concrete espressioni di dialogo, di vicinanza reciproca. Il presbiterio deve dimostrarsi una comunità di cui il Vescovo è padre capace di seguire con sollecitudine i singoli presbìteri, ascoltarli come aiutanti e consiglieri, favorire la loro vita spirituale ed intellettuale, risolvere i loro problemi con vero affetto apostolico. Ciò comporterà nel clero rispondenza e disponibilità a condividere, con serena obbedienza, le proposte pastorali d’assieme. In tale spirito di familiare condivisione, sarà più facile instaurare quella prontezza al servizio delle anime che talvolta richiede sacrificio e spirito di umiltà e di rinuncia.

A tale esigenza di unità attorno al Vescovo debbono essere sensibili anche i religiosi che operano nella pastorale diretta. Nonostante tradizioni gloriose ed importanti realizzazioni attuate da ordini e comunità religiose in un dato territorio, non sarebbe giustificata un’azione indipendente dalle direttive dell’intera diocesi. La visione ecclesiologica nella quale si esprime ogni intrapresa per il bene delle anime richiede vera comunione intorno al Vescovo (cf. Codex Iuris Canonici can. 678).

In tale contesto si inserisce anche il prezioso servizio delle religiose nei campi della carità, della catechesi, dell’apostolato nonché nei settori dell’educazione della gioventù e della promozione sociale della donna.

7. Nell’ordine delle priorità per il futuro apostolato dovrà certamente trovare singolare posto lo sviluppo della pastorale giovanile. È un fatto che avete segnalato con tristezza: molti giovani dopo il sacramento della Cresima lasciano la pratica religiosa. Ciò è dovuto a tanti fattori, non ultimi quelli del contesto educativo dentro il quale essi compiono i passi decisivi verso l’età adulta. Tuttavia sarà importante rivedere il posto della catechesi, le sue forme, la sua incidenza nella vita dei giovani. Un aggiornamento in tal senso si impone, affinché il messaggio cristiano trovi opportuna corrispondenza nel progetto di vita di tanti giovani.

8. Desidero, infine, incoraggiare ogni vostra iniziativa volta a trovare passi giusti per il dialogo ecumenico, che nelle vostre terre risente di peculiari difficoltà. L’animo apostolico che vi sorregge vi aiuterà, con la grazia dello Spirito Santo insistentemente invocato, ad escogitare momenti d’incontro, occasioni di scambio circa problemi comuni a tutti i credenti. Di fronte, specialmente, all’ateismo ed al degrado morale incombente è ovvio che esistono spunti comuni di lavoro per operare nelle coscienze e per indicare la via da percorrere al fine di salvare i valori fondamentali per tutte le confessioni religiose.

9. Ho voluto sottolineare alcuni obiettivi della vita ecclesiale nel territorio jugoslavo, per manifestarvi soprattutto con quanto affetto ed attenzione io segua il vostro ministero e condivida le vostre premure.

Voglia il Signore, per l’intercessione dei santi Pietro e Paolo e di tutti i santi che hanno nei secoli reso gloria a Dio nella vostra Patria, per intercessione soprattutto della Vergine Maria, tanto amata e venerata in innumerevoli vostri santuari, fortificare le strutture pastorali delle diocesi, aumentare le vocazioni sacerdotali e religiose, sostenere la forza della fede nel vostro popolo. Auspico che nell’esercizio delle vostre responsabilità, faticose ed esaltanti ad un tempo, possiate contare sempre nella vigorosa e sicura azione della grazia divina, mentre a tutti voi, ai sacerdoti, ai religiosi ed ai fedeli affidati alle vostre cure imparto di cuore la benedizione apostolica.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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