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VIAGGIO APOSTOLICO IN TANZANIA, BURUNDI, RWANDA E YAMOUSSOUKRO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI CONFRATELLI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL BURUNDI

Bujumbura (Burundi) - Mercoledì, 5 settembre 1990

 

Cari fratelli nell’episcopato,

1. Al termine di questa prima giornata trascorsa nel vostro Paese, è per me una vera gioia ritrovarvi nell’intimità, per un tempo di confronto e di riflessione davanti al Signore. Siamo qui come i discepoli dopo la Risurrezione quando, in preghiera con Maria nel Cenacolo, meditavano le consegne di Cristo che li aveva inviati in missione e incaricati di fondare la sua Chiesa in tutte le regioni del mondo, promettendo loro la sua presenza fino alla fine dei tempi e la potenza del suo Spirito di verità e d’amore.

Noi prolunghiamo così questa sera i nostri incontri dell’aprile 1989, quando siete venuti a Roma in visita “ad limina”. Allora abbiamo evocato insieme molti aspetti del vostro ministero episcopale. Vorrei semplicemente fare eco, su alcuni punti, al programma che Monsignor Bududira, vostro Presidente, ha appena tracciato, e poi soffermarmi su un problema che sembra aggravarsi in questo momento, l’epidemia dell’Aids.

2. In una Chiesa che presto celebrerà il suo centenario, è naturale che poniate l’accento su una ripresa, un rinnovamento dell’evangelizzazione. Le prove che avete sopportato recentemente e la più grande maturità acquisita dalle vostre comunità, collocano, in effetti, la Chiesa del Burundi a una svolta del suo cammino. In modo suo proprio, la sua situazione corrisponde a quella dell’insieme della Chiesa in Africa, che ha motivato la convocazione dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi, che ha come tema generale precisamente “la missione evangelizzatrice verso l’anno 2000”.

In virtù della mia missione di Successore di Pietro, vi incoraggio di tutto cuore sulla via da voi presa. “Voi sarete miei testimoni” (At 1, 8), dice il Signore a tutta la Chiesa. La consegna vale per ogni giorno, per ogni aspetto della nostra attività pastorale. Che voi ricerchiate nuovi metodi ed espressioni, adatti all’ambiente di vita e alla mentalità dei vostri compatrioti, o che rianimiate il fervore e l’impegno di comunità tentate di rimanere nelle loro abitudini, si tratta sempre della viva e ardente testimonianza della Buona Novella. In proposito, apprezzo il notevole sforzo nel quale avete coinvolto il più gran numero di fedeli, per preparare la mia visita pastorale. Nello spazio di un anno, essi hanno meditato sulla portata della missione che Cristo affida a ogni battezzato; durante la Quaresima, essi hanno fatto un approfondito esame di coscienza, per riscoprire in seguito, alla luce del Risorto e dello Spirito di Pentecoste, la condizione di uomo nuovo conferita dal Signore ai membri del suo Corpo, sviluppando così il tema delle nostre giornate: “Il Cristo ci libera e ci unisce”.

Auspico con voi che questa specie di lungo ritiro dell’insieme delle vostre comunità costituisca il durevole punto d’appoggio di una conversione sempre in cammino e di una crescita ferma nella fede. Nel Burundi “voi sarete i testimoni” del Redentore, attenti a incontrare i vostri fratelli su tutti i campi e in tutte le difficoltà, facendo loro scoprire la felicità di sapersi amati dall’amore infinito di Dio.

3. Con voi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose sono stati agli avamposti nello sforzo perseguito dalle vostre comunità. Privati di una parte dei missionari che lavoravano con essi in precedenza, hanno saputo far fronte a questa situazione con coraggio. In questi ultimi mesi, anch’essi hanno fatto un ritiro insieme con i loro vescovi. È un segno molto positivo della stretta comunione tra tutti i consacrati, che favorisce l’unità e il dinamismo evangelico dei fedeli. Rendiamo grazie per i progressi compiuti!

