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VISITA PASTORALE IN CAMPANIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I SACERDOTI E I RELIGIOSI
NELLA BASILICA DI SANT
’ALFONSO

Pagani (Salerno) - Lunedì, 12 novembre 1990

 

Cari fratelli e sorelle!

1. Con animo pieno di gioia sono giunto in questa Basilica di Pagani per venerare le reliquie di sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Sono venuto seguendo l’esempio di pietà del mio predecessore, il Papa Pio IX, che qui si recò, l’8 ottobre 1849, durante il suo esilio a Gaeta.

Saluto tutti voi e vi ringrazio per la vostra calda accoglienza. Rivolgo un particolare pensiero al padre Juan Lasso de la Vega, ringraziandolo per i sentimenti espressi a nome dei confratelli e di tutti i presenti. Proprio a lui, nella sua qualità di superiore generale della Congregazione del Santissimo Redentore, indirizzai, il 1° agosto 1987, in occasione della celebrazione del secondo centenario della nascita al cielo di sant’Alfonso, la lettera apostolica Spiritus Domini. In essa richiamavo sinteticamente sia la vita del Santo che la sua missione nella Chiesa: missionario della povera gente, rinnovatore della morale, dottore della preghiera!

Nell’odierno incontro desidero ancora una volta riflettere con voi, cari fratelli e sorelle, sui suoi esempi e insegnamenti. Egli, infatti, in un tempo non privo di difficoltà e di tensioni, contribuì in modo veramente notevole all’edificazione del regno di Cristo nei cuori e nella società.

2. Sant’Alfonso fu un maestro di vita cristiana. Lo fu con la predicazione, alla quale in via eccezionale ebbe facoltà di dedicarsi già da diacono e che continuò con grande zelo per tutta la vita. Lo fu con gli scritti, mediante i quali cercò sempre, con stile semplice e immediato, di guidare i lettori alla conoscenza dei misteri della fede e soprattutto “alla pratica di amar Gesù Cristo”.

Tra le sue opere teologiche emerge quella Theologia moralis, che venne da lui in gran parte composta nella casa qui adiacente, nella stanza che ancor oggi è possibile visitare. Opera pregevole non solo per l’elevatezza della dottrina e per il singolare equilibrio di giudizio, ma anche per la spiccata sensibilità pastorale di cui è tutta permeata e della quale è testimonianza, tra l’altro, la redazione italiana che l’Autore stesso curò, accanto a quella latina, perché il testo fosse alla portata di ogni categoria di destinatari.

Com’è noto, gli studi morali, espressione di sapiente amore di pastore, gli hanno valso il titolo di dottore della Chiesa, che gli fu concesso dal Papa Pio IX nel luglio 1871, mentre 40 anni or sono, il 26 aprile 1950, Papa Pio XII lo proclamò “Patrono dei confessori e dei moralisti” (AAS 42 [1950] 595-597).

3. Patrono dei confessori! Sant’Alfonso ha ben meritato questo titolo. Fin dai primi anni di sacerdozio confessò molto, soprattutto durante gli esercizi spirituali e le missioni popolari, acquisendo in tal campo un’esperienza incomparabile.

Ebbe modo, così, di rendersi conto della complessità di questo ministero, ma anche della sua fecondità per la vita spirituale dei fedeli. Nella sua Praxis confessarii egli indica le condizioni perché l’esercizio di questa “ars artium” - come, rifacendosi a san Gregorio Magno, ama qualificarla - sia fruttuoso: “Il confessore non può accontentarsi di una santità che si limiti al semplice stato di grazia, ma dev’essere ricolmo di carità, mansuetudine e prudenza”.

Grazie a tali virtù, il confessore potrà farsi ministro della carità divina, esercitando i non facili compiti di padre, medico, dottore e giudice.

