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VISITA PASTORALE NELL’ARCIDIOCESI DI GAETA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I MARITTIMI, I PESCATORI E I PORTUALI
PRESSO IL PORTO COMMERCIALE DI GAETA

 Domenica, 25 giugno 1989

 

Carissimi fratelli e sorelle!

1. A tutti voi il mio saluto cordiale, insieme con una parola di ringraziamento al rappresentante della gente di mare, che ha nobilmente interpretato i comuni sentimenti.

In questa mia visita pastorale all’arcidiocesi di Gaeta non poteva mancare un incontro con voi, marittimi, pescatori e portuali, che siete parte attiva e laboriosa di questa città e della vicina Formia. Voi operate nel tratto di mare che viene a raccogliersi in questo golfo suggestivo, teatro di avvenimenti storici che hanno inciso profondamente, attraverso i secoli, sulla maturazione umana, culturale e religiosa del vostro popolo, ma anche sullo sviluppo commerciale ed economico di questo territorio.

Secoli di lotte, di calamità, di sofferenze hanno forgiato il vostro popolo temperandolo alla fatica e al sacrificio ed aprendolo a rapporti sociali contrassegnati da spirito di autentica solidarietà.

Il Papa è qui tra voi, per incoraggiarvi a perseverare nel vostro impegno personale e comunitario, dal quale dipende il futuro delle vostre famiglie e della vostra città.

2. Il mare, col quale la storia del vostro popolo è strettamente connessa, è - come ben sappiamo - una creatura di Dio, una manifestazione della grandezza di colui, che guida la vicenda di tutti noi nel corso del tempo. Ma la stessa immagine del mare, non sempre pacifica e serena, anzi a volte persino terrificante, serve anche a ricordarci le prove a cui Dio a volte ci sottopone, per saggiare la forza della nostra fede e la fermezza della nostra speranza. Noi sappiamo, tuttavia, che non c’è tempesta della vita da cui Dio non possa salvarci, per ricondurci al porto della sicurezza e della pace.

Con i suoi mutevoli aspetti, il mare ci ricorda, dunque, che la nostra città necessita di una guida e di un sostegno che ci accompagnino attraverso i marosi dell’esistenza. Torna alla mente la suggestiva pagina evangelica, che presenta i discepoli sulla barca con Gesù in mezzo al mare: “Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; e Gesù dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: Salvaci, Signore, siamo perduti! Ed egli disse loro: Perché avete paura, uomini di poca fede? Quindi levatosi sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia” (Mt 8, 23-26).

La scena non abbisogna di commento: Gesù è il vero Signore della storia; lui è il dominatore degli eventi, che dipendono in ogni momento dalla sua volontà onnipotente. Lui può orientare e sostenere la navicella della nostra esistenza anche nei momenti più difficili e bui.

3. A questo proposito, è bello e confortante richiamare che, non molto distante da questo luogo, si trova la “Montagna Spaccata”. Secoli orsono, secondo la tradizione, si staccò un enorme masso dalla roccia e, precipitando, restò incastrato nella fenditura centrale: là fu ricavata una chiesetta, sospesa sull’abisso, dove il mare fa rivolgere le onde in un vortice impressionante. Quella chiesetta, dedicata a Gesù crocifisso, sia per voi un punto di riferimento nella esistenza quotidiana, nella vostra vita familiare e nel vostro lavoro. Nei pericoli e nei rischi, in cui potete trovarvi lavorando sul mare, esposti alle incognite che esso riserva, nelle difficoltà che incontrate nella vostra vita personale, nell’educazione dei figli, nei rapporti di lavoro, sia il Cristo crocifisso a sostenere il vostro coraggio e ad ispirare le vostre decisioni di uomini retti ed intrepidi.

A voi gente di mare, alle vostre preoccupazioni, alle vostre fatiche ben si addice quello che scrissi nella lettera enciclica Laborem Exercens: “Il sudore e la fatica, che il lavoro necessariamente comporta nella condizione presente dell’umanità, offrono al cristiano e ad ogni uomo, che è chiamato a seguire Cristo, la possibilità di partecipare nell’amore all’opera che il Cristo è venuto a compiere. Questa opera di salvezza è avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di Croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità. Egli si dimostra vero discepolo di Gesù portando a sua volta la croce ogni giorno nell’attività che è chiamato a compiere” (Laborem Exercens, 27).

