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VIAGGIO APOSTOLICO IN TANZANIA, BURUNDI, RWANDA E YAMOUSSOUKRO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI FEDELI RACCOLTI NELLA CATTEDRALE
DEDICATA A SAN GIUSEPPE

Dar-es-Salaam (Tanzania) - Sabato, 1° settembre 1990

 

Sua Eminenza Cardinale Laurean Rugambwa,
Sua Grazia Arcivescovo Polycarp Pengo,
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
La pace del Signore sia con voi.

1. Ho atteso ardentemente questa opportunità di visitare la Tanzania per incontrare la sua comunità cattolica e tutta la gente di buona volontà in uno spirito di fratellanza e di pace. Sono venuto come testimone di Cristo, per confermarvi in quel Vangelo di salvezza che avete ricevuto e nel quale perseverate. Ora che ho raggiunto Dar-es-Salaam, il “porto di pace”, i miei pensieri vanno alle parole che Cristo rivolse agli Apostoli alla vigilia della sua Passione: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14, 27). All’inizio della mia Visita Pastorale, la mia fervente preghiera è che ognuno di voi possa sperimentare nel profondo del suo cuore - e in seno alla propria famiglia, alle parrocchie e alle comunità - il dono di Cristo della pace.

Desidero innanzitutto ringraziare il Cardinale Laurean Rugambwa per le sue gentili parole di benvenuto. Per quasi mezzo secolo egli ha donato se stesso con generosità, lavorando per la Chiesa, come sacerdote, Vescovo e Cardinale, qui nella sua terra natale. Mi unisco a Sua Grazia l’Arcivescovo Coadiutore Polycarp Pengo, e a tutti voi, nel chiedere a Dio di concedere a Sua Eminenza molti altri anni felici al servizio del signore.

Il Cardinale ha appena parlato dell’urgente necessità di proclamare la “Buona Novella” di Gesù Cristo in Tanzania, nell’ambito di problemi sociali e di un’erosione dei valori morali e spirituali, che influenzano soprattutto la famiglia. Cari fratelli e sorelle, Cristo è il solo che può guarire le ferite del male e del peccato; il solo che possa riempire la vacuità e la frustrazione che affliggono così tanti cuori, perché soltanto Cristo, attraverso la sua Croce e la sua Risurrezione, può riconciliare l’uomo peccatore con Dio e con gli altri uomini. Il dono di Dio della riconciliazione in Cristo è la fonte di quella pace che ardentemente desideriamo, “non come la dà il mondo” (Gv 14, 27).

2. Più di un secolo fa i missionari portarono alla gente di questa terra il dono di Cristo della riconciliazione e della pace. A partire dal 1887, alla Congregazione Benedettina di S. Ottilia in Germania venne affidato quello che doveva divenire il Vicariato Apostolico e in seguito l’Arcidiocesi di Dar-es-Salaam. Le spoglie del Vescovo Cassian Spiess e di quanti vennero uccisi insieme con lui nei primi anni di questo secolo - sepolte in questa Cattedrale - servono a confermare che il dono di Cristo della pace non è di questo mondo, ma è il frutto dell’unione con Lui nel mistero della sua Morte e Risurrezione.

Voi che siete i figli e le figlie spirituali dei missionari, avete provato la gioia di veder sorgere una Chiesa fervente e giovane dai loro sacrifici. È una Chiesa che testimonia la “Buona Novella” della salvezza fra le gioie e le realizzazioni del popolo della Tanzania, così come fra le sue amarezze e le prove, la difficoltà e i dubbi. Membri di una Chiesa pellegrina, voi andate avanti nella convinzione che “La fede tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo” (Gaudium et spes, 11). Nonostante questo ideale si realizzi pienamente soltanto nell’eternità, ciò nondimeno vi spinge ad affrontare i problemi umani e le sfide qui ed adesso, come dovrebbero fare i discepoli di Cristo: nella straordinaria immagine di S. Paolo “State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede” (Ef 6, 14-16).

Sì, cari fratelli e sorelle, voi siete testimoni in Tanzania del “Vangelo della pace”. Siate chiamati a viverlo ogni giorno, nell’intimità della vita familiare, nelle vostre comunità locali, sul lavoro, e, soprattutto in seno alla Chiesa, che è “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium, 1). Intima unione con Dio, unità tra gli uomini: è questa la pace del regno che verrà e che già ora è prefigurato nella vostra vita di Cristiani.

3. Questa sera siamo riuniti in una Cattedrale che ricorda il profondo amore dei missionari Benedettini per Cristo e per la gente di questa terra, tanto che essi versarono il loro sangue.

Essi dedicarono questa Chiesa a San Giuseppe, Sposo della Vergine Maria, confidando nella sua protezione sulla loro attività missionaria. Si dovrebbe invocare sempre questa protezione, come impulso ad un rinnovato impegno di evangelizzazione da parte della Chiesa. Possa S. Giuseppe essere uno straordinario insegnante per tutti voi nel servizio di questa missione salvifica, missione che è responsabilità di ogni e ciascun membro del Corpo di Cristo (cf. Es. Apost. Redemptoris custos, 29, 32). Prego San Giuseppe “che era giusto” (Mt 1, 19), perché interceda per voi - Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa di Tanzania - affinché “la pace di Cristo possa regnare nei vostri cuori” (cf. Col 3, 15) e la vostra diletta città di Dar-es-Salaam possa essere ora e sempre un vero “porto di pace”. Che Dio vi benedica e vi protegga. Amen.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana 

 

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