Come padre, egli accoglierà i penitenti con sincero amore, manifestando a quanti hanno maggiormente peccato una comprensione ancora più grande, e li accomiaterà, poi, con parole pervase di misericordia, per incoraggiarli a riprendere il cammino della vita cristiana.

Come medico, dovrà diagnosticare con prudenza le radici del male e indicare al penitente l’opportuna terapia, grazie alla quale poter vivere in modo conforme alla dignità e alla responsabilità di persona creata a immagine di Dio.

Come dottore, egli cercherà di conoscere a fondo la legge di Dio, approfondendone i vari aspetti con lo studio della teologia morale, in modo da non fornire al penitente delle opinioni personali, ma quanto il magistero della Chiesa autenticamente insegna.

Come giudice, infine, praticherà l’equità. Occorre che il sacerdote giudichi sempre secondo verità e non secondo le apparenze, preoccupandosi comunque di far comprendere al penitente che nel cuore paterno di Dio c’è un posto anche per lui (Theologia moralis, t. IV, ed. Gaudé, Romae 1912, pp. 527.528.530.537).

4. Queste numerose indicazioni pratiche, frutto dell’esperienza pastorale di sant’Alfonso, costituiscono anche oggi un valido aiuto per quanti, nel sacramento della Penitenza, sono chiamati a rendere presente Cristo quale “fratello dell’uomo, pontefice misericordioso, fedele e compassionevole, pastore sempre alla ricerca della pecorella smarrita” (Reconciliatio et paenitentia, 29).

Tutta la Theologia moralis è orientata al ministero della confessione. Più che un lavoro universitario, essa è l’esito della lunga esperienza missionaria del Santo. In ciò sta, del resto, il segreto del suo vasto e durevole successo. Frutto di profonda esperienza pastorale, la teologia morale di sant’Alfonso si nutre costantemente di profonda spiritualità e tende alla salvezza delle anime.

5. Maestro di vita spirituale! Nella sua lunga esistenza, tutta dedicata ad amare e seguire Cristo e a promuovere la vita cristiana tra il popolo, sant’Alfonso, con la preghiera e la meditazione, l’impegno ascetico e il ministero pastorale, lo studio e l’insegnamento della teologia morale, cercò di penetrare sempre più nel mistero dell’Amore di Dio, sorgente di ogni autentica santità.

Il fine e il segreto della perfezione evangelica, per il santo dottore, sta proprio qui: nel ricambiare l’amore di Dio con il nostro amore di creature.

Cari religiosi e religiose, chiamati, attraverso la vostra particolare consacrazione, a una profonda intimità con lo Sposo divino, non lasciatevi distrarre da altri interessi che non siano Gesù Cristo. Egli, ricorda sant’Alfonso, è il nostro sommo bene e nostro Salvatore. E la professione dei consigli evangelici non consiste forse nell’abbandonare tutto per lui, che “per cattivarsi tutto il nostro amore è giunto a donarci tutto se stesso”? I carismi di cui egli ha arricchito ciascuno di voi e i vostri Istituti non dovrebbero servire per esprimergli la vostra generosa gratitudine?

La Chiesa e il mondo attendono da voi, anime consacrate, questa radicale testimonianza: che, liberi da ogni legame, viviate solo per Cristo e per il suo regno. Ma si tratta di un amore esigente che richiede costante rinuncia, fiduciosa perseveranza e coerenza di vita. Sarebbe impossibile raggiungerlo con le nostre sole forze. Viene, però, in nostro soccorso la misericordia del Signore.

Guardate, carissimi fratelli e sorelle, al vostro patrono, Maestro di santità per voi e per l’intero popolo di Dio, e mettetevi alla sua scuola. Egli vi ripete, come amava esortare i suoi figli spirituali e come ha lasciato scritto nella “Pratica di amare Gesù Cristo”: “Tutta la santità consiste nell’amore di Dio e tutto l’amore di Dio consiste nel fare la sua volontà” (S. Alfonso Maria de’ Liguori, “Pratica di amare Gesù Cristo”, Roma 1953, p. 291).

