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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DI RITO LATINO DEL KERALA
IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Martedì, 21 agosto 1990

 

Cari fratelli vescovi.

1. Sono lieto di accogliere voi, i vescovi di rito latino delle diocesi del Kerala, in occasione del pellegrinaggio quinquennale presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo. La vostra visita oggi è un segno visibile della comunione nella fede apostolica che vi unisce al successore di Pietro che ha uno speciale mandato dal Signore nel confermare i suoi fratelli (cf. Lc 22, 32) e nel mostrare una preoccupazione particolare per tutte le Chiese (cf. 2 Cor 11, 28). La vostra presenza ricorda l’intera famiglia di Dio nello Spirito (cf. Ef 2, 19) che è nel Kerala e per la quale noi non dobbiamo mai cessare di rendere grazie al Padre che “tutti i credenti in Cristo, li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa” (Lumen gentium, 2). Con l’affetto nel Signore vi chiedo di recare i miei saluti a tutto il clero, ai religiosi e ai laici affidati alla vostra cura pastorale.

Nell’adempimento del vostro ministero voi siete uniti l’un l’altro e con tutti i membri del Collegio episcopale in un legame di comunione gerarchica. Nel Kerala questa comunione è vissuta in mezzo a una diversità di riti, una diversità che arricchisce il popolo di Dio, ma lo chiama anche a una particolare forma di carità descritta in modo così bello da san Paolo quando scrive: “gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rm 12, 10), “siate in perfetta unione di pensiero e di intenti” (1 Cor 1, 10). Come vescovi vorrete fare tutto quanto è possibile per rafforzare l’unità, la carità e la pace, che sono i segni di quella comunione ecclesiale senza della quale la vostra testimonianza alla verità del Vangelo sarebbe debole e inefficace.

2. Durante la mia visita pastorale in India, quattro anni fa, fui in grado di osservare in prima persona la vitalità della comunità cattolica del Kerala. Ora la vostra visita “ad limina” ci ha offerto l’occasione di pregare insieme ancora per i bisogni delle vostre diocesi, rendendo grazie a Dio per i suoi doni e implorando dalla sua misericordia una crescita del significato dell’impegno per la santità di vita da parte dell’intera comunità cattolica.

Come vescovi voi siete pienamente consapevoli della vostra personale responsabilità per essere “sale” e “luce” in mezzo alla famiglia di Dio. Ai nostri giorni, quando così tante persone mostrano i segni della perdita di una genuina spiritualità, i pastori della Chiesa devono promuovere energicamente il senso della preghiera e dell’adorazione, la penitenza, il sacrificio, l’abnegazione, la carità e la giustizia. E attraverso la vita di grazia nelle anime che il piano di Dio per l’umana famiglia effettivamente si realizza e stabilisce il suo regno di verità e di amore (cf. Lumen gentium, 8). Persino le difficili circostanze sociali e politiche nelle quali realizzate il vostro ministero pastorale non cambiano il fatto che voi e i vostri sacerdoti siete chiamati a essere soprattutto annunziatori della parola di Dio, ministri dei suoi sacramenti e guide certe sul sentiero del vivere cristiano. La vostra conformazione a Cristo nel sacerdozio - vera sorgente della vostra missione nella Chiesa - vi impone di guardare a lui per l’ispirazione e l’esempio. Come dice san Paolo, il vostro messaggio non appartiene alla sapienza del mondo (cf. 1 Cor 3, 19) ma è la proclamazione del Salvatore, è infatti il paradosso della croce (cf. 1 Cor 1, 18-25). Desidero incoraggiarvi dunque nel continuare a favorire in ogni modo la vita spirituale delle vostre comunità, includendo la corretta pratica della devozione popolare.

3. Soltanto se ogni Chiesa particolare e ogni comunità locale è forte nella fede e carica dell’amore evangelico potrà rispondere all’esigenza di base della sua vera natura, la sfida dell’evangelizzazione dalla quale nessun individuo e nessun gruppo nella Chiesa è esente. La mia recente lettera alla V Assemblea plenaria delle Conferenze episcopali asiatiche, tenuta lo scorso mese in Indonesia, ha cercato di attirare l’attenzione sul bisogno di una prima evangelizzazione.

Riconoscendo con gratitudine gli sforzi che voi state facendo a questo riguardo, vi chiederei di garantire che l’intera comunità cattolica sia chiara circa il fatto che “rappresenta una contraddizione del Vangelo e dell’autentica natura della Chiesa, asserire, come alcuni fanno, che la Chiesa è solo una via di salvezza tra le tante, e che la sua missione nei confronti dei seguaci di altre religioni non dovrebbe essere niente di più che un aiuto perché diventino seguaci migliori di queste religioni” (Giovanni Paolo II, 23 giugno 1990, n. 4).

