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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI
MARONITI IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»
Sabato, 24 giugno 1989
Beatitudine e cari fratelli nell’Episcopato della Chiesa maronita.
1. Vi
accolgo con particolare affezione, in occasione del vostro pellegrinaggio alle
tombe di Pietro e di Paolo, principi degli apostoli, modelli e intercessori per
tutto il Collegio Episcopale. La vostra presenza a Roma in questi giorni rende
ancor più fervente la mia preghiera quotidiana per il vostro popolo sofferente,
per questa amatissima terra legata alle origini del cristianesimo, oggi
straziata.
Nel
salutare le vostre persone, il successore di Pietro desidera dire a tutti i
membri della Chiesa maronita che sono vicini al suo cuore, che hanno la stima e
l’amicizia di tutta la Chiesa cattolica. Beatitudine e cari fratelli: portate ai
Vescovi che non hanno potuto venire, ai sacerdoti, ai religiosi e alle
religiose, ai laici delle vostre diocesi, e anche ai vostri fratelli di altri
riti, il messaggio di solidarietà fraterna del Papa e di tutta la Chiesa, con
l’incoraggiamento a restare saldi nella fede, a continuare a lavorare per la
pace nella speranza fondata sulle promesse del Signore.
Lo stesso
messaggio di solidarietà del Papa, ve lo affido per tutti i Libanesi, quelli che
portano con noi il nome di cristiani o quelli che hanno in comune con noi la
fede nel Dio unico e onnipotente. Auspico che tutti si impegnino con coraggio e
perseveranza per la pace e il bene del vostro Paese, senza mai perdere la
speranza.
So che i
Libanesi non considerano come un conflitto di carattere religioso la guerra da
cui sono provati da tanti anni: la pluralità di appartenenze religiose che
caratterizza la regione è stata vissuta per lungo tempo in una convivenza molto
ricca. Non è pensabile che, in nome della fede in Dio, si possa giungere a
causare tante sofferenze e a mettere in pericolo l’esistenza stessa di un Paese.
2.
Beatitudine, a nome dei Vescovi e dei fedeli maroniti, voi avete voluto
rivolgermi parole di gratitudine per i passi da me compiuti a favore del Libano,
dal momento che condivido la vostra pena di veder continuare la terribile guerra
che distrugge il vostro popolo. Come potrei non levare la mia voce, quando mi
giunge l’eco di tante sofferenze ingiuste e l’immagine del sangue innocente così
crudelmente versato?
Appena un
mese fa, ho partecipato a numerosi capi di Stato la mia inquietudine davanti ai
mali che continuano a travagliare il vostro popolo e davanti alla drammatica
situazione che impedisce di affrontare liberamente e senza paura l’avvenire
della Patria.
In questi
anni dolorosi, alle debolezze e alle incertezze dei Libanesi, ad una situazione
generale difficile, si sono aggiunte o imposte delle ingerenze e degli
interventi armati non libanesi. Lo ripeto ancora qui: è dovere dei paesi della
regione e di tutta la comunità internazionale di agire concretamente per metter
fine a questo processo di distruzione e per aiutare lealmente i Libanesi di
buona volontà a riattivare il dialogo per stabilire il libero funzionamento
delle istituzioni dello Stato e ricostruire una società fondata sull’uguaglianza
dei diritti e sui principi di una convivenza democratica.
Apprezzo
vivamente e incoraggio caldamente le iniziative attualmente in corso, e spero
che riceveranno accoglienza positiva da parte delle parti direttamente
interessate e il sostegno internazionale necessario.
3. In
questo periodo, la vostra visita “ad limina” acquista un significato
particolare. Saluto il coraggio e lo spirito di fede che vi animano nello
svolgimento di questo compito ecclesiale. Auspico che il vostro pellegrinaggio
sia per voi una fonte di ispirazione di nuova energia nella vostra missione.
