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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALLA SETTIMANA DI STUDIO
PROMOSSA DALLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE

Venerdì, 18 maggio 1990

 

Signore e Signori.

1. È con particolare piacere che accolgo gli illustri uomini e donne di scienza che hanno preso parte alla settimana di studi organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze in collegamento con la Swedish Royal Academy of Sciences sul tema “Le foreste tropicali e la conservazione delle specie”. L’argomento che avete studiato è di immensa importanza. È per il merito innegabile di scienziati che il valore della biodiversità dell’ecosistema tropicale è sempre più conosciuto e apprezzato. Comunque il crescente esaurimento della biodiversità tropicale della terra è in verità un problema molto serio: esso minaccia innumerevoli altre forme di vita. Anche la qualità della vita umana, dipendendo essa dall’interazione dinamica delle altre specie, viene impoverita.

2. Le foreste tropicali meritano la nostra attenzione, il nostro studio e la nostra protezione. Rendendo un contributo essenziale alla regolazione delle condizioni climatiche della terra, esse posseggono una varietà di specie terrestri tra le più ricche, la bellezza delle quali merita il nostro profondo apprezzamento estetico. Inoltre, alcune piante e microrganismi di queste foreste sono in grado di sintetizzare un numero illimitato di complesse sostanze di grande rendimento per la produzione di medicine e antibiotici. Altre piante hanno valore come sorgenti di cibo o come mezzo per migliorare geneticamente le specie di piante commestibili.

Sfortunatamente, l’andamento con cui queste foreste vengono distrutte o alterate sta esaurendo la loro biodiversità così rapidamente che molte specie non possono mai essere catalogate o studiate riguardo il loro possibile valore per gli esseri umani. È possibile, quindi, che l’indiscriminata distruzione delle foreste tropicali impedirà alle generazioni future di beneficiare delle ricchezze di questi ecosistemi in Asia, Africa e America Latina? Può un concetto di sviluppo in cui il profitto è predominante continuare a distruggere le vite delle popolazioni native che abitano queste foreste? Può la mancanza di previdenza continuare a danneggiare i dinamici processi della terra, della civilizzazione e della stessa vita umana?

3. Se un’ingiustificata ricerca del profitto è talvolta responsabile delle deforestazioni degli ecosistemi tropicali e della perdita della loro biodiversità, è anche vero che una lotta disperata contro la povertà minaccia di esaurire queste importanti risorse del pianeta. Così, mentre certe forme di sviluppo industriale hanno indotto alcuni Paesi a ridurre drammaticamente le dimensioni delle loro foreste tropicali, il debito estero ha costretto altri Paesi ad amministrare imprudentemente le loro risorse boschive nella speranza di ridurre tale debito. E allo stesso modo, il tentativo di creare terre per l’agricoltura, il pascolo o l’allevamento è talvolta la sfortunata prova di come mezzi inappropriati possono essere usati per scopi buoni o persino necessari. In questo caso la soluzione di un problema urgente può crearne un altro ugualmente serio.

La pressione della popolazione è molto spesso citata come una delle maggiori cause della distruzione delle foreste tropicali. Qui comunque è essenziale stabilire che l’espansione demografica non è solo un problema di statistiche; è una questione culturale e profondamente morale. Infatti non “tutte le espansioni demografiche sono incompatibili con l’ordinato sviluppo” (Sollicitudo rei socialis, 25). Nel condannare le pressioni, incluse quelle economiche alle quali la gente è soggetta, specialmente nei Paesi più poveri, perché si sottoponga a programmi di controllo della popolazione, la Chiesa sostiene incessantemente la libertà delle coppie di decidere sui figli secondo la legge morale e la loro fede religiosa.

4. Ogni tipo di vita deve essere rispettata, favorita e veramente amata, come creazione del Signore Dio, che creò ogni cosa “buona” (Gen 1, 31). Ma è precisamente il valore speciale della vita umana che ci consiglia, in concreto ci obbliga, a studiare con attenzione il modo in cui noi utilizziamo le altre specie create. Non c’è dubbio che all’uomo è concesso di fare uso del resto della creazione: il Creatore stesso diede alla specie umana, come pure agli animali, “ogni erba che produce seme e ogni albero in cui è il frutto” (Gen 1, 29-30) allo scopo di provvedere alla loro vita in questo mondo. Questo dono, comunque, insieme al comando di “dominare la terra”, è soggetto a due limiti posti da Dio creatore.

Il primo è l’uomo stesso. Egli non deve far uso della natura contro il suo proprio bene, il bene degli esseri umani suoi compagni e il bene delle generazioni future. Poiché c’è una dimensione morale nel concetto e nella pratica del progresso che deve essere in ogni caso rispettata.

Il secondo limite sono gli stessi esseri creati: o piuttosto la volontà di Dio come espressa nella loro natura. All’uomo non è permesso di fare come vuole e nemmeno con le creature intorno a lui. Al contrario, egli è tenuto a “coltivarle” e “custodirle”, come insegnato nella narrazione biblica della creazione (Gen 2, 15). Il fatto reale che Dio “diede” al genere umano le piante da mangiare e il giardino “da custodire” implica che la volontà di Dio deve essere rispettata quando si tratta delle sue creature. Esse sono “affidate” a noi, non semplicemente messe a nostra disposizione. Noi siamo amministratori, non padroni assoluti. Per questa ragione, l’uso delle creature implica degli obblighi morali (cf. Sollicitudo rei socialis, 34). L’impegno ecologico non è soltanto una questione di interesse per gli esseri naturali e l’atmosfera intorno a loro. È una questione di moralità e inoltre di responsabilità dell’uomo all’interno dei disegni di Dio. In questo contesto il bene ultimo dell’uomo può essere riassunto come “pace con Dio Creatore e pace con tutto il creato” (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990).

5. Oggi il lavoro di scienziati come voi sta diventando sempre più importante. È necessario un intenso programma di informazione ed educazione. In particolare i vostri studi e le vostre ricerche possono contribuire a favorire un illuminato impegno morale, ora urgente più che mai. Sono sicuro che gli esiti del vostro seminario insieme al vostro lavoro personale e il vostro impegno responsabile come uomini e donne di scienza, saranno di grande aiuto per il raggiungimento di questo scopo. In questo modo l’attuale crisi ecologica, grave soprattutto nel caso delle foreste tropicali, diverrà l’occasione per una rinnovata presa di coscienza del vero posto dell’uomo in questo mondo e del suo rapporto con l’ambiente. L’universo creato è stato dato alla specie umana non per un abuso egoistico ma per la gloria di Dio, che consiste, come ha detto sant’Ireneo molti secoli fa, nell’“uomo vivente” (Adversus haereses, IV, 20,7).

Vi incoraggio e invoco su voi abbondanti benedizioni dell’Altissimo.

 

© Copyright 1990 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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