6. Ma come potrà l’uomo scoprire la volontà di Dio? La risposta di sant’Alfonso è articolata e profonda (cf. Theologia moralis, t. I, ed. Gaudé, Romae 1905, pp. 52ss). L’uomo, sinceramente desideroso di accogliere Dio nella sua vita, ha a sua disposizione molteplici mezzi per conoscerne la volontà. Innanzitutto, il dettame della coscienza, in cui risuona la voce stessa del Creatore; poi, la parola della rivelazione, nella quale Dio manifesta il suo progetto salvifico e chiama l’uomo a conformarvisi. La retta comprensione di tale progetto, peraltro, gli è facilitata dall’interpretazione autorevole che ne fa il magistero ecclesiastico, sotto la guida dello Spirito. Infine, lo soccorre anche la riflessione dei teologi, i quali, avvalendosi della ragione illuminata dalla fede e in comunione con la Chiesa, traggono dalle verità note risposte chiarificatrici per gli interrogativi proposti via via dal continuo evolversi della storia.

Personalmente sant’Alfonso sentì in modo molto vivo la responsabilità di recare il proprio contributo a tale riflessione, e durante l’intero arco della sua esistenza s’impegnò a fondo nel lavoro teologico, sostenuto dalla consapevolezza di fare con ciò opera di autentica carità verso i fratelli. Di tale ininterrotta dedizione sono testimonianza eloquente le numerose modifiche apportate alle successive edizioni della sua Theologia moralis. È tuttavia significativo rilevare come in tutta la sua opera di teologo moralista egli si sia costantemente preoccupato di fornire indicazioni fedeli alla verità del Vangelo e alla dignità della persona umana; indicazioni, quindi, sempre rispettose della giusta libertà dell’uomo.

Da allora sono già trascorsi due secoli. Nuove problematiche, legate ai progressi della scienza e alle mutate situazioni sociali e culturali interpellano gli studiosi di teologia morale. Certamente vanno integrate e aggiornate le riflessioni teologiche e le indicazioni pastorali elaborate dal grande dottore, ma i criteri che lo hanno guidato nel suo lavoro di teologo e di pastore restano tuttora validi. Ad essi pertanto potranno attingere con frutto, anche oggi, i teologi moralisti e gli operatori pastorali. La ricerca della volontà di Dio nella situazione concreta, tanto appassionatamente condotta dal Santo, le cui spoglie qui veneriamo, non potrà che proseguire alla luce della parola di Dio e sotto la guida del magistero, se si desidera che essa conduca a quello stile di carità e di zelo per la salvezza delle anime, che orientò tutta la sua esistenza.

Mentre invoco l’intercessione di sant’Alfonso a sostegno del vostro ministero sacro, cari sacerdoti, e del vostro servizio ecclesiale, cari religiosi e religiose, auspico che ogni fedele cristiano comprenda sempre meglio che aprirsi all’amore misericordioso di Dio è il modo più maturo di aderire alla Verità con la libertà di figli. I credenti, infatti, hanno come legge ultima la carità di Cristo, dell’Innocente, cioè, che col dono della sua vita ha reso possibile all’umanità l’accesso al perdono di Dio e alla salvezza.

Con questi voti, a tutti imparto la mia benedizione. Sia lodato Gesù e Maria!  

Prima di lasciare la Basilica il Papa rivolge ai presenti le seguenti parole.

Che questo mio pellegrinaggio alla tomba di sant’Alfonso sia una risposta ai problemi della teologia morale contemporanea. Che la teologia morale sia sempre una fedele guida, nello spirito del Vangelo, per tutti i cristiani e per tutta l’umanità. Auspico che questa preghiera sia più volte ripetuta sulla tomba di sant’Alfonso che è il celeste patrono dei confessori e dei moralisti.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 
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