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VISITA PASTORALE IN CAMPANIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON GLI INFERMI ED IL PERSONALE SANITARIO
DELL
’OSPEDALE
«CARDARELLI»

Napoli - Domenica, 11 novembre 1990

 

Carissimi fratelli e sorelle!

1. L’incontro con gli ammalati e con quanti si dedicano alle loro cure costituisce sempre per me un’occasione di particolare commozione. Mai, infatti, come quando si soffre, si sperimenta l’estrema fragilità dell’esistenza e il bisogno che si ha degli altri. Mai, come quando si è a contatto con chi è nella prova, si riesce a valutare l’importanza della disponibilità e della solidarietà.

La malattia porta a riflettere sul mistero della vita. Mentre ne sottolinea la precarietà, mette in evidenza i vincoli di vicendevole dipendenza che legano fra loro gli esseri umani. La malattia coinvolge gli altri, specialmente le persone più care e facilita così una più profonda, reciproca comprensione. Talora il dolore porta alla disperazione; più spesso, per grazia di Dio, apre alla solidarietà e rende possibili atti di vero e proprio eroismo.

Vi abbraccio con affetto, cari ammalati; rivolgo il mio grato pensiero al personale medico, paramedico, amministrativo, qui convenuto dai vari ospedali e centri di cura cittadini e a quanti, a vario titolo, si occupano di voi durante la vostra degenza in questo grande e storico ospedale. Ringrazio il presidente dell’Unità Sanitaria Locale, per le cortesi parole che mi ha indirizzato. Ringrazio il signor ministro della Sanità per la sua presenza. A tutti il mio cordiale e beneaugurante saluto.

2. Il popolo partenopeo, che ha sempre nutrito un religioso senso di pietà verso i sofferenti, ha cercato, nelle diverse epoche, di occuparsi di loro con iniziative concrete, ispirate al comandamento evangelico dell’amore. Questa struttura ospedaliera, la più grande di Napoli, è certamente un segno tangibile di tale importante tradizione caritativa.

Nel corso degli anni si è poi sviluppata un’incessante gara di solidarietà, accompagnata da un notevole fervore di ricerca scientifica. Al generoso servizio assistenziale si è unita, così, la formazione di una classe medica di alto livello, tanto da dare origine alla gloriosa Scuola Medica napoletana, la cui fama ha varcato i confini dell’Italia.

Fu un illustre clinico medico, il prof. Antonio Cardarelli, a dare il nome al vostro ospedale; fu, in particolare, Giuseppe Moscati, un altro apprezzato professionista della vostra città, divenuto poi primario ospedaliero, a saper coniugare in maniera esemplare il binomio scienza e fede.

3. L’assistenza sanitaria oggi non è più soltanto frutto di lodevoli iniziative caritative private, ma rientra giustamente tra i servizi che la società deve assicurare a tutti i cittadini. Nella gestione di tali servizi, tuttavia, non va separata la necessaria professionalità dall’attenzione premurosa alla persona, proprio perché non si è in presenza di una malattia considerata in modo astratto, ma di un essere umano concreto, bisognoso di accoglienza e comprensione prima che di farmaci e di terapie. Ciò richiede naturalmente che le prestazioni dispensate nei Centri sanitari siano sempre più aggiornate, adeguando le strutture al provvidenziale progresso tecnico e scientifico, ai nuovi bisogni del malato e alle mutate condizioni della società. Non è, infatti, mai troppo ciò che viene speso per alleviare la sofferenza di chi è infermo.

Ma l’utilizzo delle più moderne tecnologie in campo medico non avvenga a scapito dell’umanizzazione del rapporto con i pazienti. Resta condizione qualificante di ogni intervento sanitario il rispetto della dignità dell’uomo. Infatti, “nessuna istituzione può da sola sostituire il cuore umano, la compassione umana, l’amore umano, l’iniziativa umana, quando si tratta di farsi incontro alla sofferenza dell’altro” (Salvifici doloris, 29).

