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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PENITENZIERI DELLE PATRIARCALI BASILICHE ROMANE

Lunedì, 20 marzo 1989

 

1. Di gran cuore e con intima gioia vi accolgo in speciale udienza, carissimi prelati ed officiali della penitenzieria apostolica, insieme con tutti voi, membri ordinari e straordinari dei padri penitenzieri delle Basiliche patriarcali dell’“Urbe”, ordinari e straordinari. Nel rivolgere il mio fraterno saluto a lei, signor Cardinale penitenziere maggiore, e nel ringraziarla per il devoto indirizzo di omaggio, desidero esprimere subito la mia paterna riconoscenza ai frati minori conventuali, che prestano servizio nella Basilica Lateranense, ai frati predicatori della Basilica di santa Maria Maggiore, ai benedettini cassinesi della Basilica di san Paolo, ed inoltre a tutte le altre famiglie religiose, che mettono a disposizione loro membri come penitenzieri straordinari nella Basilica Vaticana, la quale, per il singolare concorso di tanti fedeli, ha maggiore necessità di confessori.

2. Già nella mia allocuzione del 30 gennaio 1981 alla penitenzieria e ai penitenzieri sottolineavo il dovere preminente dei sacerdoti di prestarsi con ogni generosità al ministero delle confessioni: dovere, a cui corrisponde lo stretto e inalienabile diritto dei fedeli. Tre anni dopo quell’incontro è stata pubblicata l’esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia, che tratta diffusamente dell’argomento.

Profitto di questa occasione per raccomandare vivamente ai sacerdoti di tutto il mondo di studiare con impegno, ma soprattutto di abbracciare con cuore apostolico le indicazioni di quel documento, che riflette le ansie e le speranze della Chiesa.

3. Nel presente incontro voglio piuttosto mettere l’accento sulla formazione del ministro del sacramento della Penitenza: com’è noto la riflessione teologica ha ben chiarito come, nel sacramento della Penitenza, il ministro agisca “in persona Christi”. Ciò gli conferisce una singolare dignità (che è anche un impegno morale e deve essere una sentita urgenza del suo spirito), conformemente alle mirabili parole di san Paolo: “Pro Christo . . . legatione fungimur tamquam Deo exhortante per nos: obsecramus pro Christo, reconciliamini Deo” (2 Cor 5, 20).

Vorrei anzi dire che, nel perdonare i peccati il sacerdote va in certo modo anche al di là del pur sublime ufficio di legato di Cristo: egli quasi raggiunge una mistica identificazione con Cristo. Insegna il Concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale Gaudium et Spes (Gaudium et Spes, 22), che il Figlio di Dio incarnato “humanis manibus opus fecit, humana mente cogitavit, humana voluntate egit, humano corde dilexit”. Questa umana operazione del Cristo redentore, specialmente quando “humano corde diligit”, deve essere oggi mediata in un modo tutto speciale dalla umanità del sacerdote confessore. E qui si tocca l’ineffabile mistero di Dio!

A Gesù che è Dio fatto uomo, il Padre ha confidato ogni giudizio ed ogni perdono: “Filius quos vult vivificat. Neque enim Pater iudicat quemquam, sed iudicium omne dedit Filio . . . Qui verbum meum audit . . . habet vitam aeternam et in iudicium non venit, sed transit a morte in vitam” (Gv 5, 21-24); e nella sera stessa della Risurrezione, apparendo agli apostoli, affidò ad essi la sua missione, dicendo: “Pax vobis! Sicut misit me Pater, et ergo mitto vos”, e continua il Vangelo: «Et cum hoc dixisset, insufflavit et dicit eis: “Accipite Spiritum Sanctum. Quorum remiseritis peccata remissa sunt eis; quorum retinueritis, retenta sunt»” (Gv 20, 21-23). Si direbbe che l’effusione dello Spirito Santo, che avverrà poi su tutta la comunità nascente a Pentecoste, è stata da Gesù anticipata sugli apostoli, proprio in rapporto al ministero della remissione dei peccati. Così, noi sacerdoti, nell’impartire ai fedeli la grazia e il perdono nel sacramento della Penitenza, compiamo l’atto più alto, dopo la celebrazione dell’Eucaristia, del nostro sacerdozio, e in esso realizziamo, si può, dire, il fine stesso della Incarnazione: “Ipse enim salvum faciet populum suum a peccatis eorum” (Mt 1, 21).

4. Considerando questa divina eccellenza del sacramento della Penitenza, che, si può dire, riverbera sul ministro in certo modo il fulgore della partecipata divinità - vengono alla mente le ispirate parole del Salmo 82 [81], 6, citate da Gesù stesso “Ego dixi dii estis” (Gv 10, 34) - ben si comprende come la Chiesa abbia circondato l’esercizio del ministero della Penitenza e della Riconciliazione di speciali cautele e del massimo riserbo.

Voglio dunque affettuosamente esortare tutti i sacerdoti affinché - sulla base di una inviolata fedeltà alla preghiera personale, nella quale otterranno i lumi e la generosità necessari per espiare per se stessi e per i loro penitenti - riservino nella gerarchia dei loro compiti un ruolo privilegiato al servizio silenzioso, e umanamente non sempre gratificante, della confessione. E ricordo loro che, col sacramento della Penitenza, non solo essi cancellano i peccati, ma debbono avviare i penitenti sulla via della santità, esercitando su di essi, in una forma convincente, un magistero collegato con la loro missione canonica.

5. Queste medesime considerazioni giustificano la preoccupazione della Santa Sede perché nelle Basiliche patriarcali dell’“Urbe” il ministero della Penitenza e della Riconciliazione sia svolto da sacerdoti che si distinguano per dottrina, zelo e santità di vita; e perché inoltre promuova con periodici aggiornamenti la loro peculiare preparazione in rapporto ai problemi, spesso gravi e delicati, che fedeli di tutto il mondo sottopongono alle chiavi di Pietro. Mentre li ringrazio per l’impegno, col quale assolvono il loro ufficio, dico ai penitenzieri di continuare con sapienza, con dolcezza e con inesausta pazienza la loro dedizione al confessionale, consapevoli del bene che porranno alle anime e del merito che essi stessi ne avranno presso il Signore.

Una parola di speciale apprezzamento voglio infine riservare alla penitenzieria apostolica, che non solo provvede a quanto testé ho detto circa la pastorale della Penitenza nelle Basiliche patriarcali, ma è strumento della potestà delle chiavi per la soluzione di intime angosce, per il ricupero delle speranze più profonde e delle necessità più radicali delle coscienze umane. Il suo ufficio, come del resto indica il suo nome, si pone come guida, integrando poteri e risolvendo dubbi, a vantaggio dei confessori, e, per loro tramite, dei fedeli, nei casi più gravi: questo è il compito, questa è la sua dignità.

Su tutti voglia il Signore effondere l’abbondanza dei suoi doni, in pegno dei quali di cuore imparto una speciale benedizione apostolica.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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