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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLE FILIPPINE
IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 30 novembre 1990

 

Eminenza,
Cari confratelli Vescovi,

1. Il nostro incontro di oggi mi offre l’opportunità di continuare le riflessioni che le visite “ad limina” di vari gruppi di Vescovi filippini mi hanno permesso di fare su temi che riguardano il vostro ministero pastorale. Queste visite hanno un obbiettivo specifico: il rafforzamento della comunione gerarchica e dell’impegno nella missione della Chiesa da parte dei Successori degli Apostoli. Essi inoltre manifestano lo speciale legame di fede e di amore che unisce i Pastori delle Chiese particolari al Successore di Pietro. Desidero assicurarvi che grazie alla vostra presenza mi sono sentito molto vicino ai fedeli filippini. Dopo le nostre conversazioni private e le nostre preghiere comuni per la Chiesa del vostro Paese, ringrazio “Dio per voi, fratelli, ed è ben giusto. La vostra fede infatti cresce rigogliosamente e abbonda la vostra carità vicendevole” (2 Ts 1, 3).

2. La recente Assemblea della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia ha richiamato l’attenzione su situazioni in Asia in cui “il cambiamento è il fattore più costante delle (vostre) società . . . e vengono chiamati in causa i valori e gli atteggiamenti tradizionali” (cf. Dichiarazione Finale, 2, 1). In particolare, il contesto in cui siete chiamati ad evangelizzare è caratterizzato da luci ed ombre: da un forte senso della vita familiare e della comunità, ma anche dal degrado di certi valori fondamentali e talvolta da situazioni di diffuso conflitto che possono favorire la violenza e la perdita di fiducia nelle istituzioni politiche e sociali. Queste sono alcune delle caratteristiche dell’“ora” in cui il Signore del raccolto vi manda nella sua vigna (cf. Gv 4, 35). Come è scritto nella Dichiarazione Finale dell’Assemblea della FABC: “Dio ci parla attraverso i travagli ed i progressi dei nostri Paesi, e alla luce delle sfide di oggi ci impone di rinnovare il nostro senso di missione” (n. 3.0).

3. Una sfida fondamentale che la Chiesa del vostro Paese deve affrontare è quella di dare un nuovo impeto all’impegno di portare il messaggio cristiano alla società. Ciò che si richiede è un’evangelizzazione più profonda e più efficace. Voi siete consapevoli più di ogni altro della vastità e dell’urgenza di tale compito, perché conoscete bene i bisogni sia spirituali che materiali della vostra gente. È tempo che tutta la Chiesa delle Filippine rinnovi la propria fedeltà al Signore, si affidi completamente a Lui che solo può conferire efficacia soprannaturale alle attività di quanti sono impegnati nel ministero pastorale.

Vorrei ricordare l’esortazione che, nell’Evangelii nuntiandi, Papa Paolo VI ha indirizzato a “tutti coloro che, grazie ai carismi dello Spirito Santo e al mandato della Chiesa, sono veri evangelizzatori”; li ha esortati ad essere “degni di questa vocazione, ed esercitarla senza le reticenze del dubbio e della paura, a non trascurare le condizioni che renderanno tale evangelizzazione non soltanto possibile ma anche attiva e fruttuosa” (n. 74). Tra queste condizioni, egli ha dato la priorità all’azione dello Spirito Santo, che è l’anima della Chiesa, il principale agente di evangelizzazione, colui che spiega ai fedeli il significato profondo dell’insegnamento di Gesù e del suo mistero, che mette sulle labbra dell’evangelizzatore le parole che lui non riesce a trovare e che predispone l’anima di chi ascolta ad essere aperta e ricettiva alla Buona Novella e al Regno.

Desidero incoraggiare voi e i vostri fratelli Vescovi a continuare a sottolineare la missione trascendente della Chiesa, non permettere che le vostre comunità ecclesiali perdano di vista la natura autentica della vita cristiana, che nasce dalla comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella vita di grazia attraverso la partecipazione al Mistero Pasquale del nostro Salvatore.

4. L’evangelizzazione inoltre dipende molto dagli stessi evangelizzatori, che devono essere testimoni genuini, in grado di soddisfare la sete di autenticità che prevale tra la gente di oggi. Paolo VI ha ricordato agli evangelizzatori che il mondo si attende da loro che parlino di “un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’invisibile” (Ivi 76). Come è opportuna per la vita del vostro Paese l’affermazione di Paolo VI: “Il mondo esige e si aspetta da noi semplicità di vita, spirito di preghiera, carità verso tutti e specialmente verso i piccoli e i poveri, ubbidienza e umiltà, distacco da noi stessi e rinuncia. Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo” (Ivi)! L’evangelizzatore è un servitore della verità su Dio, sull’uomo e sul suo misterioso destino, e sul mondo. Non deve trascurare di studiare questa verità; deve servirla generosamente senza farsi servire. Soprattutto l’evangelizzatore deve essere pieno di amore per coloro a cui è mandato: un amore che consiste nel trasmettere la verità autentica del Vangelo, e non dubbi ed incertezze che nascono da una erudizione scarsamente assimilata; un amore che rispetti la libertà di coscienza e le condizioni spirituali degli altri, ma che non esiti a stabilire con loro un serio dialogo sulle questioni più profonde che interessano gli individui e la società.