Questa fonte, in realtà, è la fede in Cristo. Gli apostoli e i martiri hanno
vissuto e sono morti per essa. La fede in Cristo vincitore del male è il centro
stesso del mistero cristiano. Essa proietta la sua luce su quanto di oscuro c’è
nella nostra storia personale e in quella delle nostre comunità. Con la Croce
Cristo ha salvato il mondo. Dal suo fianco squarciato scorre il sangue e l’acqua
che vivificano il mondo. Dalla sua tomba egli si è levato la mattina di Pasqua,
primogenito tra i morti. Quando la stessa sopravvivenza di un popolo e di una
Chiesa ci sembrano in pericolo estremo e a giudizio umano la soluzione ci pare
irraggiungibile, il nostro sguardo di fede può essere rischiarato solo dal
mistero pasquale della Redenzione, da cui la Chiesa trae la sua sola ragion
d’essere.
Cari
fratelli, la Chiesa maronita di cui avete la cura pastorale, è oggi chiamata a
rafforzare la sua coesione fraterna appoggiandosi alla presenza fedele del
Salvatore nelle membra sofferenti del suo Corpo. Con la preghiera di ciascuno,
con la celebrazione comune dei misteri della fede, con l’amore fraterno più
forte di ogni altro sentimento, rinsaldate l’unità delle vostre comunità
ecclesiali. Voi siete gli eredi di un antico patrimonio spirituale, voi
costituite una pianta preziosa nella vigna dell’Oriente cristiano, amata dal
Signore e da tutti rispettata. I vostri antenati, nella loro tenacia, hanno
forgiato nobili tradizioni. Voi avete il compito di approfondirle nuovamente di
fronte alle tribolazioni della storia.
Oggi, fa
parte della vostra missione saper incoraggiare e sostenere i fedeli della vostra
Chiesa e tutti i vostri connazionali di buona volontà. Aiutateli a vincere la
tentazione dell’odio, della vendetta e delle rappresaglie, e superare gli
egoismi per intraprendere un dialogo sincero, sola via possibile per ricostruire
la vostra società e il vostro Paese.
4. È
necessario, nel momento attuale, che tutti i membri della Chiesa si sentano
coinvolti nella missione essenziale di essere i testimoni dell’amore di Cristo.
Occorre la collaborazione concertata dei Vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi e
delle religiose, dei laici con tutte le responsabilità da loro esercitate nella
Chiesa e nella società. Gli uni e gli altri, uniti nella preghiera e in una fede
rinnovata, uniti nelle strutture ecclesiali sempre da perfezionare, saranno
testimoni più credibili del messaggio di pace del Vangelo. Insieme voi potrete
rinnovare a tutta la società libanese il vostro appello e una ripresa della
convivenza fraterna che era ammirata molto al di là delle vostre frontiere.
Insieme, superando le divisioni e le divergenze dentro la comunità e tra i
gruppi, voi darete l’esempio del reciproco rispetto delle persone e delle loro
convinzioni, che è condizione prioritaria per la giustizia e la libertà. Sono
certo che il Sinodo patriarcale appena concluso ha dato indicazioni molto utili
in questo senso.
Conosco
anche le grandi preoccupazioni causate da una notevole emigrazione, sia per il
vuoto creato dalla partenza di molti fedeli sia per la cura di mantenere saldi
legami tra i maroniti sparsi nel mondo. Voi desiderate, giustamente, che essi
restino in vivo rapporto con la loro Chiesa madre e la loro Patria.
5. Nel
vostro Paese, la vita religiosa ha radici antiche; e nel passato è stato
importante il ruolo svolto dai centri monastici, nel dare un impulso spirituale
e intellettuale. Auspico che oggi gli ordini religiosi libanesi, maschili e
femminili, continuino e rinnovino, in piena armonia con l’Episcopato maronita,
il loro contributo alla testimonianza evangelica, soprattutto attraverso la
disponibilità che viene dall’osservanza fedele dei voti di castità, povertà e
obbedienza. In una Chiesa particolare, c’è sempre un posto privilegiato per i
religiosi e le religiose, contemplativi o apostolici. La loro convocazione li
chiama a dare l’esempio del perdono, ad essere costruttori di concordia e
testimoni evidenti della solidarietà nell’abnegazione. Sappiamo che noi contiamo
su di loro. Giovani numerosi si uniscano a loro nel noviziato; incoraggio il
loro desiderio di seguire Cristo nella consacrazione disinteressata alla
preghiera e al sostegno dei loro fratelli in tutte le forme di carità fraterna.
