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VISITA PASTORALE ALL’ARCIDIOCESI DI FERRARA-COMACCHIO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLA POPOLAZIONE DI ARGENTA

Argenta (Ferrara) - Domenica, 23 settembre 1990

 

Signor presidente della Repubblica italiana,
signori cardinali e venerati fratelli nell’episcopato,
autorità civili e militari presenti, carissimi fratelli e sorelle!

1. Un clima particolare avvolge questo nostro incontro, che segue quello avvenuto poc’anzi in duomo ove, col clero, abbiamo fatto memoria dei sacerdoti della Regione sacrificati nell’adempimento del loro dovere. Qui, in piazza, mi rendo conto d’aver davanti a me le persone per le quali don Minzoni e gli altri hanno dato la vita. Sono presenti gruppi di tutta l’Emilia-Romagna, venuti per un ultimo saluto al termine della visita pastorale alle Chiese della loro Regione. Li saluto affettuosamente perché mi rifanno sentire il calore di quegli incontri indimenticabili.

È stata una visita singolare, già per la durata: complessivamente 12 giorni. E non è bastato, perché, anche terminata l’ultima tappa a Ferrara, eccoci ora qui, come se non sapessimo staccarci. Per la verità, questa popolazione mi è entrata nel cuore.

Carissimi, desidero rinnovarvi l’espressione del mio apprezzamento per la cura che ponete nel promuovere l’integrità della fede e il fervore delle opere, l’iniziativa coraggiosa della carità e la serietà dell’impegno culturale, con gelosa attenzione per la completezza della missione pastorale, come si conviene a comunità cristiane mature.

Percorrendo la vostra Regione ho scoperto, anche in zone lontane dalla pratica religiosa, l’esistenza di un fondo comune di valori e sentimenti cristiani, che dicono sempre un rapporto con la Chiesa e sono essi pure dati preziosi per il futuro.

2. Sì, parlo di futuro, perché la prima conclusione che porto con me al termine della visita pastorale è che questa è un’ora singolare per le Chiese dell’Emilia-Romagna, uno di quei momenti in cui una generazione cristiana avverte di avere davanti a sé un compito storico da svolgere nei confronti delle generazioni che seguiranno. I vostri vescovi l’hanno intuito per primi, e con l’ottima lettera pastorale del 1986, intitolata “Una Chiesa che guarda al futuro”, hanno orientato in quella direzione tutta l’azione pastorale.

Anch’io ho avuto cura di impostare in tale prospettiva la mia visita alle vostre Chiese e, per la fiducia che avevo e ho in esse, ho affidato loro un compito di grande portata. In Piazza San Petronio invitai, due anni orsono, migliaia di giovani universitari a impegnarsi nel processo della nuova evangelizzazione, che comporta una sorta di nuova inculturazione del cristianesimo, probabilmente più difficile di quella avvenuta nel corso del millennio che si chiude. Questa consegna ho lasciato allora: la sfida di una nuova inculturazione, sottolineando che spetta soprattutto ai giovani il compito di realizzarla.

Questa stessa consegna, pronunciata sulla storica Piazza di San Petronio, espressione di secoli di tradizione cristiana, la ripeto qui, oggi, nella memoria di don Minzoni e degli 87 sacerdoti e dei 5 seminaristi uccisi: ve la ripeto quasi raccogliendola dalle loro labbra nell’ora del sacrificio supremo. Con la muta eloquenza del sangue essi vi invitano alla coraggiosa coerenza e all’ardimento inventivo che l’annuncio evangelico nel mondo moderno richiede.

3. Oggi occorre avere particolare attenzione a un fenomeno importante: la crescita del tempo. L’espressione “crescunt dies” è di sant’Agostino (Serm. 370, 4,4) che l’usava, in occasione del Natale, per sottolineare l’espansione dell’annuncio evangelico nel mondo: “Da oggi - egli diceva - cominciano a crescere i giorni. Credi in Cristo e il tempo crescerà in te”.

È una delle idee-forza delle origini: il cristianesimo è come un edificio nella cui costruzione ogni generazione ha un compito proprio. Qual è, allora, il compito dei cristiani nel mondo contemporaneo?

Quanto sta avvenendo nella odierna compagine sociale fa pensare a un nuovo stadio della condizione umana. La nostra epoca deve misurarsi con interrogativi e problemi che mai prima d’ora si eran posti all’umanità. Le straordinarie conquiste della scienza, l’irrompere della tecnologia, le proporzioni mondiali assunte da economia e finanza, la diffusione planetaria dei mezzi di comunicazione hanno indotto interrogativi tali da raggiungere il nucleo più intimo dell’essere umano e del suo destino.

Si ha l’impressione di essere all’inizio di un capitolo veramente inedito della storia. Quand’io parlo di “nuova evangelizzazione” e di “nuova inculturazione”, intendo riferirmi proprio al compito a cui l’ora presente chiama i cristiani. Occorre ripensare all’impegno di sempre con mentalità nuova, cercando di raccogliere le indicazioni che vengono dai “segni dei tempi”. E occorre farlo con tempestiva incisività.

