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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE
DEI VESCOVI DI RITO LATINO DELLA REGIONE ARABA

Lunedì, 1° ottobre 1990

 

Vostra Beatitudine,
Cari fratelli nell’Episcopato
e Membri della Conferenza episcopale dei Vescovi latini
della Regione araba.

1. Nella gioia d’accogliervi, vorrei ridirvi con l’Apostolo Paolo: “Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo” (1 Ts 1, 2-3).

Attraverso voi, cari Fratelli, saluto le comunità di rito latino affidate alle vostre cure pastorali, le comunità che vivono nelle regioni di tradizione araba e che sono chiamate a professare la loro fede nella condizione di credenti minoritari, spesso in un contesto politico confuso.

In qualità di pastori del gregge, portate il fardello di situazioni delicate, proprio nella misura in cui i vostri fedeli, di fronte ai numerosi problemi, vi chiedono molto. Come Vescovo di Roma, al quale il Signore chiede di “confermare” i suoi fratelli nella fede (cf. Lc 22, 32), vorrei manifestarvi una volta ancora la mia profonda stima ed i miei incoraggiamenti per l’adempimento del vostro ministero episcopale. Siete pastori di ferventi comunità cattoliche in Oriente che mostrano, se ce ne fosse bisogno, che la Chiesa è “cattolica”, che è legata tanto all’Oriente che all’Occidente, che essa appartiene tanto al Nord che al Sud. Cattolica, universale, “destinata ad estendersi a tutte le parti del mondo, prende posto nella storia umana, nonostante sia nello stesso tempo trascendente nel confronto dei limiti dei popoli nel tempo e nello spazio” (Lumen gentium, n. 9).

È proprio per aver condiviso il destino dei loro fedeli, che alcuni dei vostri confratelli hanno conosciuto o conoscono la prova. Penso, in particolare, al Vescovo, di venerata memoria, mons. Pietro Salvatore Colombo, Vicario apostolico di Mogadiscio, che ha donato eroicamente la vita per il suo gregge. Così pure condivido la tristezza del caro mons. Francis Micallef, Vicario apostolico del Kuwait, che non ha potuto unirsi a voi e vive con i suoi fedeli momenti particolarmente difficili.

A Dio chiedo per tutti voi la grazia che possiate mostrarvi in tutte le circostanze “come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce . . ., con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero, con parole di verità, con la potenza di Dio” (2 Cor 6, 4. 6-7).

2. Ben conosco il vigore spirituale e apostolico delle vostre comunità, come la dedizione instancabile dei vostri collaboratori. La Santa Sede segue con interesse gli sforzi da voi sostenuti per mantenere la rete di scuole e di università che accolgono giovani di tutte le religioni e di tutte le condizioni sociali. Sappiamo anche che i vostri ospedali e i vostri dispensari, senza dimenticare le case che accolgono i sacerdoti, i religiosi e le religiose anziani, danno una magnifica testimonianza di carità. Come non ricordare, allo stesso modo, il lavoro dei catechisti che si dedicano a trasmettere e a stimolare la fede dei giovani e delle famiglie cristiane? Tutto questo è un capitale che voi cercate di far fruttificare. Gli scambi che avete appena avuto a Roma, in occasione della quarantesima assemblea generale della Conferenza episcopale dei Vescovi latini della Regione araba, vi avranno d’altronde consentito di fare il punto sulle vostre priorità pastorali.

