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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DEL CORPO DIPLOMATICO
ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE*

Sabato, 13 gennaio 1990

 

Eccellenze,
Signore, Signori,

1. A tutti voi, ai popoli ed ai governi da voi rappresentati, alle vostre famiglie, rivolgo i miei auguri più calorosi di felicità e di prosperità per l’anno iniziato. Questi auguri si fanno preghiera mentre chiedo a Colui che “si fece carne” e venne ad abitare in mezzo a noi (cf. Gv 1, 14) di benedirvi, di far fruttare il vostro lavoro al servizio della comprensione tra gli uomini e di riconfortare quelli di voi che sperimentano l’angoscia o la prova.

2. Desidero ribadire ai diplomatici recentemente accreditati presso la Santa Sede la gioia che provo nell’accoglierli, e quanto i miei collaboratori e io stesso contiamo sulla loro cooperazione.

Noto anche con soddisfazione la presenza tra voi dell’Ambasciatore di Polonia, una nazione che, dopo una lunga parentesi, ha riallacciato le sue relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

3. Tengo infine a ringraziare cordialmente il vostro decano, l’Ambasciatore della Costa d’Avorio il quale, con la sua consueta delicatezza, si è fatto interprete dei vostri pensieri e dei vostri auguri. Oltre a menzionare sviluppi positivi, spesso inattesi, che hanno caratterizzato l’attualità internazionale dell’anno trascorso, Lei ha anche voluto sottolineare, Signor Ambasciatore, gli sforzi della comunità internazionale per rimediare alle crisi e alle situazioni d’ingiustizia denunziate ancora oggi da troppi popoli, spesso quelli più soggetti a privazioni. Le sono grato del caloroso apprezzamento che ha voluto esprimere nei confronti dell’attività della Chiesa cattolica e di questa Sede apostolica le quali, attraverso la diffusione del messaggio evangelico, si sforzano di dare il loro speciale contributo alla causa della giustizia ed alla ricerca della pace.

4. Signore e Signori, la vostra presenza manifesta chiaramente che, per i popoli ai quali appartenete e per i loro dirigenti, la Chiesa e la Santa Sede non sono estranee alle loro realizzazioni ed alle loro speranze, e tanto meno ai problemi ed alle avversità che costellano la loro strada. Lo sapete - ne siete testimoni diretti - che la presenza della Chiesa nel mondo e la azione diplomatica della Santa Sede in particolare desiderano contribuire a rafforzare e completare l’unione della famiglia umana. Ricordate ciò che dichiara a questo proposito la Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano Secondo: “Siccome in forza della sua missione e della sua natura, non è legata ad alcuna particolare forma di cultura umana o sistema politico, economico o sociale, la Chiesa per questa sua universalità può costituire un legame strettissimo tra le diverse comunità umane e nazioni, purché queste abbiano fiducia in lei e riconoscano realmente la vera sua libertà in ordine al compimento della sua missione” (n. 42).

5. Per questa sollecitudine e questo interesse per il benessere spirituale e materiale di tutti gli uomini, la Santa Sede ha accolto con soddisfazione le grandi trasformazioni le quali, particolarmente in Europa, hanno segnato in questi ultimi tempi la vita di diversi popoli.

La sete irreprimibile di libertà manifestatasi in essi ha accelerato le evoluzioni, ha fatto crollare i muri e aprire le porte: tutto ha assunto il ritmo di un autentico sconvolgimento. Come avrete certamente notato, il punto di partenza o il punto d’incontro è stato sovente una chiesa. Poco a poco si sono accese candele per formare un vero cammino di luce, come per dire a coloro che per anni hanno preteso limitare gli orizzonti dell’uomo, a questa terra, che egli non può rimanere indefinitivamente incatenato. Sembra rinascere sotto i nostri occhi una “Europa dello spirito”, sul filo dei valori e dei simboli che l’hanno modellata, “di questa tradizione cristiana che unisce tutti i popoli” (Allocuzione al Congresso per il V Centenario della nascita di Martin Lutero, 24 marzo 1984).

Pur costatando questa felice evoluzione che ha portato tanti popoli a ritrovare la loro identità e la loro uguale dignità, non si deve dimenticare che niente è definitivamente acquisito. Gli strascichi della seconda guerra mondiale, scatenata cinquant’anni fa, incitano alla vigilanza. È sempre possibile che riemergano rivalità secolari, che si riaccendano conflitti tra minoranze etniche, che s’inaspriscano nazionalismi. Ecco perché è necessario che un’Europa, concepita come una “comunità di nazioni”, si affermi in base ai principi così opportunamente adottati a Helsinki nel 1975 dalla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE).