4. Il tempo non cresce da sé; può anche regredire fino alla barbarie. I cristiani sanno che il tempo è una dimensione dell’uomo, è lo spazio della sua persona, e cresce con il crescere della sua maturità di essere intelligente e libero, chiamato a far parte della famiglia di Dio. Occorre, dunque, portare l’umanità a prender coscienza di questo suo trascendente destino e del ruolo centrale che la Provvidenza le affida nello sviluppo dell’universo. Non è, questo ruolo centrale, un’intuizione semplicemente umana; è insegnamento del Figlio stesso di Dio, il quale lo ha confermato versando per l’umanità - e per ogni suo membro - il proprio sangue.

Questa centralità dell’uomo, di ogni singolo uomo, nell’universo, centralità che ne rende radicalmente illegittima ogni strumentalizzazione, è parte integrante del messaggio evangelico. Il cristiano non può ignorarlo senza tradire un’esigenza derivante dal cuore stesso della sua fede. Egli, perciò, è geloso del rispetto dovuto alla persona, a ogni persona, giacché egli sa che non c’è essere umano per il quale Cristo non sia morto sulla croce. In questa convinzione, avvalorata dalla forza interiore della grazia, sta il segreto di un amore del prossimo capace di spingersi, se necessario, fino al sacrificio supremo.

5. Il problema del futuro è se e quanto gli uomini sapranno e vorranno restare fedeli a queste verità, facendone la misura e il fine di tutte le loro scelte. Sarà questa la “magna quaestio” da cui dipenderà il futuro del nostro pianeta. E questo sarà uno dei compiti primari della nuova evangelizzazione: radicare nelle coscienze, fin dagli inizi, questa verità che è la fondazione di tutto l’edificio sociale e la misura della qualità umana dell’esistenza nella vita del singolo come nei rapporti fra gli Stati. E lo farà la Chiesa con tanta maggiore attenzione e completezza, quanto minore fosse l’impegno della compagine sociale nel tenerne conto.

Di questa fedeltà a tutta la verità del Vangelo e al rapporto personale di ogni singolo uomo con Cristo, il cristiano è geloso. Il convincimento che la fede non attenua, ma eleva e potenzia la dignità della persona faceva dire a don Minzoni: “Vorrei far comprendere che se sono intransigente nella fede sono più universale nell’amore”.

6. L’età privilegiata per la “crescita del tempo” cristiano è quella del primo affermarsi della coscienza: la fanciullezza e l’adolescenza. Io chiedo alle Chiese dell’Emilia-Romagna di concentrare qui il meglio dei loro sforzi: il meglio del personale educativo, delle risorse finanziarie, degli strumenti psicopedagogici disponibili. Sarà questo il modo più efficace per far “crescere il tempo” del mondo, dando ai cittadini di domani il sentimento cristiano della vita e i mezzi per tradurlo efficacemente in strutture di convivenza degne di uomini che un giorno popoleranno quei “nuovi cieli” e quella “terra nuova”, “nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pt 3, 13.).

Due sono i luoghi di crescita del cristiano: la comunità ecclesiale e quella civile, realtà essenziali ambedue, che occorre seguire e promuovere con un unico amore, senza confusioni ma anche senza scomposizioni. Piuttosto che infrangere quel vincolo profondo, don Minzoni e i 92 hanno preferito lasciarsi straziare nel corpo. Alla stessa maniera i cristiani, mentre amano la pace e la concordia, non accetteranno di parlare dell’uomo e dei valori che debbono ispirarne la condotta diversamente da come ne ha parlato Cristo.

7. Ecco, cari fratelli e sorelle! Noi abbiamo fatto memoria di sacerdoti morti per la fedeltà al loro ministero. Ma il nostro sguardo non è rimasto volto al passato. Il loro esempio luminoso ci ha spinti a guardare al futuro, per progettarlo sulla base di quei valori per i quali essi hanno dato la vita.

In un momento in cui la violenza torna a farsi, nel Paese, particolarmente feroce, la testimonianza di chi per gli altri ha saputo sacrificare se stesso possa divenire forte richiamo a riscoprire i valori di fondo su cui si regge ogni civile convivenza. L’immolazione di questi suoi figli ottenga all’Italia di mantenersi all’altezza delle sue tradizioni cristiane e di camminare, nella scia del loro esempio, verso un avvenire di vero progresso nella concordia operosa e nella pace.

Con questo auspicio, voglio ringraziare ancora una volta il presidente della Repubblica per la sua presenza come anche tutte le autorità civili e militari. Saluto tutti gli abitanti e i parrocchiani della parrocchia che una volta fu di don Minzoni, mentre imparto di cuore a tutti la mia benedizione conclusiva.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana 

 

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