Naturalmente, la proclamazione della Chiesa di Cristo deve essere fatta con il rispetto per la libertà di coscienza di tutti. Devono essere rispettate le norme del dialogo, in cui la prudenza e la carità regnino, e i valori morali, spirituali e culturali presenti in altre tradizioni siano riconosciuti, preservati e promossi (cf. Nostra aetate, 2). Posso solo incoraggiare voi, i vescovi, a continuare a offrire la vostra saggia guida e il vostro comando su queste questioni.

4. Nei vostri rapporti sullo stato delle diocesi sono state toccate molte questioni di cui continuerà ad occuparsi la vostra attenzione. C’è comunque un aspetto importante della missione della Chiesa al quale è opportuno fare qui qualche riferimento, ossia il suo insegnamento sociale. Durante gli anni, la fede dei cattolici del Kerala ha fatto nascere abbondanti frutti nell’interesse reale per il bene degli altri, soprattutto i malati e coloro che la società relega in una povertà e in un disprezzo inqualificabili. Sia nelle sue istituzioni che nella vita dei singoli credenti, “la Chiesa in Kerala, con la sua tradizione di servizio nei campi educativo, medico, sociale, dello sviluppo e della carità, dà una luminosa testimonianza del messaggio del Vangelo” (Omelia a Cochin, 7 febbraio 1986, n. 3).

Allo stesso tempo è molto importante che una corretta educazione nella dottrina sociale della Chiesa sia parte integrale delle catechesi che so vi sforzate di impartire nel Kerala, soprattutto ai giovani e alle famiglie. Desidero lodarvi per il vigilante sostegno che date ai catechisti, come pure ai gruppi di famiglie e alle associazioni parrocchiali impegnate negli sforzi per diffondere la conoscenza della fede sia tra i cattolici che fuori della comunità cattolica. L’insegnamento sociale della Chiesa enfatizza il legame inseparabile che esiste tra fede professata e fede vissuta. Nella formazione delle coscienze cristiane, la dottrina sociale dà origine “all’“impegno per la giustizia” secondo il ruolo, la vocazione, le condizioni di ciascuno” (Sollicitudo rei socialis, 41).

La formazione nell’insegnamento sociale della Chiesa è particolarmente importante per i laici delle vostre diocesi, poiché essi hanno una chiamata particolare a trasformare le realtà temporali dall’interno. Una solida conoscenza della dottrina sociale li aiuterà nel penetrare e perfezionare la sfera temporale con lo spirito del Vangelo (cf. Apostolicam actuositatem, 2) e a portare testimonianza a “quei valori umani ed evangelici che sono intimamente connessi con l’attività politica stessa, come la libertà e la giustizia, la solidarietà, la dedizione fedele e disinteressata al bene di tutti, lo stile semplice di vita, l’amore preferenziale per i poveri e gli ultimi” (Christifideles laici, 42).

Attingendo alla loro fede in Cristo quando affrontano i mali che infestano la società, i fedeli laici del Kerala saranno in grado di offrire competenti alternative alle teorie e ai programmi ispirati dalle ideologie della lotta di classe o da un insufficiente rispetto per la dignità umana di tutti i cittadini, a prescindere dalla loro religione o condizione sociale.

Un corretto inizio nell’insegnamento sociale della Chiesa deve essere anche parte della formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa. Sono lieto di notare il progresso del Pontificio seminario Interrituale di San Giuseppe a Alwaye, che ha reso un eccellente servizio al senso di comunione e di missione tra i futuri sacerdoti del Kerala, e vi raccomando di assicurare che una valida istruzione nell’insegnamento sociale della Chiesa sia parte integrale del curriculum del seminario. Grazie al vasto numero di vocazioni è possibile per i sacerdoti e i religiosi della vostra regione lavorare in ogni parte dell’India. Voi siete consapevoli per esperienza che affinché tale collaborazione con la Chiesa in altre regioni sia veramente fruttifera questi sacerdoti e religiosi necessitano di avere un buon insegnamento sull’universalità e l’apertura che hanno caratterizzato i grandi missionari in ogni epoca della vita della Chiesa.

5. Cari fratelli, in conclusione, desidero unirmi a voi nel rendere grazie a Dio per le sue abbondanti grazie e benedizioni, nonostante le numerose sfide e difficoltà che sono parte del vostro ministero in Kerala. Confido che la vostra testimonianza per la speranza e la consolazione offerta dal Vangelo troverà sempre espressione in un altruistico desiderio di promuovere il bene comune e la solidarietà reale con il povero. L’esempio del vostro impegno per l’ultimo dei vostri fratelli e delle vostre sorelle porterà molto avanti la continua missione della Chiesa di evangelizzare tra i popoli dell’India.

Raccomando voi, i vostri sacerdoti, i religiosi e i laici all’amorevole protezione di Maria, Madre della Chiesa, pregando che “siate radicati e fondati nella carità” (Ef 3, 17), e vogliate essere sempre rafforzati nella “grazia del Signore Gesù Cristo, nell’amore di Dio e nella comunione dello Spirito Santo” (2 Cor 13, 13).

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 

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