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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI COREANI
IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Martedì, 16 ottobre 1990

 

Eminenza,
Cari confratelli nell’Episcopato,

1. La vostra presenza qui quali Pastori della Chiesa in Corea in occasione della vostra visita “ad limina” è motivo di grande soddisfazione e conforto per me, cui è stata affidata una speciale “preoccupazione per tutte le chiese” (2 Cor 11, 28). È trascorso un anno esatto dalla mia visita a Seoul in occasione del Quarantaquattresimo Congresso Eucaristico Internazionale, un momento di gioiosa comunione di fede e unità ecclesiale per la Chiesa in Corea, anzi, per tutta la “comunione dei Santi”, che ha la sua sorgente più profonda in Cristo e la sua espressione sacramentale più piena nell’Eucaristia: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo” (1 Cor 10, 17). Non posso dimenticare la fede e la devozione del vostro popolo, e sono felice di sapere che il Congresso Eucaristico ha dato frutti abbondanti di vita e di santità cristiana tra i fedeli.

La vostra visita “ad limina” è espressione e celebrazione dello speciale vincolo di comunione che ci unisce nel Collegio Episcopale quali successori degli Apostoli. È mia fervida speranza che nel rivisitare le tombe dei Santi Martiri Pietro e Paolo, e nel tornare alle origini della nostra fede apostolica, possiate colmarvi di rinnovato vigore per servire le Chiese particolari che la Divina Provvidenza ha affidato alla vostra cura. Dal momento in cui la fede per la prima volta è entrata in Corea - in modo tanto straordinario ed evangelico - fino all’attuale situazione di intensa vitalità nell’ambito della comunità ecclesiale, l’amore previdente di Dio ha sempre guidato i passi della Chiesa nel vostro Paese.

I grandi segni di santità e di martirio sono lì per essere veduti, ammirati ed imitati da tutti. Nelle vite dei Martiri Coreani siete testimoni dei frutti dei patimenti subiti per amore di Cristo e, in particolare, della persecuzione religiosa. Possiate sempre lodare Dio con cuore umile e gioioso per l’effusione di grazia che sperimentate quotidianamente con il vostro ministero.

2. Le statistiche che avete sottoposto nel preparare questa visita “ad limina” parlano chiaramente della crescita e della vitalità della comunità cattolica nel vostro Paese. Nei cinque anni trascorsi dalla vostra ultima visita è aumentato considerevolmente il numero dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose, dei seminaristi e dei catechisti. È particolarmente incoraggiante il fatto che i vostri quattro seminari maggiori siano pieni e che altri ne verranno presto aperti. Eppure, questa sensibile crescita non riesce a tenere il passo con la crescita della popolazione cattolica. Con le parole di San Paolo, voi siete un nuovo ramo, vigoroso e florido, di quell’albero che è la Chiesa (cf. Rm 11, 17). Ciò che San Paolo scrive ai Romani dovrebbe trovare un’eco nei cuori dei vostri fedeli: “Sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te . . . tu resti lì in ragione della fede. Non montare dunque in superbia, ma temi” (cf. Rm 11, 18. 20). Possiate sempre essere costruttori della pace di Cristo tra di voi, nella Chiesa e nel mondo.

3. Ho un ricordo particolarmente vivo della mia visita alla Parrocchia di Nonhyondong, dove molti sacerdoti si erano riuniti per l’Adorazione Eucaristica e dove abbiamo meditato insieme sulla necessità della preghiera di adorazione e della carità pastorale che deriva dall’Eucaristia, il centro e la radice di tutta la vita sacerdotale (cf. Presbyterorum ordinis, 14). II tema del sacerdozio è dinanzi ai vostri occhi in questi giorni del Sinodo dei Vescovi dedicato ai problemi della formazione sacerdotale. Il modo in cui l’unico sacerdozio di Gesù Cristo viene vissuto ed esercitato dai sacerdoti della Corea è tra i problemi che il vostro ministero di Vescovi deve affrontare, e anche in questo settore desidero incoraggiarvi ad essere saggi amministratori della grazia di Dio. Ogni vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata è un dono sublime di Dio, sia per la persona interessata che per la Chiesa, particolare e universale. È una grazia che l’intera comunità ecclesiale deve implorare, promuovere e sostenere con tutto il cuore. Compito della comunità è di rendere possibile a quanti sono chiamati di rispondere a quella grazia con una libera e generosa offerta di sé a Cristo e alla Chiesa. Nel caso del sacerdozio, spetta inoltre al Vescovo personalmente di esercitare un ruolo autorevole nel giudicare la vocazione ricevuta e il grado di preparazione e di impegno raggiunti lungo il cammino verso l’Ordinazione.