Domani avrò la gioia d’incontrare il clero, i religiosi e le religiose del Burundi; desidero incoraggiarli nel loro dono totale a servizio del Signore e del Popolo di Dio. Essi sono naturalmente i primi agenti del rinnovamento dell’evangelizzazione che essi condurranno in stretta collaborazione con i catechisti e gli altri laici impegnati. Tutto quello che voi farete per sostenere la loro vita sacerdotale e religiosa, per contribuire a rafforzare la loro vita di preghiera, la loro riflessione, le loro risorse interiori mediante l’ascolto della Parola di Dio e l’approfondimento dell’insegnamento e dei metodi pastorali della Chiesa, sarà utile alla loro azione nonché al loro equilibrio personale. Inoltre, gli incontri regolari tra i Vescovi, i sacerdoti e le religiose, contribuiranno ad arricchire l’attività pastorale. Gruppi d’intesa e di studio, da voi fruttuosamente istituiti, risponderanno tanto meglio ai loro obbiettivi se i partecipanti intraprenderanno studi e riflessioni allo scopo di nutrire la pastorale e se, nello stesso tempo, l’esperienza vissuta quotidianamente con il Popolo di Dio rinnoverà la riflessione su una base concreta, incitando a ricorrere alle fonti spirituali e intellettuali. La formazione permanente dell’insieme dei consacrati guadagnerà dall’essere animata dalla medesima intenzione di arricchire il mistero.

4. Per quanto concerne l’insieme del Popolo di Dio, mi soffermo soltanto su tre obbiettivi importanti, tra molti altri. Penso anzitutto ai numerosi problemi riguardanti la famiglia, la vita cristiana degli sposi, le loro responsabilità per l’accoglienza della vita e l’educazione dei figli. Di fronte alle esitazioni provocate da molti cambiamenti della società attuale, è importante che le famiglie cristiane siano illuminate sulla morale cristiana e comprendano il senso delle esigenze che essa presenta, senza lasciarsi sviare da influssi divergenti che spesso le turbano. Siate gli animatori della pastorale familiare, in tutte le sue dimensioni; è un obbiettivo prioritario da perseguire pazientemente dall’insieme degli operatori pastorali.

Noi conosciamo le difficoltà che il vostro Paese deve fronteggiare per il suo sviluppo. Nello stesso tempo che i cristiani partecipano con competenza agli sforzi della Nazione, bisogna accordare una particolare attenzione ai poveri, numerosi tra voi, i poveri delle città e delle colline, poveri materialmente, moralmente e spiritualmente, troppo spesso socialmente emarginati. Le comunità cristiane manifestino nei loro confronti una carità creativa perseverante, misericordiosa, nonché un aiuto concreto ed efficace. Ciò richiede molta generosità da parte del maggior numero di fedeli. Sostenete le iniziative in questo senso. Anche questo sarà un rispondere agli inviti del Vangelo e seguire Cristo sulle strade che lui stesso ci ha tracciate.

Un terzo obbiettivo che vorrei ricordare è, per tutti i membri della Chiesa, specialmente per i laici, quello della coerenza tra le scelte della vita quotidiana e le esigenze della fede. Nel lavoro, nell’educazione, nelle pubbliche responsabilità nelle azioni per lo sviluppo, è importante che i cristiani operino un lucido discernimento tra i valori cristiani e i falsi valori. Senza ciò, come accordare la propria attività quotidiana con le convinzioni di fede? Voi avete appena ricordato che quest’insieme di problemi che io non faccio che ricordare, vi preoccupa. Non risparmiate alcuno sforzo per aiutare i vostri diocesani a vivere da cristiani nella Nazione. In particolare, esprimete chiaramente i motivi cristiani di una partecipazione generosa di tutti al consolidamento dell’unità nazionale. I discepoli del Figlio di Dio fatto uomo amino l’uomo tanto da difenderlo contro il peccato quando è necessario, e per promuovere la sua dignità.

5. La società burundese, come ben altre nel mondo, è esposta a un grave pericolo. Penso alla pandemia dell’Aids che colpisce un numero crescente di vostri compatrioti, soprattutto di giovani adulti e anche, è doloroso constatarlo, di bambini. Questo impegna la vostra sollecitudine pastorale nei riguardi di tutti e vi conduce ad approfondire la vostra riflessione sulle origini e le conseguenze di questo male.

Su questo argomento mi sono espresso, specialmente nello scorso autunno a Roma, durante un congresso organizzato per studiare i diversi aspetti del problema. Vorrei ricordare che la gravità di questa malattia si riferisce non solo alle sofferenze e alle morti che essa provoca inesorabilmente, ma anche alle sue implicazioni d’ordine antropologico e morale. L’epidemia differisce da tante altre che l’umanità ha conosciute, per il fatto che deliberati comportamenti umani svolgono un ruolo nella sua diffusione.

