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VISITA PASTORALE IN CAMPANIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON IL MONDO DELLA CULTURA NEL TEATRO SAN CARLO

Napoli - Venerdì, 9 novembre 1990

 

Signor rettore magnifico,
illustri docenti degli Istituti superiori in Napoli!

1. Sono lieto che il primo giorno della mia visita in questa città, dopo l’affettuoso saluto alla popolazione, veda l’incontro col mondo della cultura, che non a caso avviene all’interno di questo teatro “San Carlo”, il più antico teatro operante in Europa, più volte danneggiato e anche distrutto, ma sempre rinato con maggiore vitalità. In esso può ben vedersi la sede e l’espressione di una cultura tipica di Napoli, pur trascendendone nobilmente i confini.

Mi consentirà il signor rettore dell’Università, che vivamente ringrazio per le elevate parole a me rivolte, di dire che mi ritrovo volentieri in mezzo a voi - cari professori della stessa Università degli Studi, dell’Istituto Universitario Orientale, dell’Istituto Universitario Navale, del Magistero di Suor Orsola Benincasa, della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e di altre Istituzioni accademiche - perché, come rappresentanti ed esponenti delle scienze e delle arti dell’intera area partenopea, mi offrite l’opportunità di riflettere, sia pur brevemente, circa il “posto” che l’alta cultura ha nella vita moderna e circa la peculiare responsabilità morale e sociale di coloro che sono chiamati a promuoverla.

Dirò, ancora, che mi sento onorato di questo incontro, perché so che la città di Napoli occupa tuttora un posto d’avanguardia nel settore della cultura, potendo annoverare tra i suoi docenti universitari uomini di fama internazionale. E ciò mi sollecita ad anticipare l’auspicio che anche le nuove schiere di giovani promettenti, di cui è ricca questa nobile terra, possano trovar qui a Napoli gli spazi adeguati per mettere a frutto i loro talenti e in tal modo continuare e sviluppare quel ruolo di spicco nell’esaltante impresa della conquista del vero.

2. È, questa, una gara ardua e insigne, nella quale le strutture universitarie hanno indubbiamente una funzione di primo piano. Ma prima e più in alto delle strutture ci sono le persone e, tra queste, sono da annoverare coloro che vi operano come docenti, nelle cui mani è la formazione dei giovani, che sono la speranza dell’avvenire.

Grave, dunque, e personale è la vostra responsabilità. Se il problema del Mezzogiorno d’Italia, prima che sociale ed economico, è un problema morale, dovere di tutti è quello di educare con tenacia e con dedizione la coscienza delle giovani generazioni; ma, tra gli altri e - si può ben dire - più degli altri esso spetta proprio a voi.

Da tutti gli studiosi, come dagli uomini di cultura in genere, si richiede - lo sapete bene - la rigorosa ricerca del vero, e tale esigenza ha due aspetti: uno oggettivo (è necessario che i risultati della ricerca siano corretti), e uno propriamente etico (la ricerca stessa dev’essere ordinata e spassionata, libera e feconda nella sua libertà). Questo intrinseco rigore dell’indagine è un fatto da tutti ammesso e pacifico. La Chiesa, da parte sua, non solo riconosce, ma proclama la “giusta libertà” della cultura come ha esplicitamente affermato nel corso del Concilio Vaticano II (cf. Gaudium et spes, 59 e 62). Proprio in ragione di questa legittima autonomia, i docenti debbono vivere la loro missione con una forte tensione morale, che implica non solo assiduità nella ricerca, ma serietà e fedeltà agli impegni assunti. L’esigenza etica della cultura, in effetti, deve sostanziarsi di riflessione, di raccoglimento interiore, di rettitudine, di esempi tanto più efficaci quanto più alieni da qualsiasi forma di ostentazione.

L’uomo di cultura, pertanto, dovrà essere un testimonio credibile di tali valori, prima ancora di proporli agli altri o di insegnarli per dovere professionale. Anche la ricostruzione morale, da tutti giudicata urgente e auspicata per il Mezzogiorno, non può non basarsi su queste premesse. È vero, dunque, che da voi, uomini di ricerca e di scuola, la società meridionale si attende moltissimo. Siete voi che, tenendo presente il quadro globale della società, in cui operate, dovete esaminarlo e intervenire poi per elevarlo; siete voi che col vostro lavoro potete inserire la società stessa nel circolo vitale della Nazione Italiana, della comunità Europea e della Società mondiale.

