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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA,
FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DELLA «SOCIETÀ PAAVISIKIVI»
NELLA SALA DEI CONCERTI DELLA «FINLANDIA HALL»*

Helsinki (Finlandia) - Lunedì, 5 giugno 1989

 

Signor Presidente, eccellenze, signore e signori.

1. Vorrei ringraziarvi, signor Presidente, per le gentili parole di benvenuto. Sono felice di salutare tutti voi, membri dei questa prestigiosa “Società Paasikivi”, i diplomatici e le eminenti personalità che onorano con la loro presenza questo incontro. La mia venuta a questa “Finlandia Hall”, è una risposta al vostro cordiale invito e desidera manifestare ancora una volta il forte appoggio della Santa Sede al processo che ha avuto inizio proprio in questo luogo l’1 agosto 1975 alla conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa.

Il documento finale di Helsinki, firmato da tutti gli Stati d’Europa insieme con il Canada e gli Stati Uniti, deve essere considerato come uno degli strumenti più significativi del dialogo internazionale. In quell’occasione tutti i trentacinque paesi firmatari arrivarono ad un accordo su un fatto fondamentale, vale a dire che la pace non è sicura quando le armi tacciono; piuttosto la pace è il risultato della cooperazione degli individui da una parte e delle società stesse dall’altra, e il risultato anche del rispetto di alcuni imperativi etici.

I famosi “dieci principi” che aprono il documento finale di Helsinki costituiscono la base sulla quale i popoli d’Europa, che sono stati per anni vittime di così tante guerre e divisioni, desiderano ora consolidare e preservare la pace, in modo tale da permettere alle generazioni future di vivere in armonia e nella sicurezza.

2. Gli autori del documento finale hanno compreso chiaramente che la pace sarebbe molto precaria senza una cooperazione tra le nazioni e tra i singoli, senza una migliore qualità della vita e senza la promozione dei valori che gli Europei hanno in comune. Ecco la ragione per cui tra quei dieci principi il settimo parla di “rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, comprese le libertà di pensiero, di coscienza, di religione o di credo”. Inoltre, nel terzo paragrafo, inserito per l’iniziativa della Santa Sede, si legge che gli Stati aderenti, cito: “riconoscono e rispettano la libertà dell’individuo di professare e praticare, solo o in comune con altri, una religione e un credo, agendo secondo i dettami della propria coscienza”.

Nel sottolineare il rispetto per la libertà religiosa tra i fondamenti della pace in Europa, il documento finale non soltanto è rimasto fedele all’eredità spirituale europea, permeata fin dalle origini dal messaggio cristiano, ma ha messo in evidenza la convinzione della Chiesa cattolica - e di molti altri credenti - che il diritto dei singoli e delle comunità alle libertà sociali e civili in materia di religione è uno dei pilastri che sorreggono l’edificio dei diritti umani.

Eccellenze, signore e signori: nella conferenza di Helsinki i negoziatori hanno riaffermato il principio che i credenti che si sentono discriminati a motivo della loro fede non possono partecipare con pienezza alla costruzione della società nella quale vivono. Quando vengono represse la libertà e i diritti umani fondamentali, l’armonia sociale di un’intera nazione ne viene in qualche modo turbata. Di conseguenza, è il lavoro per la pace ad essere ostacolato.

Ma gli autori del documento finale hanno anche compreso un’altra dimensione della libertà religiosa, sulla quale la delegazione della Santa Sede non ha mancato di insistere tutte le volte che la circostanza lo richiedeva: la dimensione “sociale” della pratica religiosa. Al di sopra e al di là della libertà di “culto”, l’appartenenza ad una comunità di fede presuppone contatti e incontri tra le persone che professano la stessa fede. È proprio alla luce di questa considerazione che si dovrebbe leggere il seguente paragrafo del terzo “canestro” dedicato ai contatti umani: i firmatari “confermano che i culti religiosi e le istituzioni ed organizzazioni religiose, operanti nel quadro costituzionale degli Stati partecipanti, ed i loro rappresentanti possono, nell’ambito della loro attività, avere fra loro contatti e incontri, nonché scambiare informazioni”.