4. Questa visione cristiana del lavoro, lungi dall’affievolire la consapevolezza della intrinseca dignità dell’uomo e della legittimità delle sue giuste rivendicazioni, contribuisce invece a rafforzarla nel suo nucleo più profondo e più vero.

La Chiesa ricorda costantemente, oltre ai doveri dei lavoratori verso la società, quelli della società verso l’uomo che lavora. Nonostante il conclamato riconoscimento dei diritti di ogni lavoratore, anche oggi non è raro, infatti, il caso di patenti violazioni delle aspettative fondamentali di intere categorie del mondo del lavoro.

Proprio per questo la Chiesa non si stanca di sottolineare la necessità di una “civiltà del lavoro” e di ciò che ne è il fondamento e l’anima: la solidarietà sociale. Non vi può essere una civiltà del lavoro quando manchi la solidarietà verso tutti coloro che prendono parte ai processi economici in vista del bene comune, di quel bene, cioè, che non si risolve in un’entità astratta o impersonale, ma che investe l’interesse reale di tutte le persone, solidalmente perseguito dall’intera comunità. La Chiesa proclama che obiettivo prioritario dell’economia è lo sviluppo integrale dell’uomo, in condizioni tali che la vita professionale sia compatibile con l’accrescimento personale di ciascuno e con la sua vita familiare.

5. In questa prospettiva è vostro diritto esigere che la vostra attività lavorativa non vi impedisca di adempiere ai vostri doveri religiosi. Occorre fare in modo che gli impegni professionali risultino compatibili con la santificazione del lavoro mediante l’assistenza alla santa Messa festiva, una normale vita sacramentale, l’attivo inserimento nelle vostre comunità ecclesiali.

L’“apostolato del mare” trova certamente anche qui a Gaeta fertili possibilità di azione. Amate e seguite i vostri sacerdoti, partecipate ai corsi di catechesi e di formazione familiare - lo raccomando specialmente ai giovani! -, offrite le vostre braccia anche a opere concrete di assistenza e di carità.

Con l’aiuto e l’intercessione di sant’Erasmo, patrono dei naviganti, tenete alto il tesoro della fede, che vi è stato tramandato gelosamente dai vostri genitori, dai vostri avi, la cui memoria è in benedizione. Siate “un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32), anche quando siete lontani da casa, nell’immensità del mare, per condividere tra di voi e i vostri cari ansie e tribolazioni, gioie e speranze.

Vi aiuti Maria, stella del mare, la Vergine Immacolata che è madre di Gesù e madre degli uomini, tanto venerata nella vostra arcidiocesi!

Carissimi, Cristo è con voi! Rimanete anche voi con lui! Qui sta il segreto della serenità e della pace, la pienezza della propria realizzazione come uomini e come cristiani.

A tutti, la mia affettuosa benedizione.  

Al termine dell’incontro con i lavoratori del mare, dopo aver guidato la recita della Preghiera del Marinaio e del Padre Nostro, il Papa rivolge ai presenti le seguenti parole di ringraziamento.  

Vi ringrazio per questa assemblea, per questa accoglienza. E ancora vorrei, approfittando di questo momento ufficiale, ringraziare per la possibilità di attraversare il mare del golfo di Gaeta con i nostri carissimi marinai e i loro superiori. Grazie per questa possibilità. È chiaro, se noi tutti Vescovi, e soprattutto il Vescovo di Roma, siamo successori degli apostoli, cioè dei pescatori, tutti dobbiamo non solamente rispettare le barche, il mare, i marinai, ma qualche volta dobbiamo camminare sulle onde. Pietro ha provato a camminare una volta direttamente sulle onde. Ma il modo normale di navigare sulle onde è questo: navigare. Vi ringrazio per questa navigazione.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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