Vi chiedo di portare il mio devoto incoraggiamento agli amati sacerdoti e seminaristi della Corea. Rinnovo l’augurio che ho espresso a Nonhyondong che essi stiano vicini ai membri del gregge, condividendone le gioie e i dolori, pronti e disponibili verso tutti, in uno stile di vita semplice che deriva dall’autentica povertà in spirito (cf. Omelia alla Parrocchia di Nonhyondong, n. 3).

Per essere degni ed efficaci ministri del Vangelo, i Vescovi e i sacerdoti devono avere un atteggiamento di spontaneo distacco da se stessi e dal mondo. La vocazione al sacerdozio implica una somiglianza con Cristo non solo attraverso l’imitazione dell’esempio del Signore, ma, ancor più, essa implica una chiamata, attraverso il Sacramento dell’Ordine, a diventare una cosa sola con Cristo che “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo . . . umiliò se stesso facendosi ubbidiente fino alla morte” (Fil 2, 6-8). Il ministero della parola, del sacramento e della carità pastorale non può mai essere separato da questa kenosis interiore che deve sempre costituire la caratteristica della vita cristiana in unione con Cristo. L’ansia di miglioramento nella vita spirituale e di un amore e di una solidarietà sempre maggiori negli affari umani, tanto avvertita dal vostro popolo, può essere soddisfatta soltanto se i ministri consacrati sono autentici uomini di Dio, assidui nella preghiera e profondamente motivati dallo zelo per la casa del Padre (cf. Gv 2, 17).

4. È infatti l’intera comunità cristiana che è chiamata ad essere l’esempio della generosa dedizione di Cristo al Padre. Il Documento Finale della Quinta Assemblea Plenaria della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia, che si è tenuta a Bandung lo scorso mese di luglio, parla della missione della Chiesa in Asia in termini di servizio: servizio al Signore e all’umanità bisognosa. Questo è anche il cammino della Chiesa in Corea, che deve affrontare il compito di raggiungere un numero sempre maggiore di membri meno fortunati della società, in particolare i lavoratori e i poveri. Questa capacità di espandersi, a sua volta, dipende molto da come voi affrontate la difficile e delicata questione di promuovere un profondo, penetrante, ma sempre rispettoso incontro tra la Buona Novella della salvezza in Gesù Cristo e l’ethos tradizionale di una popolazione formatasi in altre religioni e in altri modelli culturali.

La Chiesa in Corea, così come la Chiesa in tutta l’Asia, “non è stata inviata per osservare, ma per servire - per servire i popoli dell’Asia nella loro ricerca di Dio e di una vita umana migliore; per servire . . . sotto la guida dello Spirito di Cristo e alla maniera di Cristo stesso, che non è venuto per essere servito ma per servire e che ha dato la sua vita per riscattare tutti (cf. Mc 10, 45) - e per comprendere, in dialogo con i popoli dell’Asia e le realtà dell’Asia, quali azioni il Signore vuole che vengano intraprese affinché tutta l’umanità possa essere riunita insieme in armonia quale sua famiglia” (Dichiarazione Finale della Quinta Assemblea Plenaria della FABC, 6. 3). Tutto ciò esige che la Chiesa in Corea sia animata da un autentico spirito missionario ed esprima “un autentico discepolato”, tenendo “nella massima considerazione la dimensione contemplativa, la rinuncia, il distacco, l’umiltà, la semplicità e il silenzio” (cf. Ivi 9. 1 e 9. 2). Sottolineo questi aspetti in quanto voi stessi siete pienamente consapevoli della forza di attrazione che un modo di vivere più mondano può esercitare sui ministri e sui servitori del Vangelo quando la loro “missione” non è chiaramente radicata nella “consacrazione” che ne è alla base.

