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VIAGGIO APOSTOLICO IN MESSICO E A CURAÇAO

MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLE NUOVE GENERAZIONI

Willemstad (Antille Olandesi) - Domenica, 13 maggio 1990

 

Cari giovani della Diocesi di Willemstad,

1. Il mio viaggio alla vostra Chiesa locale sarebbe incompleto se non potessi fare alcune riflessioni con voi, che siete tanto vicini al cuore del Papa. Vi rivolgo queste parole avendo presenti le domande che mi sono state rivolte per vostro conto. Tutte le vostre preoccupazioni riflettono i vostri sforzi di vivere la vocazione cristiana che vi è propria quali membri della Chiesa di Cristo, e voglio incoraggiarvi nella vostra ricerca e nella vostra generosità.

Potete sentirvi geograficamente lontani dal centro della Chiesa, a Roma, ma vi assicuro che siete molto vicini al cuore e all’affetto del Papa.

La maggior parte delle vostre domande verte sugli obblighi legati allo stato di vita cristiano nel matrimonio e nella famiglia o nel sacerdozio e nella vita religiosa. Voi avete molto a cuore la condizione dei poveri e vi chiedete se la Chiesa non possa fare di più per loro. Vi preoccupate del divario che spesso esiste tra il modo in cui dovrebbero andare le cose e quello in cui effettivamente vanno, tra la dottrina cristiana e il modo in cui i cristiani vivono, tra la Buona Novella del Vangelo e le dure realtà della vita. Come è possibile, vi chiedete, accettare l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio trovandoci di fronte a divorzi e a problemi familiari? Come possiamo sentire la chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa, che prevede il celibato, se siamo circondati da una cultura consumistica e da un diffuso edonismo? In breve, come possiamo essere membri fedeli di una Chiesa che ci chiama a degli ideali così in contrasto con le tendenze dominanti della cultura di oggi?

2. Per rispondere a queste domande, occorre innanzitutto chiederci qualcosa di più fondamentale: qual è il nostro rapporto con Gesù Cristo e cosa significa essere un discepolo di Cristo, un “cristiano”?

All’inizio del Vangelo di San Giovanni, leggiamo l’affascinante resoconto di due giovani che incontrarono Gesù e divennero i suoi primi discepoli. Erano Andrea e lo stesso Giovanni. “Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?»” (Gv 1, 38). Gesù vi rivolge la stessa domanda: “Giovani delle Antille Olandesi, cosa cercate veramente nella vita?”. È il modo di Gesù di porre dinanzi a voi la questione fondamentale del significato e della direzione della vita. Come i giovani di tutto il mondo, voi volete una vita che sia degna di essere vissuta. Nel vostro cuore sentite un profondo desiderio per un mondo pieno di bontà, in cui regnino la giustizia, la comprensione e l’armonia tra le persone e tra le nazioni. Volete vivere dove siano luce e verità nei rapporti umani, e quindi fiducia e vera libertà”.

Dove troverete tutto questo? Gesù disse ad Andrea e a Giovanni: “«Venite e vedrete» . . . e si fermarono presso di lui” (Ivi, 39). Essi si fermarono perché videro che con Gesù Cristo essi potevano aspirare a ciò che il loro cuore anelava di più. Non perché Gesù Cristo offriva delle semplici soluzioni. Al contrario: sia Andrea che Giovanni avrebbero sofferto molto per amor suo. Ma l’incontro con Gesù fece loro comprendere che qui stava la chiave della loro esistenza; qui essi trovarono il significato più profondo della vita; essi trovarono il modo di conferire il massimo valore alle loro vite. Il Concilio Vaticano II, in termini più universali, lo descrive in tal modo: “Cristo svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione” (Gaudium et spes, 22).

3. Cari giovani, questa alta chiamata che Cristo rivela è anche la vostra vocazione: partecipare alla natura divina, essere una nuova creazione, fuggire il peccato ed essere restituiti alla vostra somiglianza con Dio attraverso il potere dello Spirito Santo che opera in voi.

Cristo è il vostro Salvatore, il vostro Redentore. Egli solo è “la vostra via, la vostra verità e la vostra vita” (cf. Gv 14, 6).

