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VIAGGIO PASTORALE NELLA REPUBBLICA FEDERATIVA CECA E SLOVACCA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON IL CLERO, I RELIGIOSI E I LAICI NELLA CATTEDRALE

Praga (Repubblica Federativa Ceca e Slovacca) - Sabato, 21 aprile 1990

 

Carissimi fratelli e sorelle!

1. “Grazia a voi e pace da Dio. Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!” (Rm 1, 7).

Era giusto che il mio primo incontro fosse con voi che annunciate il Vangelo: con voi vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose; con voi fedeli che, vivendo nel mondo, siete attivi nell’apostolato della Chiesa, mediante la partecipazione a vari movimenti e associazioni laicali, e mediante l’offerta della sofferenza. Voi annunciate il Vangelo con la predicazione, con la liturgia, con l’esempio della preghiera e della vita, corrispondendo generosamente alla chiamata che Dio ha rivolto a ciascuno. In tal modo voi rendete presente Cristo ai vostri contemporanei.

Il nostro incontro avviene nella cattedrale, che è il cuore spirituale non soltanto di questa Città e dell’arcidiocesi di Praga, ma in un certo senso anche di tutta la vostra Terra. Essa fu costruita dalle passate generazioni sopra le tombe dei vostri Santi. Come tale, è un simbolo ineguagliabile della storia della Chiesa nella vostra Nazione, una storia che attende di essere continuata da voi, mediante una coraggiosa testimonianza cristiana.

2. La visita del Papa, la prima nella più che millenaria storia del cristianesimo in queste terre, chiude simbolicamente un periodo del vostro cammino e ne apre un altro. Il periodo, durato alcuni decenni, ed ora finalmente concluso, si inserisce nella storia bimillenaria della Chiesa Cattolica come un capitolo difficile, ma insieme solenne.

Voi adesso vi trovate all’inizio di una grande opera di rinnovamento. Di essa fa parte anche l’esame attento del periodo che avete attraversato, per valutare gli esiti e trarne le opportune indicazioni. Venivate chiamati “Chiesa del silenzio”. Ma il vostro non fu il silenzio del sonno o della morte. Nell’ordine dello spirito il silenzio è lo stato in cui nascono i valori più preziosi.

Costruite ora il tempio della libera vita della vostra Chiesa, non ritornando semplicemente a ciò che eravate prima che vi fosse limitata la libertà: costruitelo sulla base di ciò che avete maturato durante gli anni della prova.

Arrivano spesso da voi cristiani dei Paesi in cui la Chiesa vive liberamente. Vengono per aiutarvi, perché si rendono conto di quanto vi era stato tolto. Questa solidarietà - specie da parte di coloro che la dimostravano anche nei tempi passati - va apprezzata ed incoraggiata. Vorrei tuttavia sottolineare che molti di questi cristiani ritornano essi stessi arricchiti dal contatto con le vostre esperienze, con ciò che avete vissuto e siete ora in grado di offrire al mondo e alle Chiese di altri Paesi.

Anche il Papa viene per rendere omaggio a tutta la vostra sofferenza, per ascoltarvi, per riconoscere pubblicamente il valore della testimonianza della vostra Chiesa e per ringraziarvi. Il mio riconoscimento e la mia gratitudine vanno anche a coloro che non hanno potuto vedere questo giorno di gioia, pur avendolo tanto desiderato. Dio solo sa quanti cristiani, ai quali per il nome di Cristo la vita venne accorciata o resa amara, sono entrati nel numero dei vostri santi e sono ora silenziosamente presenti con noi come quella “nuvola di testimoni” (cf. Eb 12, 1) di cui parla la Scrittura.

3. Il mio ricordo deferente e il mio ringraziamento vanno a quanti, sia presenti che assenti, sia vivi che defunti, hanno sofferto per la fede nelle prigioni, nei campi di concentramento, in esilio, subendo affronti di ogni genere. E con essi, spesso hanno sofferto anche le loro famiglie, i loro parenti e i loro amici. Ringrazio i religiosi e le religiose, espulsi dai conventi, i sacerdoti isolati dai loro fedeli, privati dell’esercizio del loro ministero oppure trasferiti da un posto all’altro secondo il volere dei potenti. Ringrazio i sacerdoti che durante tutti questi decenni hanno svolto il loro servizio nelle chiese e nelle canoniche sopportando “il peso della giornata e il caldo” (Mt 20, 12). Parecchi di loro, per poter continuare nell’assistenza ai loro fedeli, hanno dovuto accettare con l’autorità del tempo un “modus vivendi” non da tutti condiviso. Nel nome del Signore vi esorto, cari Fratelli, a dimenticare i condizionamenti dei quali essi erano vittime e a ricostituire, in un rinnovato impegno pastorale, l’unità piena del presbiterio sotto la guida del vescovo.

