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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL BRASILE
IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Martedì, 24 marzo 1990

 

Amati fratelli nell’episcopato

1. Siate i benvenuti a questo incontro fraterno, motivo per me di gioia. Nel ricevere voi, Vescovi della Chiesa nelle province ecclesiastiche dello Stato di Rio de Janeiro, costituenti il “Regional Lest-1” della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, in visita “ad limina Apostolorum”, ringrazio Dio, nostro Padre e fonte di ogni consolazione (cf. 2 Cor 1, 3). E un momento di intimità e di comunione nella fede e nella carità, che ci unisce come Pastori dell’unica Chiesa, santa, cattolica e apostolica.

In nome del Signore, presente in mezzo a noi, come Egli ha promesso (cf. Mt 18, 20), comincio col ringraziarvi per la visita, preparata con impegno, e perché condividete le vostre preoccupazioni e le vostre gioie, così come i progetti e le speranze che portate nel cuore. E voglio esprimere anche l’apprezzamento perché vi dedicate al “campo di Dio”, come suoi “collaboratori”, ognuno secondo la grazia ricevuta (cf. 1 Cor 3, 9-10). Vedo nel vostro impegno una concretizzazione della carità pastorale, con la quale vi consacrate al gregge di Cristo.

Ringrazio per il saluto e per le dichiarazioni di nobili sentimenti, che il Signor Cardinale, Don Eugenio de Araujo Sales, mi ha indirizzato a nome di tutti. E, nel salutarvi, il mio pensiero si rivolge, con affetto, alle Diocesi che voi rappresentate, salutando allo stesso tempo i vostri sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutti i fedeli.

2. Durante i colloqui personali, ho potuto verificare non soltanto le intenzioni e i propositi che vi animano, ma anche la vitalità religiosa nelle vostre Chiese particolari; vitalità che cercate di consolidare nella verità, nella speranza e nella carità, consapevoli che queste sono il “principio visibile” della comunione, e le principali responsabili della promozione di una retta trasmissione della fede e del rispetto della disciplina comune a tutta la Chiesa (cf. Cost. Lumen gentium, 23), mettendo in pratica gli imperativi della nuova evangelizzazione.

Molteplici sono i problemi che avete presentato al Successore di Pietro e agli Organismi della Sede Apostolica, che lo aiutano nella guida della Chiesa universale e nel servizio di “confermare i fratelli”. Anche voi, come la maggior parte dei Vescovi che vi hanno preceduto in questa visita, in cima alle urgenze presenti nella realtà odierna del diletto Brasile, avete indicato un insieme di circostanze, che colpiscono l’uomo concreto. Questo soffre, a causa dei rovesci della crisi economica, e a causa delle situazioni che pregiudicano la sua dignità umana e il suo diritto ad una vita che meglio corrisponda alla sua condizione di persona.

3. Nel messaggio all’Episcopato brasiliano, quattro anni fa, mi riferivo alle sfide di natura culturale, socio-politica e economica, che interpellavano e stimolavano particolarmente il vostro zelo pastorale, nel momento in cui allora viveva il vostro Paese. E le riassumevo nella grande “sfida del contrasto tra due Brasili: uno, altamente sviluppato, esuberante e lanciato verso il progresso e l’opulenza, l’altro, che si riflette in smisurate zone di povertà, di malattia, di analfabetismo e di emarginazione”. E denunciavo anche i “meccanismi” che alimentavano questo contrasto. Da allora, il Brasile ha vissuto momenti di grandi speranze, ma ha conosciuto anche disillusioni. Ha palpitato con il consolidarsi della sua struttura politica democratica, ma si è visto anche accompagnato da una crisi economica tra le più gravi della sua storia, con aspetti profondamente negativi per la vita di tutto il popolo; soprattutto, perdita di fiducia per la frustrazione dei tentativi di risollevare tale situazione.