6. Questa Conferenza ha finito per imporre, infatti, la fondamentale convinzione che la pace del continente non dipende soltanto dalla sicurezza militare ma anche - e forse soprattutto - dalla fiducia che ogni cittadino deve poter riporre nel proprio paese e dalla fiducia tra i popoli. Il 1989 era iniziato del resto con l’adozione a Vienna, il 19 gennaio, del Documento finale della terza riunione di quella stessa Conferenza. I trentacinque paesi partecipanti hanno adottato un testo importante: con gli impegni concreti, con l’equilibrio che viene a stabilirsi tra gli aspetti militari, umanitari ed economici della sicurezza, questo testo ha messo bene in rilievo che la stabilità della comunità delle nazioni europee poggia innanzi tutto su valori condivisi e su un codice esigente di condotta. Questo codice non autorizza i dirigenti di un paese di diventare guide intellettuali dei propri concittadini, o le nazioni più forti ad imporsi alle più vulnerabili, nel disprezzo della loro dignità.

7. Varsavia, Mosca, Budapest, Berlino, Praga, Sofia, Bucarest, per citare solo le capitali, sono diventate praticamente le tappe di un lungo pellegrinaggio verso la libertà. Dobbiamo rendere omaggio ai popoli che, al prezzo di sacrifici immensi, hanno coraggiosamente intrapreso questo pellegrinaggio ed ai responsabili politici che l’hanno favorito. La cosa più ammirevole negli avvenimenti dei quali siamo stati testimoni, è che interi popoli abbiano preso la parola: donne, giovani, uomini hanno vinto la paura. La persona umana ha manifestato le risorse inesauribili di dignità, di coraggio e di libertà che custodisce in sé. In paesi nei quali per anni un partito ha dettato la verità in cui credere e il senso da dare alla storia, questi fratelli hanno dimostrato che non è possibile soffocare le libertà fondamentali che danno un senso alla vita dell’uomo: la libertà di pensiero, di coscienza, di religione, d’espressione, di pluralismo politico e culturale.

8. È necessario che queste aspirazioni, espresse dai popoli, siano soddisfatte dallo Stato di diritto in ogni nazione europea. La neutralità ideologica, la dignità della persona umana sorgente di diritti, la priorità della persona rispetto alla società, il rispetto delle norme giuridiche democraticamente consentite, il pluralismo nell’organizzazione della società, sono valori insostituibili senza i quali non è possibile costruire durevolmente una casa comune all’est e all’ovest, accessibile a tutti e aperta sul mondo. Non può esservi società degna dell’uomo senza il rispetto dei valori trascendenti e permanenti. Quando l’uomo fa di sé la misura esclusiva di tutto, senza riferirsi a Colui dal quale tutto viene ed al quale questo mondo ritorna, egli diventa presto schiavo della propria finitudine. Il credente invece sa per esperienza che l’uomo è veramente uomo solo riconoscendosi da Dio e accettando di collaborare al piano di salvezza: “Riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 52).

9. Il momento è venuto per gli europei dell’Occidente, i quali hanno il vantaggio di aver vissuto lunghi anni di libertà e di prosperità, di aiutare i loro fratelli del Centro e dell’Est a riprendere pienamente il posto che spetta loro nell’Europa di oggi e di domani. Sì, il momento è propizio per raccogliere le pietre dei muri abbattuti e costruire insieme la casa comune. Troppo spesso, purtroppo, le democrazie occidentali non hanno saputo fare uso della libertà conquistata in passato al prezzo di duri sacrifici. Non si può fare a meno di rammaricarsi della deliberata assenza di ogni riferimento morale trascendente nella gestione delle società dette “sviluppate”. Accanto agli slanci generosi di solidarietà, ad una reale preoccupazione per la promozione della giustizia e ad una costante preoccupazione per il rispetto effettivo dei diritti dell’uomo, è necessario costatare la presenza e la diffusione di controvalori quali l’egoismo, l’edonismo, il razzismo e il materialismo pratico. Non bisogna che i nuovi arrivati alla libertà e alla democrazia siano delusi da coloro che in qualche modo ne sono i “veterani”. Tutti gli europei sono provvidenzialmente chiamati a ritrovare le radici spirituali che hanno fatto l’Europa.

