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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL MOVIMENTO ECCLESIALE DI IMPEGNO CULTURALE (MEIC)

Sabato, 3 marzo 1990

 

Cari dirigenti e iscritti del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale!

1. Sono lieto di incontrarmi con voi, in occasione del vostro raduno a Roma per la IV Assemblea Nazionale. Saluto il vostro presidente, l’assistente ecclesiastico e tutti i dirigenti centrali. Saluto particolarmente mons. Salvatore De Giorgi, nuovo assistente generale dell’Azione Cattolica Italiana e quindi anche prima guida spirituale del vostro Movimento. A lui rinnovo i miei fervidi voti augurali per il suo ministero tra voi e per quello che si appresta a svolgere nella più grande famiglia dell’Azione Cattolica.

Il tema della vostra Assemblea, “Una fede aperta allo Spirito e operosa nel mondo”, ben si addice a chi, come voi, è chiamato a impegnarsi nel vasto e problematico mondo della cultura contemporanea con una precisa prospettiva di fede cristiana, avendo come costante punto di riferimento il magistero della Chiesa, anche a motivo dell’appartenenza all’Azione Cattolica, che caratterizza il vostro operare.  

Generosa evangelizzazione delle culture

2. La cultura è stata sempre oggetto di particolare attenzione da parte della Chiesa, perché esprime il sentire più elevato dell’uomo e ne guida le scelte. Per un cristiano, poi, essa non può non confrontarsi con l’insegnamento del Vangelo. Voi sapete come il mio predecessore Paolo VI, nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (n. 20), abbia individuato il dramma della nostra epoca, più che di ogni altra, nella rottura tra Vangelo e cultura e abbia impegnato quindi la comunità ecclesiale a “fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l’incontro con la buona novella”.

Soprattutto la costituzione conciliare Gaudium et spes ha dedicato pagine luminose a questo tema. Nell’enunciare in particolare “alcuni principi riguardanti la retta promozione della cultura”, ne ha affermato la legittima autonomia (Gaudium et spes, 59), e ha denunciato certi aspetti critici dell’odierno progresso delle scienze e della tecnica, individuando altresì quei valori della cultura attuale che possono costituire in qualche modo una “praeparatio evangelica” (Gaudium et spes, 57).

Su questo tema del rapporto tra fede e cultura mi preme sottolineare qui quanto dicevo in altra occasione: “Esiste, e non si deve temere di affermarlo, una qualificazione cristiana della cultura, perché la fede in Cristo non è un puro e semplice valore tra i valori che le diverse culture enucleano; ma per il cristiano è il giudizio ultimo che li giudica tutti, pur nel pieno rispetto della loro consistenza propria (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII/1 [1984] 261).

La fede dunque non è per nulla estrinseca alla cultura, ma anzi genera cultura: da qui emerge un compito da realizzare e una tradizione da conservare e trasmettere. Nel Convegno ecclesiale di Loreto, riferendomi all’impegno della Chiesa italiana, ho offerto una indicazione di coraggio e di fiducia: anche nell’attuale contesto di secolarizzazione e per tanti aspetti di scristianizzazione, dobbiamo guardare al futuro con l’obiettivo che la fede “abbia, o ricuperi, un ruolo-guida e un’efficacia trainante”, mediante una presenza anche pubblica nella società e con la tensione a “far sì che le strutture sociali siano o tornino a essere sempre più rispettose di quei valori etici, in cui si rispecchia la piena verità sull’uomo” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 1001-1002).  

La storia mostra il carattere fallace e antiumano di molte ideologie

3. Pertanto il vostro impegno culturale di discepoli di Cristo e di appartenenti a un Movimento tipicamente ecclesiale deve essere aperto a cogliere gli autentici valori umani, dovunque essi si trovino, per riportarli alla loro origine divina, per purificarli dalle scorie dell’errore e del peccato e per poter dialogare con chi li esprime su una base di competenza e di sincerità.

