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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL BRASILE
IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 17 febbraio 1990

 

Cari fratelli nell’Episcopato,

1. Il nostro incontro di oggi, a coronamento della visita “ad limina Apostolorum” che state realizzando, in qualità di Vescovi appartenenti alla “Regional Sul-Dois” della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, è per me motivo di profonda gioia. Venite dallo Stato del Paraná, dalle quattro province ecclesiastiche di Curitiba, Londrina, Maringà e Cascavel, in cui sono strutturate le diciotto diocesi, affidate alle vostre cure pastorali.

Siete portatori, quali discepoli ed amici di Cristo, di gioie e di speranze, così come delle tristezze e delle angosce degli uomini che abitano in questa bella regione dell’immenso Brasile. Questo mi avete confidato nelle udienze personali. Questo momento, senza pretendere di sintetizzare ciò che è stato oggetto dei nostri colloqui, è soprattutto un momento di comunione in continuità con l’Eucaristia, che è sempre il punto più alto della visita “ad limina”: Egli, il buon Pastore, è realmente in mezzo a noi, come Emanuele.

Salutandovi, con sentimenti di affetto e di stima, saluto le Comunità del Popolo di Dio, di fronte alle quali Egli vi ha costituiti Pastori, esortandovi, sin da ora, a rimanere “fermi e irremovibili, sempre generosi nel lavorare per il Signore, sapendo che la vostra fatica non è infruttuosa” presso il Signore stesso (cf. 1 Cor 15, 58).

2. Non posso non ricordare, in questo momento, come ricordo sempre, e in maniera ancor più viva in questi giorni di contatto con Voi, il pellegrinaggio apostolico che mi condusse alle terre del Paraná e che raggiunse il suo apice nella celebrazione dell’Eucaristia a Curitiba. In quell’occasione, come certamente ricorderete, ho fatto, con i paranensi e per loro, una richiesta, che, nonostante siano trascorsi quasi dieci anni, mi sembra ancora attuale. Dicevo allora: “Per voi, io chiedo a Dio, con il più grande fervore, che non si scoraggi mai, ma anzi si animi e cresca, la profonda integrazione razziale che esiste fra voi. Che in questa fraternità fra i vari popoli non manchi una speciale solidarietà con i nostri fratelli indigeni. Che vi sia, inoltre, fra voi, un’apertura ad accogliere molti altri gruppi umani che hanno bisogno di una patria, perché sono privati delle loro” (Omelia, Curitiba, 6 luglio 1980).

Essendo Pastori di una regione brasiliana relativamente ben strutturata, come Chiesa, ed avendo preparato questa visita con moltissima cura, avete nel cuore aspirazioni e progetti, con molta speranza. Ma non dimenticate di ascoltare, negli incontri con ognuno, che vi anima anche un vivo senso di responsabilità, con sereno realismo.

C’è una nuova configurazione sociale della vita e della cultura rurale della popolazione, che comincia a vivere secondo nuovi schemi, con mentalità prevalentemente urbana ed industriale. Inoltre, il momento politico, con nuove prospettive, così come la pressione dei mezzi di comunicazione sociale, naturalmente risveglia una nuova problematica. Bisogna ovviare al rischio di cedere ad un cristianesimo superficiale, insidiato dalle ideologie, da visioni dell’uomo indifferenti se non addirittura ostili alla tradizione cristiana, al quale viene ad aggiungersi la facile attrattiva delle sette e l’opportunismo di quelli che il Signore ha ben stigmatizzato nelle sue allegorie (cf. Mt 7, 15; Gv 10, 12), ponendoci in guardia contro nemici “domestici”.

Di fronte a tali situazioni, bisogna che i fedeli cristiani sappiano “conoscere” e riconoscere la voce del loro Pastore, quella voce, cioè, che ha echeggiato quasi duemila anni fa: “Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo Pastore” (Gv 10, 16). Ci sarà un solo Popolo di Dio, in una nuova Alleanza dell’unico Signore con gli uomini: “Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò loro Dio, ed essi saranno il mio popolo” (2 Cor 6, 16; cf. Eb 8, 10; Lv 26, 18).

3. Già in un precedente incontro con i Vescovi del vostro “Regional” in visita “ad limina”, mi compiacevo di osservare come l’amato stato del Paraná, essendo, in certo modo, “la terra di tutte le genti”, ci aiutava a farci un’idea e quasi a rendere palpabile la realtà di Chiesa come Popolo di Dio: ossia quell’ammirevole moltitudine che lo Spirito Santo, fra una così grande varietà di etnie e di culture, ha riunito nell’unità della dottrina degli Apostoli, della comunione fraterna, della divisione del Pane e della preghiera (cf. Insegnamenti, VIII/1, p. 1711).

Voglio oggi qui condividere con voi alcune riflessioni su questa realtà misteriosa e tanto suggestiva, che impegna e stimola il vostro ministero di Pastori. Affinché non vediate mai frustrato né deturpato questo vostro devoto ministero, è bene che, a proposito, si ritorni alla considerazione del mistero del Popolo di Dio, che è allo stesso tempo ed indissociabilmente la Chiesa che è in cammino, come “soggetto” storico.