Il suo cammino di salvezza, tuttavia, non è quello che potremmo aspettarci da un modo d’intendere puramente umano. Il Signore crocifisso e risorto non vi promette una vita perfetta e agevole in questo mondo. Se meditate su questo, comprenderete che perfino quanti godono di un’abbondanza di piaceri terreni, di ricchezze e di poteri, spesso si sentono vuoti e infelici. Questa non può essere la risposta dei desideri più profondi del cuore umano.

Ciò che Gesù promette è che la sua vittoria sul peccato e sulla morte può essere anche la vostra vittoria se, a imitazione della sua croce, voi acconsentite a “perdere la vostra vita” insieme a lui, vale a dire, a offrire la vostra vita al Padre; a spendere la vostra vita nell’amore per gli altri, anche per gli estranei, i nemici, e quanti peccano verso di voi; a cercare in tutte le cose la volontà di Dio, e non la vostra. Questo significa essere una nuova creazione partecipare alla vita divina, essere liberati dal peccato e restituiti alla somiglianza di Dio affinché, qui e adesso, possiate costruire il suo regno di pace, giustizia e amore, e un giorno condividere con lui la felicità eterna in cielo.

4. È solo in questa prospettiva di vocazione cristiana totale che troverete le risposte alle domande che ponete sul matrimonio e la famiglia, o sul sacerdozio e la vita religiosa. Perché in tutte le cose Cristo è il modello di vita e comportamento cristiano. Il celibato, per esempio, è inteso a permettere al sacerdote o al religioso di imitare la donazione totale di Cristo per amore di tutti. Esso libera gli uomini e le donne da affetti esclusivi e legami familiari, di modo che essi o esse possano dedicarsi completamente al servizio a Dio e all’umanità. Si tratta di una grazia speciale offerta ad alcuni, di un segno dell’amore particolare di Dio per coloro che hanno accolto la vocazione alla consacrazione o alla configurazione sacramentale con Cristo. In tal modo il celibato costituisce un segno del regno celeste che verrà, in cui le persone non prendono “né moglie né marito” (Mt 22, 30), e in cui Dio è “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

Anche il matrimonio trova in Cristo il suo pieno significato. È il sacramento in cui un uomo e una donna fanno dono esclusivo e indissolubile di sé all’altro, per amore. Attraverso il loro amore fedele essi continuano l’opera della prima creazione (cf. Gen 2, 18), cooperando con Dio al compito di portare nuova vita nel mondo. La loro comunione, che dura tutta la vita, diventa un segno dell’amore perfetto che Cristo sposo ha manifestato alla Chiesa sua Sposa quando “ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25) sulla Croce.

Forse pensate di aver conosciuto sacerdoti religiosi, coppie sposate e membri di famiglie che non sono riusciti a vivere la loro alta vocazione. Dio solo può giudicare i cuori degli altri; e noi non dobbiamo usare le loro debolezze e il loro fallimento per esimerci dai doveri della nostra vocazione cristiana. Dove troveremo la forza necessaria per affrontare tutte le sfide che comporta l’essere cristiani? Andrea e Giovanni “si fermarono presso di lui”, presso Gesù (cf. Gv 1, 39). La sua compagnia, la sua amicizia, il suo amore divino divennero la sorgente della loro trasformazione e fedeltà. E ad un certo momento Cristo mandò lo Spirito Santo - “Colui che dà la vita” - sugli Apostoli ed essi furono ricolmati di coraggio per portare la “Buona Novella” fino ai confini della terra. Il medesimo dono dello Spirito Santo è offerto ad ogni seguace di Cristo, per consentirci di vivere secondo i modelli che ha stabilito per noi. La grazia di Dio si fonde con la nostra natura umana, cosicché possiamo essere “saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio” (Col 4, 12).