Vorrei ripetere a questo proposito, davanti a questo uditorio qualificato, quanto ebbi occasione di dire ai parlamentari del Consiglio d’Europa a Strasburgo nell’ottobre del 1988: “Se l’Europa vuole essere fedele a se stessa, bisogna che sappia riunire tutte le forze vive di questo continente, rispettando il carattere originale di ciascuna regione, ma ritrovando nelle sue radici uno spirito comune . . . Nell’esprimere il desiderio ardente di vedere intensificarsi la cooperazione già abbozzata con le altre nazioni, particolarmente quelle del Centro e dell’Est, sento d’interpretare il desiderio di milioni di uomini e donne che si sanno legati in una storia comune e che sperano in un destino di unità e di solidarietà alla misura di questo continente” (Discorso all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, 8 ottobre 1988). Signore e Signori, è questo a mio parere ciò che non solo sperano gli europei, ma che il mondo intero attende da un continente che ha dato tanto agli altri.

10. Per questo motivo saluto fiduciosamente gli sforzi intrapresi dai responsabili degli Stati Uniti d’America e dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, desiderosi di dialogo e di pace. I contatti che ho avuto con loro mi hanno dato modo di costatare la loro volontà di fondare la cooperazione internazionale su basi più sicure, e fare in modo che ogni paese sia considerato sempre più come un socio e non come un concorrente.

Questo potrà essere realizzato soltanto se tutti i membri della comunità delle nazioni, e particolarmente quelli che hanno maggior peso e quindi maggior responsabilità nella tutela della pace, s’impegneranno a rispettare scrupolosamente i principi del diritto internazionale che hanno così felicemente contribuito a consolidare un’armoniosa collaborazione tra Stati.

Il nuovo clima che si è così instaurato progressivamente in Europa ha favorito progressi considerevoli nei negoziati per il disarmo nucleare, chimico e convenzionale. L’anno 1989 potrebbe certamente contrassegnare il declino di quella che veniva chiamata “la guerra fredda”, della divisione dell’Europa e del mondo in due campi ideologici opposti, della corsa sfrenata agli armamenti e dell’incapsulamento del mondo comunista in una società chiusa.

Siano rese grazie a Dio che ha voluto ispirare agli uomini questi “pensieri di pace” che Cristo, venendo a noi nella notte di Natale, ha deposto in ognuno come un retaggio e un fermento, capaci di cambiare il mondo!

11. Questa atmosfera nuova si è anche estesa, molto felicemente, ben oltre l’Europa. Hanno progredito processi di pacificazione, specialmente grazie alla lungimirante azione della Organizzazione delle Nazioni Unite cui mi è gradito dare il mio riconoscimento.

Sono state tenute libere elezioni in Namibia, paese che dovrebbe accedere presto all’indipendenza tanto attesa dalla popolazione. Bisogna incoraggiare negoziati nell’Angola e nel Mozambico, affinché la buona volontà di tutti permetta di rimuovere gli ostacoli persistenti che ne ritardano la conclusione. Sarà posto termine così alle crudeli prove cui sono state sottoposte popolazioni, già poco favorite dal punto di vista materiale, che potranno meglio essere artefici del proprio sviluppo. Le riforme politiche e costituzionali verso le quali sembra avviarsi la Repubblica del Sud Africa dovrebbero tradursi sempre meglio in realtà, così da favorire il clima di fiducia e di dialogo di cui tutte le popolazioni sentono l’urgente necessità.

Il Burundi sembra essersi avviato anch’esso al superamento definitivo dei conflitti etnici che lo laceravano fino a poco tempo fa. Sempre sul continente africano, dobbiamo prendere atto della nascita dell’Unione Araba Maghrebina, punto di partenza di una necessaria cooperazione regionale che dovrebbe favorire non soltanto gli scambi economici, ma anche la composizione pacifica dei problemi in sospeso, ed infine rapporti vantaggiosi con la Comunità Economica Europea.

Infine in una regione molto lontana da questa, nell’America del Sud, le elezioni democratiche tenute recentemente nel Cile e nel Brasile costituiscono una tappa importante nel cammino delle nazioni sudamericane verso una maggior libertà e democrazia, tappa che deve essere ancora intrapresa da altri.