Ringrazio pure i sacerdoti che hanno dovuto prepararsi al ministero ed esercitarlo in clandestinità, col rischio di pene, e che, malgrado ciò, hanno portato la luce del Vangelo là dove le porte erano chiuse ad ogni influsso della Chiesa. Non erano due, ma un’unica Chiesa. Ciò che lo Spirito di Dio aveva unito non poteva essere diviso dall’abuso degli uomini. Carissimi, l’auspicio che sale dal mio cuore è che, avendo tutti sofferto, anche se in forme diverse, possiate ora fraternamente partecipare insieme ai frutti comuni.

Ringrazio tutti i laici che, con spirito di sacrificio, hanno fatto propri gli interessi del regno di Dio e, nonostante le avverse circostanze, hanno costruito anzitutto nelle proprie famiglie e nel proprio cuore il tempio vivo in cui conservare e trasmettere la fede.

Restate fedeli a questa coraggiosa linea di condotta, sviluppate ed insegnate agli altri l’arte di non soccombere, insegnate loro la metamorfosi pasquale della croce e della sofferenza in vittoria!

4. La vostra vittoria ha le sue origini nel cuore della vostra sofferenza. La vostra vittoria è frutto della fedeltà, che è un importante aspetto della fede. La vostra fedeltà è stata la risposta alla fedeltà di Colui che vi ha chiamato alla fede, che vi ha chiamato alla libertà, assicurando che non vi avrebbe lasciati mai soli. Da questa fedeltà è nata la vostra liberazione. Non vi è stata donata dall’esterno, è nata dall’interno, dalla Croce piantata nella vostra vita.

Per questo motivo non potete ora fermarvi, non potete volgervi indietro. Dovete invece avanzare camminando nell’autentica libertà in Cristo.

5. Vorrei ricordare tre aspetti della fedeltà in cui la vostra Chiesa si è distinta.

Innanzitutto la fedeltà a Cristo crocifisso nel momento della vostra propria crocifissione e la fedeltà allo Spirito che vi conduceva attraverso le tenebre, fornendovi luce anche nelle situazioni in cui mancavano coloro a cui spetta guidare ed accompagnare i fedeli sulla via del Vangelo. Conservate questa interiore apertura alla voce dello Spirito di Cristo anche ora che entrate in una condizione di libertà esteriore, di pluralismo sociale e culturale. Non sarà sempre facile, anche in questa situazione, trovare la giusta strada e conservare la propria identità.

La vostra è stata, poi, fedeltà al successore di Pietro e ai successori degli Apostoli, i vescovi. Anche quando risultava difficile, anzi impossibile corrispondere con loro, anche quando una diocesi restava a lungo priva del vescovo, la vostra Chiesa ha conservato l’unione morale con la Santa Sede e non si è lasciata separare da essa né con le minacce né con le promesse. Voi avete capito che il tentativo di strappare la Chiesa dalla viva unione col suo fondamento apostolico conduce al suo assoggettamento ai meccanismi del mondo, e in particolare alle pretese dello Stato totalitario. Ancora due anni fa i cristiani in Cecoslovacchia, specialmente i giovani, hanno manifestato per la libertà della Santa Sede nelle nomine dei vescovi, e durante queste dimostrazioni non è mancata la repressione. Questa vostra fedeltà impegna i nuovi vescovi a servirvi come veri padri e buoni pastori, dando “l’esempio della santità nella carità, nell’umiltà e nella semplicità della vita” (Christus Dominus, 15). Esorto i sacerdoti e i fedeli, che a volte per più di una generazione non hanno conosciuto l’autorità dei vescovi, ad accettare con animo volenteroso questi successori degli Apostoli quali “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4, 1), come chiede la Scrittura, malgrado le debolezze umane da cui anch’essi, come ogni figlio di Adamo, risultassero segnati.