3. Desidero ricordare che nell’invocare una sempre più efficace libertà di pratica religiosa di questo tipo, la Santa Sede ha sempre preso in considerazione le opinioni degli altri cristiani e delle altre denominazioni non cristiane. Non c’è stata penuria di consultazioni e molte famiglie spirituali separate dalla Chiesa cattolica hanno espresso il loro appoggio a questa maniera nuova di affrontare il problema. Hanno anche assicurato efficacemente che le idee sviluppate durante le consultazioni di Helsinki e di Ginevra avrebbero trovato una reazione favorevole tra i responsabili dei loro paesi.

Durante i numerosi incontri che si sono susseguiti nella scia dell’accordo di Helsinki, la Santa Sede si è sempre preoccupata di dimostrare a tutti i delegati in che misura un libero ed efficace esercizio della pratica religiosa contribuisca al rafforzamento della sicurezza e della cooperazione tra i popoli, e ha anche identificato penosi casi di totale negazione della libertà religiosa alle comunità cattoliche di rito orientale che hanno addirittura perso il diritto di esistere all’interno delle nuove strutture politiche e giuridiche del periodo post-bellico.

Alla luce del divario tra i principi affermati e i gravi ostacoli che alcune comunità di credenti in Europa hanno di fronte, mi è sembrato opportuno, pochi mesi prima dell’inizio del secondo seguito alla riunione di Madrid, di scrivere a tutti i capi di Stato di tutti i paesi firmatari di aiutare i negoziatori a definire la libertà religiosa in modo più preciso, di considerarla in tutte le sue dimensioni, e specialmente di mettere in evidenza il contributo che la libertà religiosa può offrire al mantenimento della pace e alla cooperazione tra i popoli. Signore e signori, sono felice di comunicarvi che alcuni di questi prestigiosi capi di Stato non soltanto furono così gentili da rispondermi ma espressero anche la loro adesione al tenore del mio messaggio. Quel messaggio era in armonia con la dichiarazione sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II, che afferma con chiarezza che una corretta applicazione del principio della libertà religiosa aiuta anche ad educare i cittadini a riconoscere le istanze dell’ordine morale così che “nell’agire seguano le loro iniziative e godano di una libertà responsabile, non mossi da coercizioni bensì guidati dalla coscienza del dovere” (Dignitatis Humanae, 8).

Come ricorderete, a Madrid fu possibile inserire nel documento conclusivo il seguente paragrafo: “Gli Stati partecipanti riaffermano la loro volontà di riconoscere, rispettare e avanzare azioni comuni necessarie per assicurare la libertà del singolo di professare e praticare, da solo o in comunità con altri, il proprio credo o la propria religione, agendo in accordo con i dettami della propria coscienza. In questo contesto consulteranno, ogni qualvolta sarà necessario, le diverse fedi religiose, le istituzioni e le organizzazioni, che operano all’interno della struttura costituzionale dei loro rispettivi paesi”. Tali contatti sono sempre positivi e ho ritenuto opportuno, come qualcuno ricorderà, di riproporli quando mi sono recato in visita alla sede delle Nazioni Unite, il 2 ottobre 1979.

Il documento di Madrid pone anche il problema di una corretta collocazione legale delle fedi religiose, delle istituzioni e delle organizzazioni che la richiedono e che sono pronte a praticare la loro fede all’interno della struttura costituzionale relativa. Stabilisce inoltre che gli Stati sono decisi a facilitare l’attività e i contratti tra le varie comunità e i loro delegati nella sfera della loro attività spirituale. Questo tema è stato affrontato ancora più nei dettagli nella riunione di esperti sui contatti tra i popoli, svoltasi a Berna nel 1983.

È confortante poter affermare che alcune idee si sono fatte strada, nonostante serie difficoltà che ancora esistono in alcuni paesi. Penso specialmente a quelle comunità cattoliche obbligate a vivere un’esistenza clandestina; ai giovani che vengono discriminati durante i loro studi e le loro carriere a causa del loro credo religioso; e a quelle diocesi private dei loro Vescovi. Fortunatamente, almeno a livello di principi, si sono già fatti dei progressi nella riunione di Ottawa del 1985, dedicata al tema dei diritti umani, e ai dibattiti del forum culturale svoltosi in quello stesso anno a Budapest.