12. Ma come nell’ora in cui albeggia su certe terre, altre sono ancora all’ombra del crepuscolo, così avviene nella scena internazionale: se si possono registrare progressi qua e là, sono ancora numerosi i paesi in preda all’incertezza ed alle prove. Il mio pensiero va prima di tutto al Medio Oriente, sempre vittima dell’ingiustizia e della violenza. Il futuro del Libano, nonostante tutti gli sforzi fatti, resta precario. È oramai urgente che i libanesi siano messi in condizione di prendere decisioni sovrane sul loro avvenire, nella fedeltà ai valori della civiltà che hanno modellato l’affascinante fisionomia di questo paese.

Molto vicino alla terra libanese, le popolazioni della Cisgiordania e di Gaza sono ancora in preda a sofferenze difficilmente ammissibili. Come non ripetere, ancora una volta, che solo il negoziato sarà in grado di garantire alle parti contrapposte il rispetto delle loro legittime aspirazioni, la pace immediata e la sicurezza del domani?

Nel Golfo, terminata la guerra tra l’Iraq e l’Iran, resta da risolvere tra l’altro il problema del rimpatrio dei prigionieri di guerra, problema umano per eccellenza. Mentre giungono a termine le feste della fine dell’anno, occasione di gioiosi incontri famigliari, non possiamo dimenticare la sorte riservata a quelle persone, in maggioranza giovani, ancora trattenute lontano dai loro cari senza motivo giustificabile.

Più ad est, un problema dello stesso ordine è quello dei rifugiati afgani che attendono di poter ritornare alla loro terra. La comunità internazionale non può disinteressarsi della loro situazione, né del resto di quella delle popolazioni dell’Afghanistan che subiscono ogni giorno gli effetti devastanti di un micidiale conflitto. Anche lì è ormai tempo che le parti interessate raddoppino i loro sforzi affinché, nel rispetto delle aspirazioni legittime di tutti, venga posto fine alle ostilità endemiche e alle sofferenze imposte a civili innocenti.

13. Un rapido sguardo all’immensa Asia Orientale pone davanti agli occhi grandi popoli, dalle nobili tradizioni culturali e religiose, che dovrebbero contribuire di più al progresso armonioso della vita internazionale. Accanto a segni positivi portatori di speranza sussistono purtroppo situazioni dolorose.

Penso alla Cambogia dove, nonostante un primo tentativo di negoziato, si è ancora in attesa di una transizione pacifica verso un futuro che ispiri fiducia a tutti. Auguriamoci che una cooperazione internazionale efficace impedisca il ritorno delle terribili prove già sostenute da un intero popolo.

Lo Sri Lanka continua purtroppo ad essere scosso da ostilità di ogni genere, le quali per tutto l’arco dello scorso anno hanno causato numerose vittime e compromettono pericolosamente la coesione di una nazione pure così pacifica.

Va ricordato anche il Vietnam.

Vorrei dare il mio incoraggiamento ai segni discreti di apertura che si sono recentemente manifestati, riguardanti anche la libertà di religione. La Chiesa e la Santa Sede sono evidentemente disponibili per qualsiasi dialogo suscettibile di migliorare la situazione in questo settore. La comunità internazionale, da parte sua, dovrebbe sentire il dovere di stimolare di più il coraggioso popolo vietnamita aiutandolo a occupare sempre meglio il posto che gli compete nel concerto delle nazioni. La grave questione posta dai rifugiati di questo paese potrà essere risolta soltanto attraverso questa stessa solidarietà internazionale.

Infine non vorrei lasciare l’argomento di questa regione senza menzionare la nazione cinese. I gravi avvenimenti di giugno del 1989 mi hanno profondamente impressionato e sin dall’inizio, facendomi un poco portavoce di coloro che sono attenti alla sorte dell’umanità, non ho mancato di esprimere, con i miei sentimenti di cordoglio, il sincero augurio che tante sofferenze non siano vane ma servano invece a rinnovare la vita nazionale di questo nobile paese. Alle soglie del nuovo anno, voglio formulare ancora una volta questo stesso augurio, nella convinzione che i problemi della pace hanno oggi dimensioni tali da coinvolgere tutti gli uomini e tutte le donne di buona volontà. Tutti i popoli del mondo sono chiamati infatti a fare opera di pace nel rispetto della verità, della giustizia e della libertà.