Chiedo al Signore, per voi, il dono della perseveranza, affinché i vostri fedeli si sentano sempre guidati nella fede e incoraggiati nella loro testimonianza. Sono chiamati a vivere in circostanze che fanno loro temere per l’avvenire. Voi vi preoccupate giustamente della costante e massiccia emigrazione dei cristiani delle vostre regioni. È questo veramente un grave problema. Le giovani generazioni hanno bisogno di avere fiducia nel domani! Bisogna offrire loro anzitutto una solida istruzione cristiana, aiutarli nella formazione professionale, favorirli socialmente e fare in modo che, nelle vostre piccole comunità dove è relativamente facile conoscersi, non manchino mai la collaborazione e la solidarietà. I vostri fedeli devono essere sempre meglio guidati e formati perché non siano degli “assistiti”, ma attori zelanti nella vita delle vostre Chiese e collaboratori attivi dei programmi di educazione e di assistenza. Lo saranno tanto meglio, quanto più i loro vescovi, i loro preti, i religiosi e le religiose sapranno animarli dell’incommensurabile carità di Gesù Cristo.

3. Comunità così ispirate dallo Spirito Santo saranno certamente anche capaci di condurre a buon fine il difficile dialogo con i diversi gruppi religiosi, in circostanze che condizionano pesantemente la loro vita e il loro avvenire.

Mi riferisco, innanzitutto, alla convivenza e al dialogo con l’Islam. Ho in mente allo stesso modo il contatto quotidiano delle comunità cristiane che vivono in Terra Santa con il mondo ebraico. Non vorrei dimenticare infine i rapporti costanti che voi intrattenete con le differenti Chiese cristiane non cattoliche. Le vostre comunità e voi stessi siete gli avamposti del dialogo! Questo richiede da tutti una apertura di spirito, una formazione dottrinale e un senso della gratuità che non si improvvisano, ma sono frutto di sforzi e sacrifici perseveranti.

Per grande fortuna, esistono dei campi in cui tutte queste correnti di pensiero, tutte queste concezioni del mondo, apparentemente così diverse, si incontrano: la fede in Dio misericordioso, il senso sacro della vita, il valore della famiglia, la pratica dell’ospitalità. Quante belle cose possono essere realizzate insieme, attraverso il dialogo e il servizio, senza rinnegare peraltro la propria “specificità” spirituale!

4. Questa collaborazione è assolutamente necessaria, soprattutto nelle regioni da cui provenite e che si trovano in situazioni drammatiche. Mi riferisco evidentemente alla crisi e alle tensioni cariche di pericolo che toccano il Golfo; al dramma della Palestina; alla tragedia del Libano. Evocando queste situazioni, pensando alle angosce delle popolazioni che vi risiedono, il cuore si riempie di tristezza, tanto più che non si può fare a meno di ricordare che proprio in questa parte del mondo è apparsa un giorno la stella della pace. A Bethlem è nato Gesù, Figlio di Dio, “Principe della Pace” (Is 9, 5) venuto a proclamare “beati” gli artefici di pace, i miti e i misericordiosi (cf. Mt 5).

Sappiamo tutti, per esperienza, che le guerre che scoppiano e i conflitti che perdurano non risolvono mai definitivamente i problemi. Soltanto il dialogo, il rispetto del diritto delle persone e dei popoli, la collaborazione tra i responsabili politici sono in grado di creare la fiducia, e dunque la sicurezza. Per questo, i cristiani sono chiamati a svolgere un ruolo di primo piano nelle vostre regioni tragicamente minacciate dalla disgregazione. Col vigore della loro fede, l’unità delle loro comunità, il loro senso d’altruismo, devono essere fermenti di riconciliazione e promotori di iniziative atte a spezzare il ciclo infernale della violenza, della distruzione e della vendetta. A ciascuno di loro direte che il Papa conta su di lui, ha fiducia in lui e lo benedice paternamente.

5. Cari fratelli, che l’Eucaristia e la lode a Dio siano il vostro sostegno! Che la Madre di Dio vi assista! Che la solidarietà spirituale e materiale della Chiesa vi permettano di perseverare nei vostri sforzi!

Concluderò il mio pensiero rivolgendo, a voi come a tutti i fedeli della vostra comunità, le parole con le quali san Giovanni riassume il comandamento di Dio: “che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri” (1 Gv 3, 23).

E vi imparto la mia Benedizione Apostolica.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 
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