4. Quando nel novembre del 1986 la terza grande riunione che seguiva la conferenza si aprì a Vienna, fu chiaro che la maggior parte delle delegazioni non si sarebbero accontentate di una nuova stesura del documento finale o del documento di Madrid. Cercavano di fare un salto qualitativo: un testo preciso, con impegni concreti. L’opinione pubblica aveva infatti compreso che il processo messo in moto a Helsinki non significava soltanto consolidare i principi ma porre rimedio a situazioni che non potevano essere giustificate.

Nella sfera della libertà di coscienza e di religione i negoziatori cominciarono da due premesse. La prima era che la costituzione di tutti i paesi rappresentati garantiva ai loro cittadini la libertà religiosa. La seconda era che nella pratica questa è la libertà fondamentale più frequentemente violata.

Come sapete, questo fu l’inizio di quello che sicuramente fu il più fruttuoso dibattito sulla libertà religiosa all’interno della conferenza. Per mesi, le delegazioni riuscirono a spiegare in che modo i loro governi mettevano in pratica le decisioni prese ad Helsinki e a Madrid. Da parte sua, la delegazione della Santa Sede fu in grado di fornire spiegazioni e di volta in volta di correggere alcune valutazioni eccessivamente ottimistiche dei fatti. È sorprendente notare l’interesse suscitato dall’argomento. Quattro “proposizioni” furono elaborate da differenti gruppi di paesi - inclusa la Santa Sede - in vista della stesura del documento conclusivo.

Voi già conoscete bene il testo che è stato adottato a Vienna lo scorso gennaio. Da molti punti di vista, e particolarmente in questo campo che più suscita il nostro interesse, in questo momento rappresenta un progresso significativo. La perseveranza dei negoziatori e alcuni sviluppi positivi, nei paesi dell’Europa centrale e orientale hanno reso possibile questo soddisfacente risultato.

Troviamo nel documento di Vienna una serie di misure che mirano ad assicurare un più libero esercizio della libertà religiosa. Voglio soltanto dare una breve indicazione dei provvedimenti più importanti:
- libero accesso ai luoghi di culto;
- il diritto delle comunità di organizzazione secondo la propria struttura gerarchica;
- una prontezza ad entrare in consultazioni con fedi e organizzazioni religiose per ottenere una migliore comprensione delle loro richieste;
- il diritto di dare e ricevere una educazione religiosa;
- il diritto di ottenere, possedere e utilizzare materiale religioso necessario per la pratica della religione;
- l’accesso dei credenti ai mezzi di comunicazione;
- la possibilità per i credenti e per le comunità di mantenere contatti diretti fra di loro sia nel proprio paese che all’estero.

Questi sono i provvedimenti concreti adottati dai responsabili di trentacinque nazioni e per i quali essi risponderanno di fronte ai loro cittadini. Infatti, qui sta l’originalità del documento finale e dei documenti di Madrid e di Vienna: coloro che li approvano si assumono una serie di obbligazioni non soltanto rispetto agli altri Stati ma anche di fronte ai loro cittadini, ai quali questi documenti riconoscono diritti ben precisi.

Si può dire che il modo in cui questi impegni sono applicati e messi in pratica costituirà una “prova” di sviluppo o di stagnazione. Alcuni paesi dovranno persino modificare le loro legislazioni in materia di libertà religiosa per renderle conformi a questi testi. Infatti il documento di Vienna specifica che gli Stati partecipanti devono prendere iniziative per assicurare che le leggi e le loro politiche corrispondano effettivamente alle misure adottate all’interno della struttura della conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa (cf. Principles, n. 3). A Vienna furono adottate delle procedure di verifica nel campo dei diritti umani, che permetteranno di esercitare una vigilanza ancora maggiore nel futuro. Un contributo a questo problema dovrebbe venire dalla riunione sulla dimensione umana della conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa, che è ora in corso a Parigi.

5. Eccellenze, signore e signori: ho evidenziato i più importanti sviluppi degli ultimi quattordici anni all’interno della struttura della conferenza sul problema della libertà religiosa. In un certo senso si può affermare che il “canale” sempre aperto rappresentato dal processo di Helsinki ha permesso alle “forze dello spirito” di anticipare in una qualche misura la distensione politica di cui siamo stati testimoni negli ultimi mesi. Le idee seminate con pazienza sono giunte a maturazione. Dobbiamo ringraziare tutti coloro che hanno aiutato questo lento processo dal quale osiamo aspettarci frutti ancora più abbondanti!