14. In America Centrale, le prospettive di una ripresa del processo di pace sotto gli auspici dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che aveva suscitato tante speranze, si sono alquanto attenuate. Recentemente il Salvador è stato teatro di violente lotte che hanno colpito soprattutto la popolazione civile. Ricordiamo in particolare il barbaro assassinio di sei religiosi della Compagnia di Gesù. Voler risolvere problemi della società attraverso la violenza è una pura e semplice illusione, una illusione suicida. Per questo ho accolto con sollievo il vertice tenuto recentemente dai Presidenti dei paesi dell’America Centrale, a San José de Costa Rica, lo scorso mese. Essi hanno opportunamente dichiarato la loro profonda convinzione “che è indispensabile suscitare nella coscienza dei popoli la necessità di rigettare l’uso della forza e del terrore per perseguire fini e obbiettivi politici” (Dichiarazione di San Isidro de Coronado, 12 dicembre 1989).

Il flagello della violenza e del terrorismo, aggravato dall’infame commercio della droga che ne è spesso la causa, ha imperversato duramente nel Perù e in Colombia, al punto di mettere in pericolo l’equilibrio sociale di questi paesi. In questo clima di anarchia, deploriamo il vile assassinio di un Vescovo, il pastore diocesano colombiano di Arauca, Monsignor Jesús Jaramillo Monsalve.

E recentemente è venuta ad aggiungersi a queste preoccupazioni la crisi di Panama. Anche qui è stata la popolazione civile a soffrire più di tutti. È auspicabile che il popolo panamense possa ritrovare senza tardare una vita normale, nella dignità e nella libertà alle quali ha diritto ogni popolo sovrano.

15. Infine, dopo questo giro di orizzonte, conviene fare tappa sul continente africano nel quale due popoli, in particolare, subiscono da anni una sorte tragica. Il Sudan, infatti, ha visto aggiungersi alle calamità naturali quelle ancora più nefaste della guerra nella parte meridionale del paese. Città devastate ed esodo delle popolazioni hanno provocato situazioni inenarrabili di miseria ed indigenza, cui si è aggiunto il problema dei rifugiati. L’aiuto internazionale è ovviamente urgente, ma potrà essere assicurato solo a condizione che sia osservata la tregua delle armi, in attesa della ripresa dei colloqui di pace che avevano suscitato tante speranze. Al silenzio delle armi dovrà aggiungersi il rispetto autentico dei diritti fondamentali di tutti gli elementi che compongono la società sudanese, in particolare delle minoranze, nella partecipazione alla gestione del potere, alla produzione e all’uso delle risorse naturali; e tutto nella piena libertà e senza discriminazioni di razza o di religione.

Non meno preoccupante è la situazione delle popolazioni dell’Etiopia, alle quali del resto la Chiesa cattolica non ha mancato di venire in aiuto attraverso le sue organizzazioni caritative che si sono associate alle iniziative dei Vescovi locali e agli sforzi dei governi e delle organizzazioni non governative. Anche qui gli effetti drammatici della siccità, le malattie e la fame hanno reso ancora più devastanti le conseguenze dei conflitti interni. Auguriamoci che possa ricominciare l’invio dei soccorsi agli abitanti del Tigrai, se vogliamo evitare nei prossimi mesi una tragedia dalle dimensioni gigantesche. Inoltre i negoziati in corso con l’Eritrea e il Tigrai dovrebbero contribuire anch’essi a far prevalere la convinzione che questo conflitto non può trovare uno sbocco militare.

È chiaro che ogni soluzione dovrà tener conto delle legittime aspirazioni dell’amato popolo eritreo, che ha già sofferto tanto.

16. Eccellenze, Signore e Signori, tale è il contesto, fatto di ombre e di luci, nel quale la Chiesa cattolica è chiamata dal suo Signore a dare testimonianza di fede, di speranza e di carità. È reso visibile dalla buona volontà dei suoi fedeli più umili, dalla instancabile dedizione dei suoi Vescovi e dei suoi sacerdoti, dall’impegno senza riserve dei suoi religiosi e delle sue religiose. Ancora recentemente, pellegrino in Estremo Oriente e nell’Isola di Maurizio, ho potuto costatare i frutti copiosi prodotti dal lavoro e dalla perseveranza apostolica di tanti operai del Vangelo di ieri e di oggi. Siano rese grazie per questo a Dio!

Il mio ardente desiderio è che, in questo clima nuovo di libertà che sembra diffondersi un poco dovunque, i credenti possano non solo praticare la fede - mentre certi paesi e certe religioni maggioritarie non lo permettono sempre -, ma partecipare anche attivamente e a pieno diritto al progresso politico, sociale e culturale delle nazioni di cui sono membri.