Il rispetto della dignità umana va così congiunto alla carità verso l’uomo che soffre. La scienza dispone oggi di tante nuove risorse ed è lodevole lo sforzo che le strutture vanno facendo per rispondere ai nuovi bisogni. Tuttavia ciò che più conta è che l’assistenza sanitaria non cessi di essere esercizio concreto di quella stessa carità che Cristo ha voluto: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

Amare la vita dell’ammalato come la propria: questo è il pieno compimento del comandamento di Dio! Che il rispetto e l’attenzione amorosa per la vita dell’uomo, dall’atto del concepimento al suo ultimo istante, sia sempre il punto fermo dell’attività professionale di tutti voi che lavorate in questo luogo di dolore e di speranza!

4. Penso, in questo momento, a tutti i fratelli ammalati, ma soprattutto ai lungodegenti, agli anziani e agli inabili, mi riferisco, in particolare, ai malati cosiddetti terminali e alle vittime dell’Aids. Verso questi nostri fratelli si deve fare più paziente la sollecitudine, più disponibile il servizio. Essi hanno bisogno di sentire accanto a loro persone comprensive, che non li abbandonino nel momento della prova, hanno bisogno di amici che li sorreggano nell’affrontare con coraggio gli eventi travagliati della malattia e anche la morte, aprendo il cuore alla speranza in Dio e alla fiducia nel suo amore infinito.

In situazioni di questo tipo, quando la scienza sembra non aver quasi più nulla da dire, il calore umano può essere di grande aiuto. Quanto mai preziosa risulta, allora, la presenza discreta, ma efficace, dei familiari, degli amici, dei volontari. Rilevante, in particolare, è l’intervento dei cappellani ospedalieri, sacerdoti consacrati alla cura pastorale degli ammalati. Essi, con il loro prezioso apostolato, dimostrano che anche quando la medicina e la tecnica risultano impotenti di fronte alla malattia, non viene meno il soccorso della Provvidenza divina. Nei momenti critici la sola fiamma che non si spegne è la fede, alla quale possono attingere forza e pazienza coloro che soffrono e quanti si dedicano alle loro cure.

La vita, carissimi fratelli e sorelle, è sempre un dono di Dio da accogliere con rispetto e amore e la sofferenza è certo un mistero, una sfida per l’uomo e per il credente. È sfida anche per il progresso scientifico, perché lo spinge ad approfondire la ricerca in una lotta appassionata contro gli agenti che minacciano la salute dell’uomo. Impresa non facile, ma certamente esaltante. Ad essa gli studiosi devono applicarsi con costanza e umiltà, facendo proprio l’atteggiamento del santo medico, vostro conterraneo, Giuseppe Moscati, il quale scriveva: “Coltivate e rivedete ogni giorno le vostre conoscenze. Il progresso sta in una continua critica di ciò che apprendemmo. Una sola scienza è incrollabile e incrollata, quella rivelata da Dio” (Marranzini, Giuseppe Moscati, modello del laico cristiano di oggi, AVE, Roma 1987, p. 370).

5. Carissimi ammalati, che qui trascorrete questi giorni di cura con la speranza di ritornare presto guariti tra i vostri cari, abbiate coraggio! Collaborate attivamente con i sanitari e siate riconoscenti verso coloro che vi assistono! Abbiate soprattutto fiducia in Dio! Egli non vi abbandona mai; anche se talora difficile da capire, il suo disegno è però sempre un progetto di amore finalizzato al nostro autentico bene.

Da parte mia vi assicuro un particolare ricordo nella preghiera. Affido al Signore ciascuno di voi, le vostre famiglie e tutto il personale che lavora in questo ospedale, come pure prego per tutti gli ammalati e i sofferenti della vostra città.

Maria, Salute degli Infermi, vi assista e protegga sempre. Di gran cuore tutti vi benedico.  

Dopo aver impartito la benedizione apostolica, il Papa aggiunge le seguenti parole.

Durante la mia visita a Napoli, questo è un momento speciale, privilegiato. Ma davanti a questa immensa realtà che presenta Napoli come Chiesa, come comunità umana e specialmente come comunità dei sofferenti, il Papa si sente insufficiente. Cercherò almeno di visitare un padiglione, un reparto dell’Ospedale. Rimango legato a tutti nella preghiera e nella compassione.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 
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