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VISITA PASTORALE A TARANTO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON LE MAESTRANZE DELL’ARSENALE MILITARE DI TARANTO

Taranto - Sabato, 28 ottobre 1989

 

Cari fratelli e sorelle!

1. Nel corso della mia visita pastorale all’arcidiocesi di Taranto, non poteva mancare questo incontro con la realtà, antica e poliedrica, dell’arsenale della marina militare.

Ringrazio le autorità militari, civili e religiose, che mi hanno accolto, e in particolare l’ammiraglio in capo del dipartimento dello Ionio e del canale d’Otranto, che mi ha rivolto il saluto anche a nome del personale civile e militare di terra e di mare. Un grazie cordiale, poi, all’operaio che ha dato voce ai sentimenti e alle attese di quanti lavorano in questo complesso.

2. Cari amici, è un incontro, il nostro, che avviene in un momento particolarmente significativo per la vita e le prospettive del nostro stabilimento e della città, ad esso intimamente collegata. Il primo centenario dell’avvio di questo singolare e fecondo rapporto mi sembra un’occasione preziosa per un bilancio sereno e costruttivo, che impegni tutti voi a prendere in considerazione il prima e il dopo, la situazione precedente della cittadina ottocentesca e il futuro globale del capoluogo ionico, chiamato in questi cento anni a svolgere un ruolo sempre più determinante per lo sviluppo delle relazioni economiche e culturali non solo della regione, ma anche del Paese e della intera area mediterranea.

Alla Taranto delle barche e delle nasse, che aveva la sua culla e, in un certo senso, ha ancora il suo riferimento principale nella città vecchia, si è affiancata una Taranto nuova, industriale e commerciale, tuttora alla ricerca di una fisionomia unitaria. Da circa vent’anni, poi, anche Taranto nuova - il borgo - non sembra più rispondere alle accresciute esigenze della città, sicché nuovi quartieri vanno affiancandosi in direzione nord e verso est. Per questo l’arsenale rientra ormai di fatto - e non solo per motivi cronologici - nella zona storica della città.

3. Carissimi, nel volgere uno sguardo retrospettivo al cammino compiuto dalla vostra amata città, ho accennato al successivo “affiancarsi” di realtà nuove al nucleo iniziale, ben sapendo che voi tutti siete alla ricerca di qualcosa di più profondo: sentite il bisogno di una vera integrazione delle novità di questi anni con le dimensioni peculiari del popolo tarantino, perché si realizzi una convivenza sociale veramente armonica e arricchente.

Questa aspirazione sta a cuore a tutti i tarantini, vorrei dire ai “cataldiani”, le cui radici affondano nell’antico tessuto socio-religioso dell’isola, ma anche a quei cittadini delle recenti generazioni, qui trasferitisi a poco a poco per motivi di lavoro.

Ed è un’aspirazione altrettanto viva nelle varie migliaia di militari, di carriera e di leva, che vivono per periodi più o meno lunghi in questa città, affrontando sì disagi di adattamento, ma spesso anche legandosi stabilmente ad essa.

4. Come è possibile conseguire questo “di più”, a cui tutti aspirate? La domanda è importante ed attende una risposta. Proviamo a riflettere insieme.

Per muoversi verso un simile traguardo sembra innanzitutto necessario imparare a riconoscere, nella vostra storia, il contributo che ogni realtà locale ha dato e ricevuto, senza nascondersi eventuali lacune. Come non ricordare, qui, il grande influsso dell’arsenale nella crescita economica e nella formazione professionale, oltre che civica ed etica, di intere generazioni di Tarantini? E come non ricordare, d’altro canto, la preziosa risorsa umana - oltre che ambientale - che la città e la provincia hanno offerto al Paese, mediante questo arsenale, anche in ore drammatiche del recente passato? Siamo di fronte ad una reciprocità diventata ormai cultura, dato incancellabile.

In secondo luogo, è necessario che tutte le realtà ioniche vogliano progettare insieme il loro futuro, senza esclusivismi autolesivi, ma anche senza confusioni gratuite. Nell’enciclica Sollicitudo Rei Socialis, parlando dello sviluppo dell’uomo e della società, ho mostrato che esso si rivolge contro l’uomo ed il bene comune, quando sia non solo influenzato in modo distorto dalle manipolazioni dirette, ma anche sviato dalle omissioni e dalla mancata attenzione alle responsabilità personali (Sollicitudo Rei Socialis, 36). È per questo che, mentre auspico dalle autorità competenti, nazionali e locali, l’urgente definizione di progetti capaci di diversificare l’economia ionica e di creare nuovi posti di lavoro, a tutti chiedo una coraggiosa diversificazione morale, una svolta capace di difendere da ogni attentato e deformazione la dignità del lavoro umano ed il senso sociale di ogni posto di lavoro. Sappiamo bene che, specialmente nei momenti di crisi, è più amara, oltre che moralmente indegna, ogni forma di corruzione e di clientelismo, a qualsiasi livello ed in qualsiasi istituzione avvenga.