Adesso, a quindici anni dalla promulgazione dell’Evangelii nuntiandi, non possiamo fare a meno di restare colpiti dalla sua continua attualità e dalla sua importanza. Vorrei suggerirvi, ogni volta che meditate sul vostro ministero, di fare di questa “magna charta” della missione di evangelizzazione della Chiesa il necessario punto di riferimento riguardo alle vostre responsabilità personali quali vescovi e alle responsabilità dei vostri collaboratori nella cura pastorale delle Chiese a voi affidate. Un’applicazione più diffusa delle sue direttive in tutta la Chiesa è certamente necessaria, affinché “Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, somministri e moltiplichi anche la (nostra) semente e faccia crescere i frutti della (nostra) giustizia” (2 Cor 9, 10).

5. In ogni Paese in cui i seguaci di fedi diverse vivono fianco a fianco, deve essere compiuto un grande sforzo per gettare le solide basi di una società pacifica e armoniosa. Alcuni di voi sono Pastori di comunità che vivono in quotidiano contatto con i seguaci dell’Islam. I rapporti interreligiosi tra le due comunità sono generalmente contrassegnati da amicizia e cooperazione.

Sono felice di sapere che non mancano opportunità di dialogo su problemi di comune interesse e su argomenti religiosi. Vorrei incoraggiarvi a cercare un accordo con i vostri fratelli e le vostre sorelle musulmani sulla questione fondamentale della libertà religiosa. Il fondamento del rispetto e della comprensione reciproca tra quanti professano credi diversi sta nel diritto di ogni individuo alla libertà di coscienza. Ciascuno ha un diritto inalienabile e un dovere solenne di seguire la propria giusta coscienza nel perseguire e nel servire la verità religiosa. La libertà religiosa non è un privilegio, bensì un’esigenza della dignità umana (cf. Dignitatis humanae).

Durante la mia recente visita in Africa ho espresso la convinzione che “Cristiani e Musulmani possono vivere in armonia e manifestarsi reciprocamente solidali in tutte le gioie, i dolori e le sfide che segnano la vita della comunità locale. Come mostrano le esperienze in molte parti del mondo, le differenze religiose in sé non rompono necessariamente la convivenza. Infatti Cristiani e Musulmani . . . possono essere compagni nel costruire insieme una società fondata sui valori insegnati da Dio: tolleranza, giustizia, pace e sollecitudine per i più poveri e i più deboli” (Discorso ai Capi Religiosi, 2 settembre 1990). È questo un compito e un obbiettivo su cui siete chiamati a lavorare concretamente e saggiamente nell’interesse di tutti i vostri concittadini.

6. Prima di concludere questa serie di incontri con i Vescovi delle Filippine, desidero esprimere l’apprezzamento della Santa Sede per la sollecitudine umanitaria che, nel passato, ha mosso il vostro Governo ad accogliere gruppi di boat-people vietnamiti in cerca di rifugio. Negli ultimi quindici anni, in linea con le sue profonde tradizioni umane e cristiane e nonostante i grandi oneri che comportava, il vostro Paese è stato generoso nel dare a questi profughi l’ospitalità di “primo asilo”. Prima che si giunga ad una soluzione totale ed efficace del problema dei rifugiati, occorrerà alleviare ancora tanta umana sofferenza. È mia speranza che, nonostante le difficoltà che comporta, anche a livello internazionale, il Governo filippino continui, per quanto è possibile, a rispondere a questa tragedia con un senso di fratellanza universale e di responsabilità morale. Apprezzo moltissimo quanto la vostra Commissione Episcopale per la Migrazione e il Turismo ha fatto a questo proposito.

7. Cari confratelli Vescovi, mentre vi preparate a tornare alle vostre Diocesi, ringrazio Dio per la vita e il ministero dei vostri sacerdoti, per la testimonianza e l’opera dei religiosi e delle religiose, per la fede e l’impegno dei laici.

Vi incoraggio nel vostro impegno a fornire alti livelli di formazione nei seminari, nelle case religiose e nei centri per la preparazione dei leaders laici cristiani. Nulla di valido e duraturo può essere perseguito senza un’autentica conoscenza della fede ed un’adeguata istruzione religiosa, in grado di rispondere alle realtà sempre più complesse del mondo moderno. Il rinnovamento della missione è una sfida per tutti i membri della Chiesa.

Preghiamo il Signore per tutta la Chiesa delle Filippine affinché si compia in voi l’esortazione di San Paolo: “Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera” (Rm 12, 11-12). Che Maria, la Madre della Chiesa, vi ottenga tutto questo attraverso la sua amorevole intercessione presso suo Figlio Gesù.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 
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