Un terzo aspetto della fedeltà della vostra Chiesa vorrei, infine, sottolineare: è la fedeltà alla Nazione, che si è espressa in particolare come solidarietà verso i perseguitati e come franchezza verso quanti sinceramente cercano la verità ed amano la libertà. Voi avete capito che parlare di pace nel mondo e non intervenire a favore dei concittadini maltrattati per la verità e la giustizia è ipocrisia che conduce soltanto all’indebolimento dell’unità e dell’autorità morale della Chiesa.

6. Proprio in questo luogo, più di quarant’anni fa il coraggioso Cardinale Josef Beran disse il suo chiaro “no” ad ogni sorta di siffatte seduzioni. Ed è stato anzitutto il coraggioso atteggiamento assunto dal vostro arcivescovo, il carissimo Cardinale Tomášek, di fronte alle ingiustizie degli anni scorsi ad esprimere nel modo più chiaro la solidarietà della Chiesa con i perseguitati, con la Nazione.

Questa solidarietà ha contribuito a rafforzare l’autorità morale della Chiesa. Ha contribuito a rimarginare vecchie ferite nel cuore della vostra storia e a far superare l’antica tensione tra l’appartenenza alla Chiesa cattolica e l’appartenenza alla Nazione. Ha contribuito a rinnovare la tanto necessaria, oggi specialmente, unità di tutti coloro ai quali sta a cuore la salute morale della nazione e l’autentica e duratura libertà.

Essa ha altresì contribuito a mostrare ai giovani, davanti ai quali la Chiesa era calunniata e denigrata, che la comunità dei fedeli è il luogo della verità e la Chiesa è la paladina dei diritti e della dignità dell’uomo.

In questa Nazione, in questa società libera che si sta nuovamente strutturando, la Chiesa non deve diventare un gruppo chiuso in se stesso. Conservate e approfondite la vostra solidarietà con la Nazione! Conoscete sempre più profondamente l’anima della vostra Nazione, conoscete e costruite insieme con gli altri la sua cultura!

7. Riandando col pensiero al destino del cristianesimo nella vostra patria, mi appare davanti agli occhi una caratteristica ben definita. In pochi Paesi sono state poste alla Chiesa e ai suoi rappresentanti istanze morali altrettanto alte come qui, in Boemia. Qui non è mai bastato appellarsi all’autorità di Cristo con le sole parole; qui era ed è ancora necessario convalidare l’autorità della Chiesa con la serietà morale degli araldi del Vangelo.

L’invito alla serietà morale penetra tutta la storia spirituale della Nazione. Oggi più che mai occorre che la Chiesa accolga questo invito e lo rivolga poi a tutta la società.

La libertà della vostra Chiesa e della vostra Nazione non sarebbe completa e avrebbe fondamenti instabili e superficiali, se non fosse accompagnata dal rinnovamento morale e spirituale. Vedo in questo una grande missione per i fedeli nella odierna società cecoslovacca.

Voi avete nelle vostre mani il capitale di meriti accumulato da quanti hanno sacrificato le loro vite e la loro libertà negli anni passati. È un patrimonio veramente ricco. Non sciupatelo!

Lodevole, da questo punto di vista, è l’iniziativa, sorta in ambiente boemo cattolico, ma rivolta all’intero Paese, del “Decennio del rinnovamento spirituale della Nazione”, in preparazione al millennio del martirio di Sant’Adalberto e all’entrata nel nuovo millennio.

Proprio questa iniziativa può costituire un’importante via verso l’unità oggi tanto necessaria: l’unità nella Chiesa, l’unità tra le Chiese e anche l’unità dei fedeli con le altre forze della società, che sono ugualmente sensibili al problema della salute morale della Nazione.

Buona cosa sarà se, in questa preparazione al millennio di Sant’Adalberto, si uniranno a voi anche i cristiani delle altre Nazioni dell’Europa centrale, per le quali questo Santo è pure importante, come ha sottolineato il vostro Cardinale Tomášek nel suo invito dello scorso anno.

Il Decennio è giunto ormai al terzo anno, dedicato al rinnovamento della vita e del ministero dei sacerdoti; l’anno prossimo riguarderà il rinnovamento delle famiglie. Questi due grandi compiti richiedono che s’intensifichi la collaborazione tra sacerdoti e laici. So che non pochi sacerdoti si sentono stanchi ed esausti ed hanno bisogno di aiuto e di incoraggiamento. So che, come altrove, anche nel vostro Paese cresce minacciosamente il numero delle famiglie disunite, ma so pure che i cristiani, con il loro esempio e il loro aiuto, possono efficacemente contribuire al rafforzamento di questo istituto fondamentale della società.