L’incredulità e la secolarizzazione, infatti, pongono sfide che devono essere raccolte da tutti i credenti, chiamati a testimoniare insieme il primato di Dio su ogni cosa. Per questo, oltre alla libertà religiosa che lo Stato deve garantire loro, è essenziale che esistano una miglior conoscenza e una miglior collaborazione tra religioni. A questo riguardo ho potuto costatare di persona gli effetti positivi di questa comprensione interconfessionale in Indonesia dove i principi del “Pancasila” permettono all’Islam e alle altre religioni praticate dagli abitanti di questo paese d’incontrarsi in un dialogo armonioso da cui trae beneficio l’intera società. Purtroppo non è sempre così. Non posso tacere sulla situazione preoccupante in cui si trovano i cristiani in certi paesi dove la religione islamica è maggioritaria. L’esperienza del loro sconforto spirituale mi giunge costantemente: spesso privi di luoghi di culto, guardati con sospetto, impediti di organizzare un’educazione religiosa secondo la loro fede o attività caritativa, hanno la sensazione dolorosa di essere cittadini di second’ordine. Sono convinto che le grandi tradizioni dell’Islam, quali l’accoglienza dello straniero, la fedeltà nell’amicizia, la pazienza nelle avversità, l’importanza data alla fede in Dio, siano altrettanti principi che dovrebbero permettere di superare atteggiamenti settari inammissibili. Mi auguro vivamente che se i fedeli musulmani trovano oggi giustamente i mezzi essenziali per soddisfare le esigenze della loro religione nei paesi di tradizione cristiana, i cristiani possano beneficiare a loro volta di un trattamento paragonabile in tutti i paesi di tradizione islamica. La libertà religiosa non può essere limitata ad una semplice tolleranza. È una realtà civile e sociale, dotata di diritti precisi che permettono ai credenti ed alle loro comunità di dare senza timore testimonianza della loro fede in Dio, e viverne tutte le esigenze.

17. Il contributo dei credenti non è mai stato così utile come oggi in un mondo dove sono numerosi coloro che sono alla ricerca di un senso da dare all’esistenza ed alla Storia. Sono convinto, in particolare, che la testimonianza della preghiera, della vita comunitaria nella Chiesa e della carità efficace sia altrettanto necessaria allo sviluppo di questo mondo quanto il progresso tecnico o la prosperità materiale. È questo che ho voluto dire in un messaggio al Convegno Ecumenico Europeo di Basilea, nello scorso maggio: “I patti ed i negoziati politici sono mezzi necessari per arrivare alla pace, e la nostra riconoscenza è grande nei confronti di coloro che vi si dedicano con convinzione, con perseveranza e con generosità. Ma per essere fruttuosi in maniera duratura, hanno bisogno di un’anima. Per noi, è un’ispirazione cristiana che può fornirla riferendosi a Dio, Creatore, Salvatore e Santificatore, ed alla dignità di ogni uomo e ogni donna, creati a sua immagine” (18 maggio 1989).

Sì! Che la forza dello Spirito procuri dovunque a questa umanità uno slancio spirituale rinnovato che l’avvicini al suo Creatore! Nella nostra epoca in cui si parla e si pensa molto in termini di redditività, in cui s’invoca con forza la libertà, non manchino mai i segni della trascendenza, dell’attenzione ai più deboli e del rispetto delle aspirazioni degli altri!

18. Il 1990 apre il decennio che ci porterà alla fine del secondo millennio dell’era cristiana. Per ogni uomo, per ogni popolo, per la nostra terra, facciamo di questo periodo un “avvento”. Prepariamo le vie di Dio che non cessa di venire a noi, come nella notte di Natale, per arricchirci della sua vita e della sua presenza. Resta sempre nel cuore dell’uomo uno spazio che Lui solo può colmare. Possiamo noi, ciascuno al suo posto, nell’adempimento dei compiti che ci sono provvidenzialmente affidati, aiutare gli uomini di questo tempo a scoprire sempre meglio, attoniti e fiduciosi, che Dio è il loro bene!

Questi sono gli auguri che vi faccio, Eccellenze, Signore e Signori, per i vostri concittadini, per la famiglia umana intera! Di gran cuore li affido “a Colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3, 20). Che la sua Benedizione sia con tutti voi!


*L'Osservatore Romano 14.1.1990 p.6

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 

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