La libertà religiosa è divenuto un tema comune all’interno del contesto degli affari internazionali. Il problema è divenuto parte della cultura del nostro tempo, poiché i nostri contemporanei hanno imparato molto dagli eccessi del passato recente, e hanno capito che credere in Dio, praticando la religione e unendosi agli altri nell’esprimere la propria fede, è una speciale espressione di quella libertà di pensiero e di espressione che ha origine non da una concessione elargita dallo Stato ma dalla dignità stessa della persona umana.

Certamente si potrebbero trovare delle formule più complete e si potrebbe sperare in restrizioni legali meno accentuate. Almeno per il momento, comunque, la norma dell’unanimità all’interno della conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa, così come le differenze ideologiche, rendono impossibile ottenere dei risultati completamente soddisfacenti.

In ogni caso gli sviluppi di questi ultimi anni, e i progressi fatti nella stesura dei vari testi emanati dalla conferenza, dimostrano sempre più chiaramente che la libertà religiosa può esistere in differenti sistemi sociali. Ciò che le Chiese chiedono è che alla vita religiosa non venga negata la libertà della quale ha bisogno. Ciò che lo Stato deve garantire, come indica la dichiarazione sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II, è la protezione di questa libertà per tutti i suoi cittadini attraverso leggi giuste e assicurando condizioni favorevoli allo sviluppo della vita religiosa (cf. Dignitatis Humanae, 6). L’idea che la religione sia una forma di alienazione non è più di moda perché, fortunatamente, i capi delle nazioni e i popoli stessi hanno capito che i credenti costituiscono un fattore potente a favore del bene comune. Odio e fanatismo non possono trovare alcuna giustificazione tra coloro che chiamano Dio “Padre nostro”. Chi infatti potrebbe negare che il comandamento della carità, del perdono e della cura per gli abbandonati - tutto questo si trova al centro del messaggio di molte famiglie spirituali - costituisca un patrimonio incalcolabile per la società? Ad ogni modo questi sono tra i valori che i cristiani devono offrire, quale loro specifico contributo alla vita pubblica e internazionale. Inoltre, proprio dal fatto che essi provengono da tutte le classi sociali, da tutte le culture e nazioni, i membri di denominazione religiose costituiscono una forza efficace per l’opinione e la cooperazione tra i popoli.

6. Aiutiamo l’Europa a scoprire le sue radici, ad identificarsi più da vicino con il suo passato. D’altra parte la vita religiosa non è minacciata soltanto da restrizioni vessatorie; può essere anche minacciata dalla diffusione di falsi valori - come l’edonismo, la ricerca del potere e l’avidità - che stanno compiendo grandi progressi in vari paesi e che in pratica minano le aspirazioni spirituali di un grande numero di persone. Ecco perché è di vitale importanza per i credenti essere in grado di partecipare liberamente al dibattito pubblico e presentare così un’altra visione del mondo - quella ispirata dalla loro fede. In questo modo essi contribuiscono alla crescita morale della società in cui vivono. Le nazioni europee hanno sempre più acquisito la consapevolezza che un franco confronto di idee e di convinzioni è stato una condizione indispensabile del loro sviluppo globale. Per questa ragione l’Europa e il mondo possono a buon diritto aspettarsi dalle religioni un efficace contributo alla ricerca della pace.

Ad Helsinki, una città situata geograficamente al crocevia di così tante correnti umane, le parti interessate al documento finale decisero di far sì che i popoli d’Europa imparassero le lezioni del loro passaggio e si impegnassero per una maggiore unità nell’imminenza dell’anno duemila. Il mondo guarda a questo continente, che ha ancora un grande potenziale e che sarà, ne sono sicuro, così pronto nel futuro come nel passato a condividere con il resto del mondo i valori che lo hanno formato.

Signor Presidente, eccellenze, signore e signori: è con ardente speranza, che io mi congedo da voi. Ma prima di concludere, permettetemi di dire che nel nobile compito di portare a termine il processo di Helsinki la Chiesa cattolica non mancherà di essere accanto a voi, al vostro fianco, in quel modo discreto che caratterizza la sua missione religiosa. Essa è infatti convinta della validità dell’ideale incarnato qui quattordici anni fa in un documento che per milioni di Europei è più di un documento finale: è un “atto di speranza!”.


*L'Osservatore Romano 7.6.1989 p. 4.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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