Se oggi si lamenta che certi ceti dirigenti sono talora inadeguati ai loro compiti - e la Chiesa stessa lo ha rilevato nel recente documento sul Mezzogiorno della Conferenza episcopale Italiana - bisogna sottoporre a un serio esame attese, esigenze ed emergenze nuove, esercitando un attento senso di responsabilità verso se stessi e verso la società. Se, ad esempio, il medico dovrà insegnare ai suoi allievi quali responsabilità si hanno verso i malati, non è forse vero che per tutti, ma specialmente per coloro che hanno una funzione sociale elevata si impone questa “religione della responsabilità”, superando ogni forma di disimpegno sociale?

3. La storia dell’Università di Napoli presenta numerose figure esemplari di uomini di scienza e di fede, riconosciuti tuttora come maestri ed educatori. Già nel primo secolo della sua esistenza essa ebbe, prima come allievo e poi come docente, una delle più fulgide menti della Chiesa, san Tommaso d’Aquino. Chi mai ha dedicato con più strenua tenacia la sua vita alla ricerca della verità, nella ferma fiducia del legittimo connubio tra ragione e fede? L’itinerario della sua indagine dalla verità delle cose alla verità suprema resta tra le più alte sintesi nella storia della teologia e della filosofia e si offre tuttora come ricca fonte di ispirazione per il necessario dialogo tra la parola della rivelazione divina e l’innata spinta a conoscere della mente umana. Ma se adesso qui lo ricordo, non è solo per un omaggio doveroso al grande dottore della Chiesa, che è una gloria della tradizione culturale partenopea; è per ricordare, altresì, quanto egli abbia collegato tale ricerca della verità naturale e soprannaturale con la realtà e con la vita; è per rilevare il suo profondo “umanesimo” e la sua attenzione alle strutture e alle forme della società.

L’altra grande figura, legata all’Università di Napoli, e assai cara perché vicina tuttora alla memoria del popolo meridionale, è quella di sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Pochi come lui, giurista e moralista di fama, sentirono la responsabilità dell’uomo di cultura verso la popolazione, specie quella che ai suoi tempi era considerata la plebe più povera.

Non meno attento e sollecito verso gli umili fu san Giuseppe Moscati: primario ospedaliero, stimato ricercatore e professore, egli ebbe come movente essenziale della sua attività non il solo dovere professionale, ma la chiara consapevolezza di essere stato posto da Dio nel mondo per operare come testimone del Vangelo e della carità di Cristo verso i fratelli con i mezzi che la scienza medica e la sensibilità religiosa gli offrivano.

Valgano questi esempi, cari docenti, a ricordarvi un altro dei punti cruciali della vostra funzione. Voi, mentre attendete alla pura dottrina e contribuite al suo necessario sviluppo, nello stesso tempo formate gli uomini che domani costituiranno le classi dirigenti. Insegnando e spiegando, voi educate i futuri maestri, sicché, attraverso loro, la vostra azione finirà con l’incidere sui giovani delle prossime generazioni. È così che l’influsso della cultura e, in particolare, di quella universitaria, si irradia, vitalizzandola, nella società circostante.

In ogni parte, ma soprattutto qui a Napoli e nel Meridione, la cultura deve incarnarsi in questa società: essa può e deve costituire la forza animatrice di un cambiamento radicale e di una ripresa, che coinvolgano gradatamente tutte le classi. Ciò avverrà soprattutto grazie ai giovani che si formano alla vostra scuola.

Napoli, con la sua Università e con gli altri suoi Istituti di Studi Superiori, nei momenti cruciali della storia italiana ha sempre potuto proporsi come centro creativo di cultura e come punto di riferimento non soltanto per la Nazione, ma anche per l’Europa intera. Lo ha potuto grazie alla presenza di uomini di alto sentire, fermamente ancorati ai sommi valori del vero e del bene.

Di simili uomini ha bisogno in modo particolare questa nostra stagione storica caratterizzata, da una parte, dalla “fine dell’epoca moderna” (Romano Guardini) e, dall’altra, da un diffuso senso di attesa, tipico quasi di un nuovo Avvento.

Un compito certo immane, da affrontare con grande coraggio e generosità. Si può temere di essere umanamente inadeguati, ma il Signore Dio darà la forza per un’opera tanto importante. Nel suo nome tutti incoraggio e benedico.

E vorrei aggiungere una cosa che non si può non aggiungere in questo ambiente. Abbiamo parlato del vero, del bene, della santità, ma abbiamo dimenticato di parlare del bello. E questo è doveroso, specialmente in questo teatro famoso, significativo, e dopo questo concerto, che mi ha anche riportato alla memoria la mia storia nazionale, i momenti difficili. In questi momenti, appunto, l’arte, il genio di Federico Chopin ha saputo superare spiritualmente quello che come atti esterni si presentava tragico.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 
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