5. La vostra riflessione sulla vita cristiana deve ora compiere un passo ulteriore. Quale che sia la vostra vocazione, chi siete voi per sapere cosa è giusto o sbagliato quando prendete decisioni morali? Quali seguaci del Cristo crocifisso e risorto, la vostra prima domanda non dovrebbe essere “Cosa voglio?”, ma piuttosto, “qual è la volontà di Dio per me in questo momento, in questa situazione?”. La volontà di Dio si è manifestata nella Rivelazione e nella sua autentica interpretazione e trasmissione da parte della Chiesa. Quella legge, inoltre, è anche inscritta in ogni cuore umano (cf. Rm 2, 15) e la sua espressione più alta è l’amore perfetto a Dio e al prossimo che Gesù esigeva dai suoi discepoli e che lo Spirito Santo infonde nei nostri cuori (cf. Rm 5, 5).

Lo stesso Spirito Santo continua ad essere presente nella sua Chiesa, aiutandola ad applicare il Vangelo agli interrogativi morali, vecchi e nuovi. Quindi il magistero della Chiesa non è semplicemente una voce in mezzo alle altre, bensì una voce che parla con l’autorità di Cristo. La nostra coscienza, quindi, non è autonoma nel decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La coscienza deve formarsi sulla via della verità e dell’amore.

L’eminente Cardinale John Henry Newman, morto cent’anni fa, ha scritto spesso e con grande chiarezza sul problema della coscienza. Nelle vostre lezioni di dottrina cristiana e nelle vostre discussioni, potreste meditare su queste sue parole: “Il ruolo e la misura del dovere non è l’utilità, né l’opportunità, né la felicità della maggioranza, non è la convenienza dello Stato, né l’idoneità, l’ordine e il “pulchrum”. La coscienza non è egoismo lungimirante, né il desiderio di essere coerenti con se stessi; ma è un messaggero che viene da Lui, che, in natura e in grazia, parla a noi dietro a un velo, e ci ammaestra e ci governa attraverso i Suoi rappresentanti . . .

“Sto usando il termine «coscienza»” . . . non come una fantasia o una opinione, bensì come una doverosa obbedienza a ciò che afferma di essere una voce divina, che parla dentro di noi . . .

“La coscienza ha dei diritti in quanto ha dei doveri; ma in questo tempo, per una gran parte della gente, è autentico diritto e libertà di coscienza fare a meno della coscienza, ignorare il Legislatore e il Giudice, essere liberi da obblighi invisibili. Diventa una licenza abbracciare una o nessuna religione, abbracciare questo o quello e poi abbandonarlo nuovamente, andare in Chiesa, andare alla cappella, vantarsi di essere al di sopra di tutte le religioni ed essere un critico imparziale di ciascuna di esse. La coscienza è una dura ammonitrice, ma in questo secolo è stata sostituita da una contraffazione, di cui i diciotto secoli che l’hanno preceduta non avevano mai sentito parlare, e anche se ne avessero sentito parlare, mai l’avrebbero confusa con essa. È il diritto all’ostinazione” (Difficulties of Anglicans, Westminster, Md, II, pp. 248, 225; 250).

6. La Chiesa ha sempre sostenuto ciò che Newman andava proponendo, vale a dire che la coscienza è l’interprete, non l’inventore, dell’ordine morale oggettivo stabilito da Dio. Ecco perché Paolo VI ha scritto nella grande Enciclica Humanae Vitae: “Nel compito di trasmettere la vita, essi (marito e moglie) non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della Chiesa” (1. c., 10).

Mi avete chiesto anche di commentare altri aspetti del magistero della Chiesa sulla sessualità umana. Nel corso del mio Pontificato ho dedicato molto tempo ad un’analisi dettagliata del grande dono della sessualità che Dio ha impresso nella struttura stessa del corpo. Ho spiegato come l’uomo e la donna continuino nel “linguaggio del corpo” quel dialogo che, secondo la Genesi, ha avuto il suo inizio il giorno della creazione (cf. Udienza Generale, 22 agosto 1984). Il “linguaggio del corpo”, in quanto linguaggio di esseri umani, singoli individui, è soggetto all’esigenza della verità, vale a dire, alla norma morale oggettiva (cf. Ivi).