In linea di massima, rimane il quadro che tracciai allora; forse, più accentuato in alcune aree e attenuato in altre. Oggi, come allora, esso si presenta come una gigantesca sfida al vostro zelo e alla vostra sollecitudine pastorale.

In tale quadro era presente una sintetica anticipazione della problematica che recentemente è stata presentata, con una diversa prospettiva, nella seconda parte dell’Enciclica Sollicitudo rei socialis. Il “fossato” che divide la famiglia umana, divide la famiglia brasiliana. Anche essa ha bisogno dell’impegno di ogni Brasiliano nella costruzione di un futuro migliore nel quale tutti vivano e traggano benefici nella solidarietà di tutti, nel rispetto del bene comune. Questo deve porre al centro di tutto l’uomo, creato “a immagine e somiglianza di Dio”.

4. Ci giungono echi - da voi confermati - che, nel panorama sociale del vostro paese, in realtà, alcune ombre persistono e addirittura aumentano. Così, la violenza urbana sta assumendo proporzioni allarmanti. Non è inferiore l’aggravarsi della violenza in campagna e nelle strade. L’emarginazione inoltre segna dolorosamente vaste aree all’interno del paese. Nelle grandi città, le “favelas”, i tuguri, i mendicanti e i minori abbandonati rappresentano una vergogna che colpisce terribilmente in mezzo all’opulenza di pochi. Diventa sempre più preoccupante la diffusione criminosa dei tossicomani, con la sequela di delitti e di morti che accompagnano il loro traffico clandestino. Ugualmente preoccupante si presenta l’ondata di attentati contro la proprietà e la sicurezza delle persone, provocando come reazione la rivalsa ad ogni costo e la paura generalizzata.

A ciò vanno ad aggiungersi altri affronti alla dignità delle persone ed al loro senso di giustizia; questi sono: le notizie di scandali finanziari, insieme all’insensibilità dei responsabili davanti all’immoralità diffusa dai mezzi di comunicazione sociale e dagli spettacoli pubblici.

Questi riferimenti alla realtà, così come ci vengono comunicati, non implicano il giudizio che tutto sia negativo in Brasile; né potrebbe essere altrimenti, perché la Provvidenza del Padre celeste vigila con amore su tutti gli uomini (cf. Mt 6, 25-32). Ma non dispensa dagli impegni umani, né dispensa da doveri di carattere etico, né ci dispensa dalla preoccupazione pastorale di fronte alla situazione di tanti nostri simili.

5. Questa situazione, cari Fratelli, ci colpisce tanto più in quanto contrasta con l’indole del diletto Popolo brasiliano, come si deduce dalla sua storia e dal comportamento generale delle persone nei momenti difficili, anche in questi ultimi tempi. I Brasiliani si sono mostrati contrari alle forme di radicalismo e di estremismo, inclini alla tolleranza e alla comprensione, pronti alla solidarietà umana e all’accoglienza delle persone in condizioni precarie.

Vi è in questo una ricchezza umana, di cui anche voi dovete approfittare e che dovete orientare, perché possano essere superati i momenti difficili di oggi; e perché la Chiesa continui nel compito semplice che, storicamente, ha cercato di svolgere, nella formazione della fisionomia umana, spirituale e morale della sua grande Nazione.

Sono felice di ripetervi, oggi, quello che già dicevo nel citato messaggio all’Episcopato brasiliano: “La Chiesa, guidata dai Vescovi del Brasile, dimostra di identificarsi con il popolo; e desidera continuare a rivolgersi soprattutto ai piccoli e agli abbandonati, ai quali dedica un amore che non è esclusivo o escludente, ma preferenziale”. Questa profonda sensibilità e questa effettiva solidarietà con i poveri devono mostrarvi la strada della vostra azione pastorale in campo sociale; azione indispensabile perché sia garantita la pace, “la tranquillità dell’ordine”, nel vostro immenso paese.