8. Nel passato, quando ai cristiani era concessa soltanto la celebrazione liturgica nelle chiese, la vostra vita ecclesiale si concentrava “alle radici”. Ora essa deve espandersi e fiorire in tutta la sua ricchezza. La vita della Chiesa non consiste soltanto nella liturgia e nei sacramenti; essa deve raggiungere anche i campi della cultura, dell’educazione, dell’impegno sociale ed assistenziale. La Chiesa può e deve aiutare in diversi modi tutti gli uomini. Come Cristo è venuto per tutti, così anche la Chiesa non esiste solo per se stessa e per i suoi fedeli, ma deve promuovere il bene comune di tutti. I cristiani, infatti, secondo le parole di Cristo, devono essere il lievito, la luce del mondo e il sale della terra (cf. Mt 5, 13-14).

Per poter adempiere questa missione a servizio della rinascita della società, la Chiesa deve costantemente curare il proprio rinnovamento in spirito e verità. Carissimi, di fronte alla vostra Chiesa si trovano compiti immensi. Occorre dar vita ad importanti strutture in Obbedienza alle direttive del Concilio, incominciando dalla vostra nuova Conferenza episcopale e dagli Organismi parrocchiali delle singole comunità.

Occorre rilanciare la pratica dei consigli evangelici, rinnovando la vita degli Ordini religiosi. Gli Istituti di vita consacrata hanno nella Chiesa una missione insostituibile ed è necessario rispettare pienamente il loro specifico carisma. È al tempo stesso, importante che i Superiori religiosi abbiano pure ben presenti i bisogni di tutta la Chiesa locale, aiutandola nello spirito delle proprie tradizioni e delle proprie finalità istituzionali.

9. Per decenni nel vostro Paese sono state represse l’istruzione e l’educazione religiosa. Ricordo anzitutto l’importanza della formazione spirituale e intellettuale dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa. È un segno incoraggiante che i vostri seminaristi, lo scorso anno, abbiano mostrato di propria iniziativa interesse per la riforma della loro formazione nello spirito dei bisogni attuali e dei principi dettati dal Concilio. Li esorto ad impegnarsi seriamente affinché venga conservata ed approfondita quella triplice fedeltà della vostra Chiesa, alla quale ho fatto cenno poc’anzi. In tal modo, con l’esempio della loro vita, potranno far intravedere agli altri giovani la strada verso il sacerdozio come quella in cui può trovare pieno appagamento il desiderio del cuore umano di donarsi completamente nell’amore a Dio e al prossimo.

Un aiuto importante alla cura pastorale, che soffre per la scarsità di sacerdoti, potrà venire dal ministero dei diaconi permanenti, che opportunamente intendete introdurre anche nella vostra Chiesa, avendo presenti le esperienze già maturate al riguardo in altre Chiese.

Un accento particolare vorrei porre sulla formazione e istruzione religiosa dei laici, a cominciare dall’insegnamento della religione nelle scuole, ed arrivando fino a comprendere la piena formazione teologica, che non dev’essere riservata soltanto al clero. Il passato controllo statale ha impedito ai laici di partecipare alla missione apostolica con quella grande varietà di compiti importanti che hanno loro affidato il Concilio e lo stesso recente Sinodo dei Vescovi.

Nonostante ciò, nella clandestinità sono fioriti molti movimenti ed associazioni laicali. Ora che possono mostrarsi alla luce del sole, è importante che si conoscano bene a vicenda, acquistino mutua fiducia e imparino la collaborazione. L’unità della Chiesa non consiste nella uniformità, ma nella comunione che lo Spirito di Cristo alimenta tra le diverse forze con una molteplicità di doni e di carismi.

10. La Chiesa viene a volte chiamata, alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, “sacramento del dialogo”. Secondo le parole del mio predecessore Paolo VI, dovrebbe in essa perdurare un intimo, domestico dialogo, “sensibile a tutte le verità, a tutte le virtù, a tutte le realtà del nostro patrimonio dottrinale e spirituale . . . pronto a raccogliere le voci molteplici del mondo contemporaneo . . ., capace di rendere i cattolici uomini veramente buoni, uomini saggi, uomini liberi, uomini sereni e forti” (Ecclesiam suam, 64).