6. Voi
avete anche attualmente un grande numero di candidati al sacerdozio. Vedo in
questo un segno positivo: questi giovani sono araldi del fervore di un popolo
che si volge verso il Signore, rappresentano con la loro generosità un pegno di
speranza. Che voi possiate condurli alla vita sacerdotale, saldi nella fede,
devoti ai fedeli, instancabili artefici di unità e di pace nel nome di Cristo!
Desidero
rendere omaggio a tutti i sacerdoti delle vostre diocesi, alla loro
sollecitudine pastorale verso le comunità, in condizioni spesso precarie. E non
posso dimenticare i sacerdoti, libanesi e non, che, nel corso di questi lunghi
anni di guerra, sono caduti nello svolgimento del loro ministero ecclesiale e al
servizio dei loro fratelli, unendosi così alle migliaia di vittime innocenti che
piangiamo.
7. Non
posso oggi affrontare tutti gli aspetti della vita ecclesiale nelle vostre
diocesi, ma vorrei esprimere ancora il mio incoraggiamento in due campi. Per la
formazione dei giovani, la catechesi e la scuola, voi vi impegnate in modo molto
meritorio. Voi direte agli educatori, che restano disponibili nonostante le
condizioni spesso al limite del sopportabile, quanto il Papa apprezzi la loro
dedizione e quanto sia importante il loro compito perché i giovani del vostro
Paese sviluppino le potenzialità ereditate, le loro qualità, la loro
disposizione all’intesa fraterna con gli amici di altri gruppi sociali e
religiosi. Sia sul piano dell’educazione religiosa propriamente detta sia su
quello dell’educazione in generale, auspico che il contributo dei vostri fedeli
continui ad essere grande e di qualità come nel passato.
I giovani
di oggi potranno così dare, in questo Libano vivo che tutti speriamo, il
contributo responsabile di un lavoro di valore per la vita politica, economica e
sociale. Lo faranno mostrandosi fedeli ai principi cristiani fondamentali e nel
pieno rispetto della dignità e dei diritti dei loro connazionali.
8. Le
sofferenze provocate dagli eventi di questi ultimi quindici anni hanno
rafforzato tra voi il senso dell’aiuto vicendevole, tradizionalmente vivo nelle
vostre famiglie. La Caritas libanese, altre organizzazioni, delle iniziative
spontanee hanno messo in atto dei tesori di carità veramente fraterna. Molti
figli del Libano danno in questo un esempio forse sconosciuto all’estero;
desidero quindi rendere loro omaggio. E auspico che essi continuino la loro
azione verso i feriti, verso i colpiti dai lutti, quelli che la guerra ha
privato di tutto, quelli che hanno dovuto lasciare terre e case, quelli che
l’insicurezza ha reso deboli. E non manchi il sostegno concreto dei cristiani
dei paesi più fortunati!
9.
Beatitudine e cari fratelli nell’Episcopato: la vostra visita “ad limina” mi dà
l’opportunità di confermarvi tutto il mio appoggio, di cuore, nella vostra
missione. Attraverso di voi, con tutti i membri delle vostre comunità, la Chiesa
maronita continua ad essere presente nella società libanese, ad onorare la
tradizione di san Marone, di san Charbel, della beata Rafqa e di tanti altri
servi di Dio che illuminano la vostra storia. Il ritorno alla pace, tanto
desiderata noi lo speriamo, noi lo domandiamo nella preghiera, noi supplichiamo
tutti coloro che possono contribuirvi seguendo la loro coscienza. Poiché si
tratta di salvaguardare i diritti essenziali di uomini e donne legati alla loro
terra, alla loro eredità spirituale e alle loro tradizioni culturali. Si tratta
di salvaguardare delle libertà fondamentali, a cominciare da quella di vivere,
di essere rispettati nel proprio credo e nei rapporti umani più radicati nella
persona.
Il Signore
doni alla Chiesa maronita, ai suoi Pastori, al suo clero, ai suoi religiosi e
alle sue religiose, ai suoi fedeli il conforto della sua grazia, la forza della
fede e della speranza, l’ardore dell’amore di Cristo! Invocando gli apostoli
Pietro e Paolo, i santi del vostro Paese e nostra Signora del Libano, prego Dio
onnipotente e misericordioso di colmarvi delle sue benedizioni.
© Copyright 1989 - Libreria
Editrice Vaticana
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