6. Rimangono validi gli orientamenti offerti durante il mio pellegrinaggio apostolico in Brasile, in particolare quando mi sono rivolto ai Vescovi dell’America Latina a Rio de Janeiro, ai costruttori della società pluralista a Salvador da Bahia, e all’Episcopato Brasiliano a Fortaleza. Ho sottolineato, allora, che la Chiesa, in quanto tale, non può intervenire nella sfera politica. Ma è fuori dubbio la legittimità e la necessità dell’intervento della Chiesa in ambito sociale, perché la Parola di Dio sia applicata alla vita degli uomini e della società, offrendo principi di riflessione, criteri di giudizio e orientamenti di azione; facendo attenzione ovviamente che il comportamento delle persone sia in sintonia e coerenza con le esigenze di un’etica umana e cristiana.

Nell’intervenire, la finalità della Chiesa è quella di interpretare queste complesse realtà che incidono nell’esistenza umana, alla luce della fede e della genuina tradizione ecclesiale, esaminandone la maggiore o minore conformità all’insegnamento del Vangelo, rispetto all’uomo e alla sua vocazione, terrena e al tempo stesso trascendente (cf. Sollicitudo rei socialis, 8 e 41).

Così, allo stesso modo già dichiaravo a Fortaleza: diritto e dovere della Chiesa è la pratica di una pastorale sociale; non nella linea di un progetto puramente temporale, ma per la formazione delle coscienze, nei loro specifici mezzi, perché la società diventi più giusta. La stessa cosa devono fare i Vescovi . . . È loro dovere preparare e proporre nella loro Diocesi il programma di tale pastorale sociale, all’interno dell’unità della Chiesa e nel rispetto dei poteri legittimi degli uomini pubblici.

7. La dottrina sociale della Chiesa “appartiene perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia morale” (Ivi, 41). La Chiesa sa bene che nessuna realizzazione temporale si identifica in essa come Regno di Dio; ma che tutte le realizzazioni non fanno che riflettere e, in un certo senso, anticipare la gloria del Regno che attendiamo alla fine della storia, quando il Signore ritornerà (cf. Ivi, 48). Per la Chiesa universale, la società civile è il dominio nel quale si devono esercitare le virtù cristiane, nella cui forza trasformatrice essa crede.

Il Regno di Dio è destinato a tutti gli uomini; e ognuno ha diritto a esigenze etiche. La Chiesa, nella sua lettura dei problemi sociali, si pone in una linea che trascende i limiti della storia umana nella loro pura dimensione temporale. Essa non confonde mai il Regno di Dio con la costruzione della Città degli uomini. Né assorbe in sé questa città, come pretenderebbero gli schemi delle diverse forme di cristianità politica, né da questa si lascia assorbire, alla luce di altre sistematizzazioni, che pretendono di ridurre l’azione evangelica all’impegno socio politico.

Il cristiano, accolto nella vita misteriosa del Cristo risorto per mezzo della rigenerazione battesimale come il ramo della vite, vive nel mondo; ma non è del mondo (cf. Gv 15, 19), come spiegava la nota Lettera a Diogneto. Illuminato dalla luce della fede, egli manifesta la vita nello Spirito anche nell’azione sociale, con l’esercizio delle virtù, con le quali “redime il tempo” (cf. Ef 5, 17; Col 4, 5).

Sarà perciò nei fondamenti della pratica delle virtù, della corrispondente fuga dal peccato e della “liberazione soteriologica” (Dich. Libertatis conscientia, 37) che i Pastori, “distaccati” a beneficio degli uomini nelle loro relazioni con Dio, devono andare incontro alla fonte ispiratrice e alimentatrice del loro ruolo di Pastori e della realizzazione dei loro fedeli laici in campo sociale. Nell’impegno di superare le sfide del momento presente in Brasile, sono certo che voi saprete procedere in modo che i vostri sforzi di evangelizzazione non siano resi vani dal fatto di confondere il regno di Dio con un progetto puramente temporale e politico.

