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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALL
’INCONTRO «JOURNÉES ROMAINES»

Castel Gandolfo - Giovedì, 7 settembre 1989

 

Cari fratelli nell’Episcopato, cari amici.

In occasione delle vostre “Journées romaines”, sono lieto di ricevervi per condividere un momento le vostre preoccupazioni, il vostro desiderio di essere testimoni del Signore nelle vostre fraterne relazioni quotidiane con i fedeli dell’Islam.

Le vostre situazioni sono diverse. Alcuni fanno parte delle Chiese orientali di cui auspichiamo che continuino a dare a tutta la Chiesa il contributo insostituibile delle loro tradizioni particolari; da diversi secoli, questi cristiani vivono sulle stesse terre dei musulmani. Altri rappresentano delle comunità molto minoritarie in paesi quasi interamente musulmani, dove i cattolici e i membri di altre confessioni cristiane sentono la necessità di una collaborazione ecumenica intensa nelle loro relazioni con il mondo dell’Islam. Altri ancora vengono da paesi dove, nel corso degli ultimi decenni, numerosi musulmani emigrati sono venuti a vivere e a lavorare.

I vostri incontri sono certo molto utili per mettere in comune le vostre esperienze e progredire nella riflessione, con l’aiuto del pontificio istituto di studi arabi e d’islamitica e di diversi esperti che ringrazio per il loro contributo.

Non posso riassumere qui tutti gli aspetti delle vostre preoccupazioni comuni. Vorrei solamente incoraggiarvi nella messa in atto, di giorno in giorno, degli orientamenti dati dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate, alla quale occorre sempre fare riferimento. Essenzialmente, voi vi collocate in una prospettiva pastorale, quella della vita e dell’azione ordinaria delle comunità cristiane, dal punto di vista delle relazioni con i vostri compatrioti e i vostri fratelli che appartengono all’Islam. Ne evidenzierò tre aspetti.

Il luogo abituale dei vostri incontri è la vita professionale, il lavoro sociale o l’attività educativa. È qui anzitutto che i cristiani devono mostrarsi fedeli alle esigenze della fede. Spesso discreta, o silenziosa, l’adesione al Vangelo di Cristo deve tuttavia caratterizzare il rapporto con tutti i fratelli, dare profondità e forza alla ricerca della giustizia e della fraternità. In questo spirito, voi vi interrogate sulla possibilità di giungere a un progetto di società comune con i musulmani. Questo presuppone l’esistenza di una reciproca fiducia, e che ci si impegni a farla crescere. Una buona intesa sulla qualità della vita della società può fondarsi solo sul rispetto dell’uomo, immagine di Dio, sul rispetto della sua dignità e dei suoi diritti, e anche sul servizio disinteressato di ciascun uomo in una solidarietà concreta.

D’altra parte, è chiaro - e i vostri incontri ne danno testimonianza - che stare accanto a credenti di un’altra tradizione religiosa costringe a una riflessione continua. È necessario che i cristiani imparino a conoscere meglio la fede dei loro fratelli e la rispettino. Ed è ugualmente auspicabile che, conoscendo bene la religione dei loro amici, possano aiutarli ad avere una conoscenza migliore del cristianesimo. Solo così potranno essere superati molti pregiudizi. Accenno solo a questa preoccupazione; so che voi lavorate in questo senso; in particolare, voi prendete in considerazione la riflessione portata avanti fin dalle origini del cristianesimo sulla diversità delle tradizioni religiose dell’umanità, e l’approccio rinnovato al dialogo inter-religioso dopo la dichiarazione del Concilio Vaticano II.

Per rimanere nella prospettiva pastorale che vi riguarda direttamente, il terzo aspetto che volevo ricordare è la grande esigenza spirituale che presentano le vostre diverse situazioni. Sarete testimoni autentici della fede, della speranza cristiana, della carità che viene da Dio, solo attraverso una vita di preghiera, l’accoglienza dei doni dello Spirito, la vita liturgica che esprime i vincoli autentici della comunità formata dalle membra del Corpo di Cristo. L’invito a essere perfetti come il nostro Padre celeste (cf. Mt 5, 47) ci viene rivolto dal Vangelo nello stesso contesto in cui ci viene chiesto di essere dei costruttori di pace dal cuore puro, di avere uno spirito da poveri, di essere misericordiosi, di non giudicare i nostri fratelli, di sopportare anche le prove. Il discorso della montagna di Gesù è il nostro “manifesto” comune, sappiate meditarlo in funzione di quello che vivete.

Auspico ardentemente che, ovunque incontrano i loro fratelli, i figli dell’Islam, i cristiani siano uomini tolleranti, rispettosi, fedeli al Signore morto e risorto per tutti gli uomini. Siano autentici costruttori di pace, nel nome di colui che ci ha lasciato la sua pace nel momento di dare la sua vita per la salvezza di tutti.

Cari amici, i vostri lavori vi siano di aiuto per il vostro ministero e i vostri compiti ecclesiali! Prego il Signore di benedirvi insieme ai vostri fratelli delle Chiese locali cui ritornerete.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana 

 

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