Ma proprio questo impegno di dialogo vi domanda di coltivare e di difendere sempre quella identità culturale cristiana, che fa di voi degli autentici credenti maturi e vi permette di raccogliere, nel dialogo, frutti evangelici. Alle idee e alle proposte che, con la pretesa di superiore cultura e di modernità, contraddicono alla visione cristiana dell’uomo e della società, il credente non solo non si apre, ma le contesta senza ambiguità e ne afferma la natura illusoria e dannosa. Tanto più che è la storia stessa a dimostrare frequentemente il carattere fallace e antiumano di molte ideologie.  

La Verità si fa uomo per la nostra salvezza

4. Anche oggi dunque, per essere vera ed efficace, la cultura cristiana non deve assumere schemi conoscitivi strutturalmente deboli, non deve rimanere soggetta all’incertezza, non deve lasciarsi guidare da dubbi non solo metodici, né condizionare da problematiche inconcludenti.

La cultura deve condurre alla verità. La verità delle cose, della storia, della vita e dell’uomo, non deve essere acriticamente accettata, ma ricercata con sincerità e con fiducia, e coltivata con coraggio e con coerenza. Una strada culturale come questa non può non orientare a Cristo, che è la pienezza della Verità, la Verità che si fa Uomo per la nostra salvezza. Ogni uomo di cultura dovrebbe sentire il fascino di questo “itinerarium mentis in Deum”, come il senso ultimo e illuminante del suo impegno.

La vostra cultura dovrà essere allora tendenzialmente universale: non chiudersi in un settore o limitarsi a pochi ambiti, ma senza perdere la doverosa competenza scientifica nel proprio campo, essere capace di aprirsi all’orizzonte di tutte le realtà, a cominciare da quella spirituale e religiosa. Sia per voi fonte di gioia spirituale e motivo di costante impegno puntare alla sintesi tra fede e cultura e tra fede e vita.  

In comunione con il magistero che insegna, santifica e guida

5. Questa sintesi affascinante non si realizza senza precise condizioni. Richiede infatti che la nostra fede pervenga a quella autentica maturità che consiste nell’assimilare intellettualmente il dato della rivelazione, e ci domanda anche e soprattutto di essere “persone spirituali”, ricche di quella sapienza che dà il primato alla preghiera e che permette di sentirsi in sintonia con le cose del Signore.

La fede inoltre deve essere vissuta all’interno della comunità ecclesiale. Il luogo in cui germoglia la cultura cristiana è la realtà misteriosa della Chiesa, dove il popolo dei credenti vive, riflette e prega in comunione con il magistero che insegna, santifica e guida.

La fede, ancora, deve essere sempre vissuta con coerenza, particolarmente nell’affrontare i problemi etici, antichi o nuovi: non è il caso di lasciarsi sedurre o intimidire da orientamenti di pensiero e stili di vita, seppure diffusi, che tendono a relativizzare le dimensioni e implicazioni morali della fede, subordinandole a scelte e interessi soggettivi.

E infine la fede autentica non tema la testimonianza anche in quei settori pubblici della società e della politica, dove, di fronte alle difficoltà dell’impegno, può farsi strada la tentazione della fuga nel privato, oppure lo stesso impegno assunto sia condizionato da interessi individualistici. Educarsi alla testimonianza nel sociale e nel politico è un dovere preciso per chi ha fatto della cultura cristianamente qualificata una scelta prioritaria di vita.  

Preghiera, ricerca, formazione, testimonianza

6. Cari fratelli e sorelle, una fede aperta ai doni dello Spirito e una presenza evangelicamente operosa nel mondo domandano a tutti voi uno sforzo continuo di ricerca, di formazione e di testimonianza, sempre sostenuto e alimentato dalla preghiera. È questo il cammino che vi attende a partire dalla vostra IV Assemblea. Auguro al vostro Movimento di essere per questa nostra società quel lievito, quel sale e quella luce di cui parla il Vangelo, mentre di cuore imparto a tutti voi l’apostolica benedizione.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 

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