8. Il Concilio Vaticano II, in momenti diversi ha chiamato noi Vescovi “maestri ed educatori nella fede”. Come guide spirituali del Popolo di Dio, dobbiamo perciò impegnarci instancabilmente nel compito di orientarlo ed educarlo, sempre alla luce della autentica dottrina sociale della Chiesa. Meritano uno speciale rilievo due aspetti di questo nostro impegno, intimamente legati tra loro, come ho sottolineato in altre occasioni.

Il primo è l’educazione alla giustizia, che forma gli uomini perché orientino la loro vita, nella totalità, in sintonia con i principi evangelici della morale personale e sociale; vita che si esprima in una testimonianza cristiana profondamente vissuta. E all’educazione alla giustizia è intimamente legata l’educazione alla libertà (cf. Libertatis conscientia, 80. 94).

Il secondo aspetto è quello di una educazione al lavoro, che mostri a tutti la dignità che è in esso alla luce del Vangelo, e la sua priorità nella vita economica e sociale; e ancora, il suo valore, come diritto e dovere della persona umana, come ho spiegato nella Enciclica Laborem excercens, l’insegnamento della quale è stato poi condensato nella Libertatis conscientia (nn. 81-88).

L’educazione al lavoro dovrà essere, allo stesso tempo educazione alla solidarietà, che si presenta come la linea maestra della proposta della Chiesa, in modo che prevalga, tra gli uomini e nelle strutture sociali, l’ideale cristiano della fraternità. Soltanto la solidarietà fraterna è capace di portare al superamento delle diseguaglianze sociali all’interno di una stessa nazione o nelle relazioni internazionali. Il sostegno e l’anima della solidarietà, per un cristiano, si ritrovano nella carità, mai disgiunta dalla giustizia.

9. Miei amati fratelli:

Che lo Spirito di verità vi doni perspicacia e chiarezza nella vostra attività apostolica, in comunione con tutta la Chiesa. E così che la società brasiliana di oggi, resa continuamente attiva, potrà riflettere sulla sostanza cristiana che in passato la Chiesa stessa, tra luci ed ombre, ha saputo innestare in ciò che di più intimo e autentico vi è nell’anima del Popolo brasiliano.

Il momento che il Brasile sta vivendo non mancherà di presentare rischi nel vostro lavoro pastorale. Non vi mancheranno momenti di dubbio. Ma, come San Paolo, dobbiamo trovare sostegno, sempre, nella grande certezza: Cristo risorto! In Lui tutto è possibile. Lui ci darà la forza (cf. Fil 4, 13).

D’altra parte, sono sicuro che trarrete stimolo e entusiasmo per portare avanti la nuova evangelizzazione anche in campo sociale, nell’identità profonda del vostro popolo: un popolo che crede nella Chiesa e che da essa attende coraggio e direttive per la sua vita cristiana, per superare le difficoltà personali e sociali.

Grazie al vostro orientamento sollecito e meditato, la speranza cristiana deve dare risposta alla necessità di speranza di tutti coloro che cercano sinceramente soluzioni ai problemi umani. Bisogna testimoniare che il messaggio del mistero dell’Incarnazione conserva tutto il suo vigore, che vuole tutti gli uomini figli di Dio e solidali verso la sorte dei loro fratelli. Dalle comunità animate dalla speranza si irradierà la luce per la società brasiliana: la luce del Redentore dell’uomo e Signore della storia: “Gesù Cristo, lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8).

I cristiani che sanno riporre la loro fiducia nella “Consolatrice degli afflitti”, non saranno mai abbandonati. E i fedeli brasiliani, come ben sapete, hanno fiducia in Nostra Signora dell’Apparizione.

Per sua intercessione, imploro per le vostre persone, per le vostre Diocesi e per tutto il Brasile i favori divini, con la mia Benedizione Apostolica.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 

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