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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALLA DELEGAZIONE
DEL PATRIARCATO ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI

Giovedì, 29 giugno 1989

 

Eminenza,
cari fratelli nel Signore.

La festa patronale della Chiesa di Roma mi dà nuovamente la gioia di ricevere una delegazione della Chiesa sorella di Costantinopoli. Ringrazio il mio fratello beneamato, il Patriarca Dimitrios I, di avervi inviato. Siate i benvenuti.

I santi e gloriosi apostoli Pietro e Paolo devono essere particolarmente onorati da questa Chiesa di Roma di cui sono i fondatori. Ma la Chiesa intera, edificata sul “fondamento degli apostoli e dei profeti” (cf. Ef 2, 20), si rallegra di questa solennità e, nella comune venerazione di questi due grandi apostoli, glorifica colui che li ha chiamati: “l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, Gesù” (Eb 3, 1). La vostra partecipazione alla nostra festa trova qui il suo profondo significato. In questi giorni, infatti, la Chiesa di Roma, la Chiesa di Costantinopoli e tutte le comunità cristiane che onorano la memoria degli apostoli sono insieme in pellegrinaggio alle sorgenti della fede che stanno nella testimonianza apostolica. E ogni anno, si compie uno stesso cammino spirituale quando una delegazione della Chiesa di Roma partecipa al Phanar alla festa dell’apostolo Andrea, il primo chiamato alla sequela di Gesù, fratello di san Pietro.

La vita dei due santi apostoli Pietro e Paolo, come noi la conosciamo dalle Sante Scritture, ci offre un tema di meditazione adatto a rafforzare la nostra speranza sia per la nostra vita personale che per la vita delle nostre Chiese e le relazioni tra loro in vista del ristabilimento della piena comunione. Dopo aver rinnegato per tre volte il Signore, Pietro, versate le lacrime del pentimento, lo ritrova risuscitato e si sente porre per tre volte la domanda fondamentale: “Mi ami tu?”. Basterà una triplice risposta affermativa perché egli sia confermato nel suo compito di guidare il gregge e perché egli segua Cristo fino a dare la sua vita per lui. Quanto a Paolo, proprio quando egli era “blasfemo, persecutore e violento” Cristo ne ebbe misericordia e lo chiamò al suo servizio. Diventerà anche lui un testimone fedele e, in forza della grazia che aveva sovrabbondato in lui (cf. 1 Tm 1, 14), verserà il suo sangue per Cristo. In questi ultimi tempi, la stessa grazia di misericordia è stata donata alle nostre Chiese, quando erano state indebolite per secoli dal dramma della divisione, “perché niente è impossibile a Dio” (Lc 1, 37). Al Signore che non cessa di darci fiducia, noi diciamo con Pietro: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo”. Come Paolo noi ci sappiamo “investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata e non ci perdiamo d’animo” (2 Cor 4, 1). Noi sappiamo di essere dei vasi di argilla che portano il tesoro del Vangelo della salvezza “perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4, 7).

Ecco, cari fratelli, la realtà della grazia nella quale si radica non solo il nostro incontro di oggi, ma anche il dialogo ecumenico tra le nostre Chiese che continua a dare dei frutti e si va approfondendo, così come tutti i contatti e la collaborazione che già esiste tra i fedeli cattolici e ortodossi. La celebrazione dei santi apostoli Pietro e Paolo illumina dunque in modo singolare tutto l’impegno messo in atto dalla Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa di Costantinopoli perché giunga il giorno in cui potremo condividere insieme la stessa Eucaristia, sacramento dell’unità del corpo di Cristo. Noi vediamo il Signore compiere in noi ciò che ha compiuto nella vita dei gloriosi apostoli che celebriamo. Noi crediamo che la sua potenza si manifesta nella nostra debolezza (cf. 2 Cor 12, 9) e che questa comunione che cresce tra noi coinvolge, in modo misterioso ma reale, tutta l’umanità nella realizzazione del disegno di Dio che la vuole riunita in lui attraverso Cristo. Questo si traduce e deve tradursi sempre più nell’impegno di ciascun fedele e di tutte le comunità cristiane per la giustizia e la pace nel mondo. Nessuna angoscia dell’uomo deve esserci estranea. E, ogni volta che sia possibile, noi dobbiamo dire insieme al mondo contemporaneo che la sua unità, la sua pace, la sua salvezza hanno la loro origine e realizzazione in Gesù Cristo.

Vi prego di trasmettere a mio fratello, il Patriarca Dimitrios, i miei sentimenti di fedele affezione fraterna nel Signore. Vi assicuro la mia preghiera perché, per l’intercessione degli apostoli Pietro e Paolo, l’abbondanza delle grazie divine sia accordata a ciascuno di voi e alle nostre Chiese.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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