Questa riflessione è molto attuale. Il Concilio Vaticano II, nel presentare le varie immagini della Chiesa, fra le altre molto significative, ha privilegiato questa di Popolo di Dio. Lascia intendere, così, che la considera la più felice per esprimere l’aspetto del corpo sociale, che, nonostante sia inserito nella storia degli uomini, trascende tutti i tempi e tutti i popoli (cf. Lumen gentium, 9).

4. Questo titolo di Popolo di Dio, come Voi sapete, comporta tutte le risonanze degli interventi divini per salvare il mondo; e tende sempre verso la definitiva realizzazione degli stessi in Gesù Cristo, nostro Signore, nel quale «tutte le promesse di Dio diventeranno “sì”» (cf. 2 Cor 1, 20).

La Chiesa, quindi, amati fratelli, essendo la continuazione d’Israele, Popolo di Dio dell’antica Alleanza, è anche la sua trasformazione radicale. Infatti, superando tutti i limiti di ordine etnico geografico o culturale, la Chiesa diviene la casa aperta a tutti indifferentemente, una volta che, in essa, tutti passano dall’essere “non-popolo” a Popolo di Dio (cf. 1 Pt 2, 10).

La ragione primaria di questa trasformazione sta nel fatto che la Chiesa è stata fondata dal Figlio di Dio, fatto uomo, morto e risorto. Egli rende presente il mistero stesso della Santissima Trinità. È in questo adorabile mistero che essa ha la sua unica e triplice fonte. È da lui che essa riceve la connotazione unica di Popolo riunito nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (cf. S. Girolamo, In Ps. 41 ad Neoph.: CCL 78, p. 542 s; S. Cipriano, De oratione dominica, 23: PL 4, 553).

È, di fatto, in virtù del sacramento del Battesimo, conferito precisamente in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che gli uomini vengono incorporati nel Popolo di Dio. E così, “a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo” (Gv 10, 36), “rende partecipe tutto il suo corpo mistico di quella unzione dello Spirito con la quale è stato unto” (Decr. Presbyterorum Ordinis, 2); (cf. Rm 6, 4). Ed è questo il Regno, al quale Gesù Cristo ha dato inizio sulla terra, dotandolo di tutti i mezzi necessari alla sua definitiva realizzazione. Per farlo crescere, sono invitati tutti coloro che accolgono il Signore Gesù: affinché divengano suoi collaboratori, nella fedeltà dalla grazia, alla vocazione, al modo di vita e alla funzione che sono loro propri (cf. 1 Cor 3, 8 ss).

5. In appoggio a questa fedeltà al servizio del Popolo di Dio, lo Spirito Santo distribuisce le sue grazie ed i suoi doni, per il compimento delle rispettive missioni di laici, religiosi o ministri consacrati, affinché tutti, ed ognuno per la parte che gli compete, contribuiscano all’edificazione dello stesso ed unico corpo.

Nell’ambito di questa disposizione organica e con questa finalità (cf. Ef 4, 7 ss) è al primo posto la grazia conferita agli Apostoli ed ai Vescovi, loro successori, uniti al successore di Pietro. È questa grazia che tutela la varietà e provvede che queste promuovano l’unità nella carità, in modo che tutti i membri del Popolo di Dio possano, liberamente ed ordinatamente, giungere alla salvezza.

Questa grazia e il dono gerarchico, apostolico-episcopale, amati Fratelli, implicano un’autentica diversità all’interno del Popolo di Dio. Essa ci è stata conferita dall’Ordinazione sacramentale, che perpetua nella Chiesa quell’atto creativo, con il quale Gesù Cristo “fece” i Dodici, e dal quale deriva per i suoi successori la funzione specifica di essere presenza e testimonianza di Cristo stesso fra i fedeli (cf. Cost. Lumen gentium, 18. 19. 21). Questa differenza essenziale, come sappiamo, non comporta un distanziamento fra i Vescovi e gli altri membri del Popolo di Dio; la sua funzione si concretizza, precisamente, nel ministero di santificare, di istruire e di governare il Popolo di Dio stesso; un ministero che solo i successori degli Apostoli ricevono da Gesù Cristo, e che essi devono esercitare solamente in suo nome.

6. Molto diverso da qualsiasi altro popolo, in quanto alle norme costituzionali che lo reggono, questo Popolo di Dio non è depositario dell’autorità inerente alla successione apostolica; come se il ministero episcopale costituisse una specie di delegazione popolare, o rimanesse vincolato a tale Popolo, in termini di durata o di modalità di esercizio. Essendo di origine sacramentale, tale autorità è esclusivamente di origine divina, e tale rimane; non ha bisogno quindi, di essere ratificata da nessun altro.

