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VISITA PASTORALE AD IVREA
DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II DURANTE LA VISITA ALLO STABILIMENTO OLIVETTI
Solennità di San Giuseppe
Scarmagno (Torino) - Lunedì, 19 marzo 1990
Saluto cordialmente tutti i presenti. Sono molto lieto per questo primo
contatto con la Olivetti, soprattutto per questo primo contatto con la realtà,
oggi tanto conosciuta e tanto diffusa, che si chiama “computer”. Devo
confessarvi che capisco un po’ la parola, ma dovrei imparare che cosa vuol dire,
che cosa c’è dietro questa parola, che cosa è la realtà dei computers. L’ho
detto anche al vostro Ingegnere ed egli me l’ha spiegato. Tuttavia la
spiegazione muoveva da un punto di partenza per lui molto chiaro, ma per me un
po’ meno chiaro, perché si dovrebbero studiare ancora molti aspetti per capire
questo punto di partenza. E poi, naturalmente, si potrebbe capire anche il
“computer” come processo creativo e processo produttivo di una fabbrica.
La vostra fabbrica - e lo dico alla presenza dell’erede del nome Olivetti, al
quale essa è legata dai suoi inizi e durante tutto il periodo, non tanto lungo
ma molto rapido, del suo sviluppo - genera ammirazione. Essa è moderna e anche
molto umana, perché non vi sono tanti elementi delle fabbriche del passato. Vi è
quasi un salone - come diceva il signor direttore - quasi un salone lavorativo
dove vanno insieme il lavoro e la dignità delle cose e la bellezza
dell’ambiente. Non è la bellezza della natura: è la bellezza dei prodotti umani,
dei manufatti. C’è una bellezza, una distinta bellezza, in questo ambiente.
Ma torniamo al “computer”. Ho cercato di essere illuminato scientificamente e
tecnicamente, ma ho cercato anche di ritrovare qualche cosa nelle mia formazione
personale. E ho ricordato questa idea del secolo XVIII: “l’homme machine”,
l’uomo-macchina. Penso che qui, con il “computer”, ci troviamo nella situazione
opposta: piuttosto “machine homme”, macchina-uomo, macchina che sostituisce
l’uomo. Questo è un problema fondamentale, perché dagli inizi le macchine
sostituiscono l’uomo, soprattutto sostituiscono la sua mano, perché per l’uomo
lo strumento di lavoro è soprattutto la mano. Così, esteriormente, si può dire
che tutte le macchine sostituiscono la mano, non solamente la sostituiscono ma
anche la moltiplicano. In questo consiste il progresso tecnologico, il progresso
generato dalle macchine nella storia dell’umanità. Le macchine hanno saputo non
solamente sostituire, ma anche moltiplicare le mani dell’uomo e l’opera di
queste mani.
Adesso faccio un’interpolazione o una mia interpretazione di quello che è il
“computer”. Se i diversi strumenti, diciamo le diverse macchine, sostituiscono
l’uomo, l’uomo che lavora, sostituiscono il suo lavoro manuale, qui si tratta di
entrare molto più intimamente nell’uomo, di imitare, di sostituire, anzi di
moltiplicare quello che appartiene all’intelligenza dell’uomo, alla sua
dimensione intellettuale e quindi spirituale. Sembra che, in qualche misura,
anche in questa dimensione della sua umanità l’uomo sia sostituibile. Ma egli è
sostituibile e anche moltiplicabile solo “in qualche misura”. Devo dire, alla
fine di questa mia rapida analisi, che l’uomo rimane “insostituibile”.
Mi congratulo con questo Centro Olivetti, che è il più rinomato nel mondo
della produzione dei “computers” più sofisticati. Mi congratulo con questa opera
dell’umana intelligenza, inventività, creatività. Tutto questo genera
ammirazione. Ma, ripeto, l’uomo è “insostituibile”.
Così, passando attraverso questi splendidi strumenti prodotti dall’uomo,
questi stupendi “computers” sempre più moderni, non ho potuto, ad esempio,
entrare in dialogo con nessuno di questi strumenti, di queste macchine. Non ho
potuto sentire una voce e soprattutto un sentimento umano. Non ho potuto essere
accolto con amore come sono stato accolto con amore dalle persone.
La conclusione è allora questa: se l’uomo può costruire gli strumenti, le
macchine, che sono immagine in qualche misura anche della sua intelligenza,
nello stesso tempo l’uomo, in se stesso, rimane unicamente “simile a Dio”: era,
è e sarà sempre “immagine di Dio, somiglianza di Dio”. Così si spiega la sua
umanità, la sua definitiva, adeguata insostituibilità.
È stata breve la “lezione” scientifico-tecnico-filosofica che ho dovuto fare
qui, durante questo percorso, ma è stata molto efficace, perché mi ha lasciato
riscoprire di nuovo questa mia passione originaria, primordiale e principale:
questa passione per l’uomo, passione per la sua umanità, per la sua originalità
insostituibile, questa passione che finalmente trova la sua spiegazione completa
nel mistero di Dio e specialmente nel mistero di Dio fattosi Uomo, nel mistero
di Cristo. Come ci dice il Concilio Vaticano II, l’uomo è un grande
interrogativo. Ma solamente nella luce del mistero di Cristo questo
interrogativo, questo mistero dell’uomo, può essere spiegato sino in fondo.
Vi lascio queste riflessioni, queste parole, ringraziandovi per la vostra
apertura, per la vostra accoglienza, augurandovi anche un buon lavoro nella
festa di san Giuseppe, che è il patrono dei lavoratori, possiamo dire, accanto a
Gesù, e augurando tutto il bene alle vostre famiglie, alle persone qui presenti.
Accanto ad ogni persona vedo anche una famiglia, una comunità, una comunione di
persone. Auguro tutto il bene alle vostre famiglie, perché san Giuseppe è anche
patrono delle famiglie insieme con la sua sposa, la Vergine Maria, e insieme con
Gesù.
Questi sono i miei auguri conclusivi alla fine di questa “improvvisazione”
provocata dalla parola “computer”. Grazie ai “computers”!
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Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana
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