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DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II AI PARTECIPANTI AL COLLOQUIO PROMOSSO DALL’ACCADEMIA
DIPLOMATICA INTERNAZIONALE
Venerdì, 3 novembre 1989
Eccellenze, signore e signori.
Con grande piacere ricevo l’accademia diplomatica internazionale in occasione
del colloquio che si svolge a Roma sulla Santa Sede nella comunità
internazionale. La scelta di questo tema onora la Sede Apostolica, e
specialmente i suoi rappresentanti presso le pubbliche autorità di numerose
nazioni e presso organizzazioni internazionali. Ma senza dubbio voi puntate ad
ampliare la vostra prospettiva ed esaminare il ruolo specifico svolto dalla
Chiesa cattolica, in modi molto diversi, in tutto il mondo.
Il tema scelto per le vostre riunioni ben corrisponde alla vocazione propria
della vostra istituzione. Fondata più di sessant’anni fa, quando le nazioni
cercavano di organizzare il loro dialogo per superare lo sconvolgimento di un
primo grande conflitto mondiale, l’accademia ha orientato anzitutto la sua
riflessione sulle condizioni della pace e sulla difesa dei diritti umani. A
questo titolo - non occorre sottolinearlo - i vostri obiettivi sono vicini a
quelli perseguiti dalla Santa Sede quando può far sentire la sua voce. Ben
volentieri esprimo pertanto la mia stima per la vostra istituzione.
Nel contesto di questo incontro, necessariamente breve, non intendo
ripercorrere tutti gli argomenti da voi posti all’ordine del giorno e affrontati
a partire dagli interventi di illustri universitari e di collaboratori della
Curia romana. Mi limiterò invece ad evocare quei principi che guidano senza
tregua la Santa Sede nella sua azione all’interno della comunità internazionale.
In primo luogo, ripeterò semplicemente che in ogni negoziato, in ogni accordo
per quanto tecnico sia, noi desideriamo non perdere mai di vista che ad essere
in gioco è l’uomo nella pienezza della sua vocazione. Si tratta sempre di
permettere alla persona di realizzare tutto ciò che conta: il rispetto e la
difesa della vita, la salute, la possibilità di guadagnarsi il pane con il
lavoro, nella vita di famiglia, la conservazione del patrimonio culturale e la
possibilità di sviluppare le sue conoscenze e di comunicare con altri gruppi,
l’assenza di impedimenti nel muoversi, la libertà di coscienza, di aderire ad
una convinzione di fede e alla pratica religiosa comunitaria. Questi accenni
basteranno a comprendere la mia idea: l’uomo è uno; non ci sono decisioni in
campi apparentemente specializzati e tecnici che non incidano sui cittadini, sui
lavoratori, sulle famiglie, sui giovani o sui vecchi, i malati o gli
handicappati, cioè sull’uomo concreto che ha il diritto di veder salvaguardata,
in ogni circostanza, la sua dignità.
Quelli tra voi che esercitano la professione di diplomatici sanno bene che il
loro metodo di azione naturale è il dialogo. È utile ricordare le condizioni che
consentono a questo dialogo e alle “relazioni” tra i responsabili degli Stati di
raggiungere davvero il loro scopo. Al di là degli innumerevoli aspetti delle
competenze tecniche necessarie, ricordiamo le esigenze prime: non transigere
sulla verità e sul rispetto dell’interlocutore. Lo spirito, le convinzioni, la
cultura possono essere diversi; gli interessi e gli obiettivi perseguiti possono
essere opposti; ma in un negoziato, la ricerca di un accordo, o di un
compromesso, non può mai essere condotta al prezzo di un occultamento della
verità o del disprezzo di un interlocutore. Per giungere a un accordo, occorre
che gli interlocutori si ascoltino e si rispettino a vicenda, e che possano
fidarsi della parola pronunciata.
Così enunciate, queste esigenze possono certo sembrare molto generali o
lontane dai problemi concreti. Ma si può tacerle, pragmaticamente? Si deve forse
rinunciare all’ideale perché è difficile realizzarlo? Il Papa Paolo VI ha
scritto, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1973 che “la
pace assoluta e definitiva tra gli uomini . . . non può che essere un ideale,
non irreale, ma da realizzare”. Vorrei applicare questa osservazione alle
esigenze della verità nel dialogo per il servizio di ciascun uomo e di tutto
l’uomo cui sono chiamati i diplomatici. Quando si prende coscienza della paura o
del rifiuto della verità, o delle offese alla dignità dell’uomo, è legittimo
reagire! Lavorare per riprendere insieme la strada della verità e della
solidarietà non è perseguire una chimera, ma rispondere a ciò che ci si aspetta
da persone responsabili e realiste.
Nella vita internazionale, se la Chiesa desidera far sentire la sua voce non
è affatto - come sapete - per intervenire sugli aspetti tecnici della maggior
parte dei problemi. Ma essa crede utile ricordare, “opportune et inopportune”,
le conseguenze umane di numerose decisioni pratiche e di disposizioni
istituzionali. Essa ritiene che non si possa compiere un autentico servizio alla
comunità umana senza una regola etica che la sua esperienza e la sua
indipendenza invitano a proporre senza tregua. Essa desidera anche riaffermare
che la dimensione spirituale è essenziale per l’uomo, e anche che non si hanno
felicità e pace durevoli se non quando ciascuna persona può scoprire nel
profondo della sua coscienza i fondamenti trascendenti.
Signore e signori, con queste considerazioni, spero di incontrare le
preoccupazioni presenti nello spirito e nel cuore di quanti operano per il bene
dell’umanità mediante l’attività diplomatica. So che il compito è spesso arduo e
che le delusioni possono offuscare lo sguardo rivolto alla strada già percorsa.
Ma desidero esprimere di nuovo la stima della Santa Sede per l’insostituibile
missione della diplomazia e la fiducia che nutre per l’alta coscienza e la
dedizione disinteressata di quanti la esercitano.
Pregando per tutte le vostre intenzioni, chiedo al Signore di accordarvi i
doni dell’eterna saggezza e le sue benedizioni.
© Copyright 1989 - Libreria
Editrice Vaticana
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