Sono certo che i vostri genitori e quanti li aiutano nella vostra formazione, soprattutto i vostri sacerdoti e catechisti, cercheranno di spiegare più dettagliatamente la ricchezza della dottrina cattolica sul matrimonio e sulla famiglia. Vi esorto ad avere la più alta stima per gli ideali di castità, fedeltà coniugale ed autocontrollo, affinché in tutti i modi possiate tenere alto il grandissimo valore dell’amore umano, come Dio lo ha voluto fin dall’inizio. Voi siete gli amministratori dei molti doni di creazione e redenzione che Dio ci ha dato. Attraverso l’esercizio di una coscienza cristiana ben formata, voi dimostrerete di essere saggi amministratori dei beni del padrone - sia spirituali che materiali - fino al suo ritorno (cf. Mt 24, 45 ss; 25, 14 ss).

7. Infine permettetemi di dire una parola sul problema che è sorto riguardo all’identificazione della Chiesa con i poveri. Il fatto che la Chiesa, seguendo l’esempio di Cristo, manifesti un amore preferenziale per i poveri, significa che voi, quali giovani cattolici, dovete raccogliere la sfida di impegnarvi ad aiutare quanti sono nel bisogno e operare per l’autentica liberazione di quanti sono oppressi in qualsiasi modo. Oltre ad adoperarvi nelle opere di misericordia corporali e spirituali, si richiede il vostro intelligente impegno nella ricerca di quelle modifiche strutturali della società, che possano garantire condizioni di vita degne della persona umana. Vi supplico di cominciare adottando un nuovo modo di pensare: valutate, una persona, compresi voi stessi, non per quello che la persona ha, ma per quello che essa è: un’attuazione unica dell’amore creativo di Dio, il soggetto di un’inalienabile dignità e di inalienabili diritti umani! Nessuna situazione o condizione di povertà o abbandono potrà mai annullare tale dignità.

Quindi, quando assumete maggiori responsabilità, sforzatevi di applicare questa “filosofia dell’essere invece che dell’avere” in ogni settore della vostra attività, e di far sì che tutta la società diventi più sensibile nei confronti delle esigenze particolari dei poveri e dei deboli, compresi i più deboli tra i deboli: i bambini non nati. Né dovete dimenticare che l’obbligo di condurre una vita semplice e di essere distaccati dalle cose materiali è una parte importante della vita cristiana.

E cosa dire dei beni materiali? Quando si tratta dei tesori culturali, storici e artistici di una nazione o della Chiesa in tutto il mondo, stiamo parlando di un’eredità sia spirituale che materiale che appartiene a tutti, sia adesso che in futuro.

Questo patrimonio non può essere ridotto a una moltitudine di oggetti di valore commerciale che possono essere acquistati o venduti come tutti gli altri. Anche se quanto è ritenuto superfluo deve essere venduto quando lo esigano le necessità dei poveri (cf. Sollicitudo rei socialis, 31), non dobbiamo dimenticare le parole rivolte agli artisti alla chiusura del Concilio Vaticano II: “Il nostro mondo ha bisogno della bellezza per non precipitare nella disperazione” (8 dicembre 1965). Nella bellezza della costruzione delle chiese e delle opere d’arte religiose, si fa visibile il profondo desiderio di professare la fede (cf. Indirizzo al Congresso Nazionale Italiano di Arte Sacra, 27 aprile 1981). La Chiesa non è libera di disporre di ciò che le è stato affidato nel corso dei secoli per la gloria di Dio, la venerazione di Maria e dei Santi, e l’istruzione e l’edificazione di ogni successiva generazione di popolo cristiano. Questo è un tesoro che in un certo senso appartiene a tutta la famiglia umana e che la Chiesa si sente obbligata a preservare per i posteri.

8. Cari giovani, uomini e donne, prego affinché queste mie brevi riflessioni in occasione della mia visita alla Diocesi di Willemstad accrescano il vostro amore per Cristo e per la sua Chiesa, e vi permettano di vivere con perseveranza e coraggio ancora maggiori quali membri responsabili della società. Prego anche affinché un numero sempre maggiore di voi riceva e ascolti la chiamata di Dio al sacerdozio e alla vita religiosa, al fine di predicare il Vangelo e amministrare i sacramenti, e rendere testimonianza in modo speciale alla nuova creazione di cui tutti noi facciamo parte attraverso il Battesimo. A tutti voi e alle vostre famiglie imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.

 

© Copyright 1990 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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