Infine, miei cari, oltre a questi problemi locali, è necessario interrogarsi sul tipo di relazioni che siete storicamente chiamati a tessere in campo nazionale ed internazionale, non dimenticando, ma anzi rendendovi più consapevoli dei valori genuini della vostra tradizione. Le odierne prospettive di pace e di solidarietà, rivolte verso il Medio Oriente, verso l’Africa o verso qualsiasi altra direzione, sollecitano da Taranto una risposta unita, anche se distinta, delle forze militari, patrimonio di tutto il Paese, e di quelle sociali, espressione specifica della crescita della città.

Quell’olivo, che stasera benedirò nella vostra cappella, vi ricordi questa triplice consegna di pace: pace, innanzitutto, all’interno della realtà molteplice dell’arsenale tra civili e militari, tra statali e privati, tra residenti e imbarcati, tra ufficiali, sottufficiali e reclute; pace, poi, tra l’arsenale e la città, per cercare insieme vie nuove e sane di collaborazione, capaci di arginare le devianze e di costruire il bene comune; pace, infine, come vocazione che tutte le realtà del golfo di Taranto hanno nei confronti del Mediterraneo e del mondo intero. Un olivo che metto idealmente tra le cose a me più care, come richiamo della pacifica Puglia e del terribile 1° settembre di cinquant’anni fu. Quell’olivo vi impegna a “ricavare una lezione da quel passato” ed a collaborare perché mai più si rinnovi quel “fascio di cause”, che innescò i tristissimi eventi di allora (cf. Mi hai gettato nella fossa”, Lettera Apostolica in occasione del 50° anniversario dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, 2).

5. Vi affido ancora un’esortazione, carissimi, per la ricerca di quel “di più” personale e sociale, di cui vi parlavo prima.

Il vostro lavoro in arsenale è multiforme: ogni giorno qui si incontrano e si armonizzano competenze diverse, della mano e della mente. Potessi girare con calma nei vostri reparti! Potessi seguirvi da vicino nei vostri viaggi da un paese all’altro! Certamente avrei la possibilità di ammirare sul nascere la varietà e bellezza delle vostre opere! Dall’idea generale al disegno dettagliato e alla realizzazione finale: quale contributo di genialità umana, accresciuto da tecnologie dell’avanguardia!

Cari amici, questa vostra attività, tecnica ed artistica, specifica e collegiale insieme, mi fa pensare ad una significativa pagina della Bibbia sul rapporto tra abilità nel lavoro e sapienza nel vivere. Leggiamo nel libro del Siracide che “sarebbe impossibile costruire una città, abitare e circolare in essa, senza l’opera di quanti sono esperti nel proprio mestiere” ed “hanno fiducia nelle proprie mani”. Ma tutto ciò non basta. È necessaria - aggiunge l’autore sacro - l’opera di chi “indaga la sapienza di tutti gli antichi, viaggia tra genti straniere investigando il bene e il male in mezzo agli uomini e medita la legge dell’Altissimo” (cf. Sir 38, 24-39, 11).

Ecco, miei cari, una via maestra, per tutti i lavoratori, in ogni tipo e ambiente di lavoro: il “di più” personale e sociale è frutto di questa sintesi tra lavoro delle mani e saggezza della mente e del cuore. Essa è insieme frutto della vostra ricerca, e dono dell’Altissimo. Senza di essa la vita è povera ed il contributo dato alla costruzione della città dell’uomo rimane superficiale e caduco.

Questo vi augura il Papa: che tutti sperimentiate la saggezza di questo “di più” che viene dalla fede in Cristo e troviate nella Chiesa quella “casa in festa” nella quale si ritrovino unite tutte le vostre famiglie e tutta la vostra cara città. Questa realtà di comunione una volta sperimentata, ci proietta oltre il tempo, verso la comunione perfetta del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Con questi sentimenti ed auspici imparto a tutti di cuore la mia benedizione. 

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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