5. Il tema dell’unità nelle sue molte dimensioni è un argomento che vi è familiare. Durante la mia visita a Seoul lo scorso anno ho notato che la “nazione coreana rappresenta il simbolo di un mondo diviso che non è ancora in grado di unirsi alla pace e nella giustizia” (Al Congresso Eucaristico Internazionale, 8 ottobre 1989). Per quarant’anni la vita del vostro popolo è stata profondamente segnata da una tragica divisione che ha separato famiglie ed è stata causa di molte tensioni nella società. In questo momento, voi attendete con ansia un segno che i cambiamenti politici globali e le stesse iniziative coreane possano condurre all’agognata riunificazione basata sull’autentica giustizia, la libertà e il rispetto degli inalienabili diritti umani. Quali Vescovi seguite attentamente queste questioni in quanto le realtà sociali, politiche e culturali sono legate ad importanti problemi umanitari, morali e religiosi. È vostro compito aiutare i fedeli cattolici ad affrontare queste istanze con una coscienza ben formata alle esigenze etiche del Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa, in cui l’amore e la misericordia occupino un posto preminente.

Voi stessi avete sottolineato il vostro grande bisogno di fornire una formazione permanente ai laici nelle verità della fede e nell’applicazione dell’insegnamento morale della Chiesa alle realtà della vita in una società mutevole e sempre più complessa. Nel compito di applicare la verità e i valori del Vangelo alle realtà temporali, sono i laici ad avere una vocazione ed una competenza specifica, come è riconosciuto dalla dottrina del Concilio e dalla legge della Chiesa (cf. Lumen gentium, 31; Codex Iuris Canonici, can. 255). La famiglia, la società civile, lo sviluppo della cultura, il mondo degli impegni economici e politici: tutto ciò costituisce il campo d’azione specifico dei laici cattolici, uomini e donne, che hanno profondamente radicati i valori evangelici di amore, giustizia, libertà, verità e pace. Il campo secolare è l’ambiente naturale ed ordinario della loro attività e della loro esperienza pratica; rappresenta quindi il luogo in cui devono rendere testimonianza cristiana e promuovere la missione della Chiesa.

6. Parlando del rapporto tra Chiesa e società, la Costituzione Pastorale Gaudium et spes offre una sintesi generale dei diversi ruoli nella vita della Chiesa. “Ai laici spettano propriamente . . . gli impegni e le attività temporali . . . Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema . . . essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero” (n. 43).

È importante che la comunità ecclesiale abbia una chiara consapevolezza della distinzione dei ruoli. I sacerdoti e i religiosi non perdono i loro diritti di membri della comunità civile, o il loro dovere di lavorare per il bene comune. Ma essendo dotati di una specifica vocazione al ministero o alla consacrazione religiosa, essi si assumono altri doveri, che implicano restrizioni nell’impegnarsi in affari puramente temporali o in politiche di parte. Ciò non significa che i pastori della Chiesa non possano denunciare ingiustizie ove esistano o esigere leggi e politiche più umane e morali. Ma il loro contributo al progresso della società sta principalmente nella formazione di coscienze e nel motivare i laici al conseguimento di strutture più giuste nella vita socioeconomica, politica e culturale. In tal modo la società sarà trasformata “dal di dentro”, in conseguenza della validità e dell’efficacia di una presenza cristiana immanente. L’immagine di Cristo del “lievito che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti” (Mt 13, 33) è sempre riferita alla presenza della Chiesa nella società.

7. Cari Confratelli Vescovi, questi sono alcuni dei pensieri che la vostra visita mi ispira. Sono espressi con amore e comprensione. Hanno lo scopo di permettermi in un certo modo di partecipare alle gioie e ai dolori del vostro ministero. Siamo uniti nella convinzione che il Signore, nel suo amore, sta chiamando la Chiesa di Corea ad affrontare le sfide di quest’ora rendendo credibile testimonianza ai valori del Regno di Dio attraverso azioni conformi a quelle di Cristo. Vi assicuro la mia preghiera costante per la Chiesa di Corea, affinché tutti i suoi membri rispondano coraggiosamente e generosamente all’ora di grazia che state vivendo.

Portate il mio incoraggiamento e i miei migliori auguri ai sacerdoti e ai religiosi, ai seminaristi e ai catechisti, ai catecumeni e a quanti cercano la verità di Cristo, alle famiglie e alle comunità parrocchiali.

“La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù” (1 Cor 16, 23-24). Amen.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 
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