È proprio in questo spirito che vi esorto pure all’impegno ecumenico, allo sforzo, cioè per l’unione di tutti i credenti in Cristo. Continuate sulla strada della collaborazione fraterna con i cristiani delle altre Chiese, nel rispetto e nell’amore vicendevole che si sono rafforzati durante gli anni della comune sofferenza e che sono tanto importanti per il futuro della Chiesa e della Nazione.

11. In un tempo di grandi cambiamenti nella struttura politica ed economica della vostra società occorre accennare anche ai rapporti della Chiesa con la vita pubblica. La missione della Chiesa non è di carattere economico, politico e, tanto meno, partitico. Per sua natura, la Chiesa non è legata a nessuna determinata forma di cultura né ad alcun sistema politico od economico. In forza della sua missione, tuttavia, essa è tenuta ad offrire agli uomini orientamenti che possano servire a edificare la civile convivenza in conformità con la legge di Dio. Essa, proprio per la sua universalità, può validamente contribuire alla comprensione e alla solidarietà tra le diverse Nazioni e comunità (cf. Gaudium et spes, 42).

La conseguenza di tali principi è chiara: se, da una parte, non spetta al clero aver parte all’esercizio delle funzioni politiche, i fedeli laici, dall’altra, devono partecipare secondo le proprie capacità alla vita civica e politica, mettendosi con franchezza, onestà, dedizione e coraggio al servizio del bene comune (cf. Gaudium et spes, 75).

Essi si sforzeranno di conservare, in ciò, il vicendevole rispetto, di perseguire l’unità e di usare sempre, nello spirito del Vangelo, mezzi onesti, rispettando i diritti e l’onore di ogni uomo, fosse anche un nemico.

12. La Chiesa non va confusa con lo Stato. Nella società libera e democratica, tuttavia, la Chiesa e lo Stato devono promuovere, nel vicendevole rispetto, una sana collaborazione in vista dello sviluppo integrale della persona umana. La Chiesa s’adopera perché nella Nazione e tra le diverse Nazioni si rafforzino sempre più la giustizia e la carità, e promuove la libertà politica e la responsabilità dei cittadini. Dal suo patrimonio di fede essa trae anche il tesoro di una dottrina sociale, alla luce della quale prende posizione dal punto di vista morale, in merito alle questioni di vita pubblica e politica, quando lo esigono la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo o la salvezza delle anime.

È questo un chiaro insegnamento del Concilio a cui occorre rifarsi nell’affrontare i nuovi compiti che la presente situazione propone ai cristiani. La Chiesa è chiamata a contribuire alla umanizzazione della famiglia umana e della sua storia (cf. Gaudium et spes, 40), ma il suo sforzo fondamentale tende ad un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza di tutto il genere umano (cf. Gaudium et spes, 45).

Esattamente due anni fa il vostro arcivescovo, cardinale Tomášek, vi ha esortato ad unire, in questo importante momento della vostra storia, “il coraggio con la prudenza, l’entusiasmo con la pazienza, la veracità con la carità”. È un’esortazione che faccio volentieri mia, perché trovo che essa conserva anche oggi tutto il suo valore.

13. Fratelli e sorelle, sarebbe mio desiderio poter salutare ciascuno di voi personalmente. Il tempo non lo consente. Vorrei, tuttavia, almeno avvicinare, tra i presenti, coloro che nella comunità dei fedeli hanno una missione insostituibile - i malati. Nelle mani giunte dei sofferenti Dio ha posto un grande potere. In unione con la Croce di Cristo, essi con le loro preghiere e con i loro sacrifici possono fare per la Chiesa più di altri che svolgono mansioni e compiti di grande rilievo. Proprio la presenza dei malati ci ricorda la mistica solidarietà di tutti nel Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. Ci ricorda che, anche in questo tempo di nuove possibilità esterne per la vita della Chiesa, dobbiamo vedere il nostro vanto e la nostra gloria solo in Cristo crocifisso (cf. Gal 6, 14).

14. Fratelli e sorelle, mi congedo da voi per ora con le parole dell’Apostolo: “Siate lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace, e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi!” (2 Cor 13, 11-13).

Con la mia affettuosa benedizione.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 

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