Questo non significa che il Vescovo debba convertire la propria unicità sacramentale in isolamento pastorale. Al contrario, ha l’obbligo di accettare e, addirittura, di cercare la collaborazione di tutti, tanto delle persone singole, quanto, degli organismi diocesani e superdiocesani, al fine di perfezionare e dar maggior efficacia al proprio servizio di guida e rendere più facile l’accettazione dello stesso. Ma, diventerebbe indebita ogni collaborazione che si convertisse in pressione. Allora il Popolo di Dio sarebbe collocato al livello di un popolo in senso laico. Si correrebbe il rischio di subordinare, in un certo modo, il ministero episcopale a opzioni, anche di fede e di vita cristiana, fatte a misura d’uomo. Avremmo, in questo caso, un’inversione di termini e di valori: invece di Popolo di Dio, il Dio del popolo.

7. Se è bene che la Chiesa, seguendo l’esempio del suo maestro, che era “buono ed umile di cuore”, sia ben ferma anch’essa nell’umiltà, e che abbia senso critico riguardo tutto ciò che costituisce il suo carattere e la sua attività umana, è ugualmente ovvio che anche la critica deve avere i suoi giusti limiti. Come Pastori della stessa Chiesa, portando avanti ciò che il mio predecessore Paolo VI ha chiamato il “dialogo della salvezza” (cf. 1 Tm 2, 4), dobbiamo essere vigili riguardo a quello spirito critico, nel quale non si esprime solo un atteggiamento di servizio; ma soprattutto, la volontà di orientare l’opinione di altri secondo la propria opinione, alcune volte divulgata in modo assai imprudente (cf. Enc. Redemptor hominis, 4).

Il ministero episcopale, quindi, non si può scindere dal suo rapporto originale e irreversibile con Gesù Cristo. C’è un inviolabile diritto di quanti fanno parte del Popolo di Dio: il diritto di poter ascoltare, nei propri Pastori, Cristo stesso e il Padre che Lo ha inviato; e di ricevere da parte loro, non una parola di uomini, ma la Parola di Dio (cf. Lc 10, 16; 1 Ts 2, 13).

I fedeli e tutti in generale vogliono ascoltare da noi “Parole di vita eterna”, l’illuminazione della fede riguardo il senso della vita temporale e le ragioni di speranza di beni futuri, per portare avanti la missione che Dio ha affidato loro nel mondo (cf. Cost. Lumen gentium, 48). Le beatitudini tutte, indicano il giusto giudizio, che non appartiene agli uomini né al tempo presente, ma solo a Gesù Cristo quando verrà nella sua gloria (cf. Mt 25, 21 ss) per il compimento del suo Regno e per decretare che i giusti andranno verso la vita eterna.

8. Miei amati fratelli nell’Episcopato: questa riflessione sulla Chiesa come Popolo di Dio, mi viene suggerita e richiesta dalla responsabilità di cui sono investito, quale successore di Pietro: essere, in mezzo a questo stesso Popolo, il principio e il fondamento visibile dell’unità. Tanto dell’unità dei Vescovi, quanto dell’unità della moltitudine dei fedeli. E in questa stessa linea di responsabilità, anche a Voi, in qualità di Vescovi, compete l’essere principio e fondamento visibile dell’unità nelle Chiese particolari che vi sono affidate (cf. Cost. Lumen gentium, 23).

 Vi esorto, quindi, cari Fratelli, a conservare l’integrità di quella pace, che fu comunicata da Cristo risorto agli Apostoli, e che dissipa tutto il timore (cf. Gv 20, 19-22). E vi auguro e chiedo a Dio che gli atti del vostro ministero pastorale, come quelli degli stessi Apostoli, siano ispirati dalla consapevolezza che sono atti del Signore, perciò sono anche dello Spirito Santo (cf. At 15, 28).

Vi incoraggio a proseguire con zelo, intelligenza e entusiasmo, quel servizio che già state compiendo, dimostrando saggezza e amore, nelle vostre singole Chiese. Continuate ad armonizzare le esigenze delle vostre Diocesi con quelle della Conferenza Nazionale dei Vescovi, affinché vi sia sintonia nei programmi pastorali. E non vi stancate di essere vicini, di amare e di ascoltare il popolo, essendo, per tutti i fedeli diocesani, padri ed amici saggi. Siatelo particolarmente, per i Sacerdoti, e aspiranti al Sacerdozio, per i consacrati, Religiosi e Religiose, e per i laici impegnati nell’apostolato, infine, per tutti coloro che hanno una partecipazione peculiare e riconosciuta nella missione della Chiesa.

Per concludere, raccomando alla Madre di Dio, sede della saggezza - Nostra Signora Aparecida, come la invoca il caro popolo brasiliano - il vostro ministero episcopale. Alla sua cura materna affido la vostra sollecitudine di Pastori, nello Stato di Paraná; e, con la sua intercessione, invoco abbondanti favori celesti per tutto il Popolo di Dio che è in pellegrinaggio lì, con una grande Benedizione Apostolica.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 

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