Mentre l’evoluzione delle mentalità tendeva a occultare la scadenza della morte della quale tuttavia non si può negare il posto nel destino di ogni persona, la minaccia dell’Aids fa confrontare ora le nostre generazioni con il termine della vita terrena in un modo tanto più impressionante in quanto è legata, direttamente o no, alla trasmissione della vita e all’amore. C’è il presentimento che le potenzialità vitali dell’essere siano minacciate di diventare potenzialità mortali.

È necessario quindi far comprendere ciò che rivela questa malattia: accanto al problema biomedico, appare quello che ho chiamato “una specie d’immunodeficienza sul piano dei valori essenziali”. Informare sui rischi d’infezione e organizzare una prevenzione da un punto di vista strettamente medico, non sarebbe degno dell’uomo se non lo si esortasse a ritrovare le esigenze della maturità affettiva e di una sessualità ordinata. Nello stesso discorso dicevo: “Perciò la Chiesa, sicura interprete della legge di Dio ed “esperta in umanità”, ha a cuore non solo di pronunciare una serie di “no” a determinati comportamenti, ma soprattutto di proporre uno stile di vita pienamente significativo per la persona. Essa indica con vigore e con gioia un ideale positivo” (15 novembre 1989).

Di fronte all’Aids, la pastorale della Chiesa si trova davanti a un insieme di sfide. Informare, educare, non accettando che il problema sia trattato a scapito dell’etica, perché allora l’origine del male non è né compresa né combattuta.

E vi è il dovere di assistenza alle persone colpite dall’Aids. So quanto possano essere difficili le cure nelle condizioni di povertà in cui vi trovate. Spero, e ne rinnovo l’appello, che l’aiuto non vi sarà lesinato in questo campo dove i cattolici collaborano utilmente con le istituzioni e le persone che si dedicano alle stesse mansioni sanitarie.

Ma nel medesimo tempo penso all’assistenza psicologica e spirituale che non deve mancare ai malati in fase acuta né ai portatori di virus. Questi tendono spesso a ripiegarsi su se stessi, in un silenzio angoscioso. Essi hanno bisogno di una presenza fraterna per avere il coraggio di accettare la loro condizione. E noi dobbiamo fermamente allontanare tutte le tentazioni di discriminazione che possono manifestarsi a loro riguardo.

E questo è il difficile problema del senso della sofferenza, del valore di ogni vita, anche ferita e indebolita. I discepoli del Cristo crocifisso si tengano con amore ai piedi della croce che portano questi poveretti, nei quali il Salvatore ha voluto identificarsi. E sarà necessaria molta generosità alle comunità cristiane, per sostenere le famiglie sfibrate dalla malattia di uno dei loro membri e per prendersi carico dei bambini privati dei loro genitori.

Noi speriamo che si avvicini il giorno in cui il flagello sarà vinto. Ma, di fronte alla prova attuale, cerchiamo di essere i testimoni viventi dell’amore misericordioso di Dio. Dobbiamo essere i portatori della speranza, nella fede in Cristo che ha dato la sua vita per la salvezza di molti.

6. Cari fratelli nell’episcopato, per portare a buon fine gli sforzi di cui abbiamo parlato questa sera e per l’insieme dei compiti che comporta la missione evangelizzatrice della Chiesa nel Burundi, bisogna che tutti i membri delle vostre comunità cooperino. Pastori, voi siete le guide dell’apostolato e avete il compito dell’unità del Popolo di Dio. Da oggi al centenario della vostra Chiesa, pensate di raggiungere degli orientamenti sinodali nelle vostre diocesi. Auspico di tutto cuore che vi sia concesso di progredire in questo senso, chiamando i consacrati, i laici impegnati e il maggior numero possibile dei battezzati a camminare insieme al seguito di Cristo.

La vostra missione episcopale è pesante. Umanamente parlando, sembra oltrepassare le forze di ciascuno. Ma il Signore, che ha sostenuto Pietro nella sua fede, non vi lesina la sua grazia. Fondate la vostra fiducia sullo Spirito che vi è stato trasmesso con l’imposizione delle mani: Cristo che vi ha chiamati ad una piena partecipazione al suo unico sacerdozio, è presente nella vostra azione. Che la pace e la gioia da lui promesse ai suoi Apostoli dimorino in voi! Rendete grazie di essere, a nome suo, gli amministratori dei misteri di Dio, di essere nel numero dei suoi amici che egli ha amato fino alla fine. Con Pietro, ditegli: “Signore tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68). Che queste parole di vita non cessino di ispirare il vostro servizio al popolo prediletto che vi è stato affidato! E che Dio vi benedica!

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana 

 

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