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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA REGIONE
«NORD EST 3» DEL BRASILE
IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 29 settembre 1990

 

Cari fratelli dell’Episcopato,

1. Siate i benvenuti in questo incontro fraterno, per me motivo di gioia. Nel ricevere voi, Vescovi della Chiesa delle province ecclesiastiche degli Stati di Sergipe e Bahia, che compongono il Regionale Nordeste 3 della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, nella vostra visita “ad limina”, rendo grazie a Dio nostro Padre e fonte di ogni consolazione (cf. 2 Cor 1, 3) per l’occasione che mi offre di potermi esprimere da questa Sede di Pietro. È un momento di vicinanza e comunione che ci unisce nella fede e nella carità come Pastori di un’unica Chiesa, santa, cattolica e apostolica.

Nel salutarvi, il mio pensiero si rivolge con affetto alle Diocesi che voi rappresentate, mentre allo stesso tempo saluto i vostri sacerdoti, le religiose e i religiosi e tutti i fedeli.

2. Durante i colloqui personali, ho potuto constatare non solo la disponibilità che vi anima, ma anche la vitalità spirituale che le vostre Chiese mantengono con la Cattedra di San Pietro. È appunto all’interno del quadro dell’unità ecclesiale e della corrispondente comunione del popolo fedele con i suoi Pastori, desidero esprimere alcune considerazioni che servano anche da incentivo e luce per tutte le altre Chiese del nostro amato Brasile.

È necessario in concreto vedere in questa prospettiva, come la Chiesa, intimamente unita nel mistero di Cristo per il compimento della Redenzione, unisca a sua volta, in certo modo, ad ogni uomo (cf. Gaudium et spes, 22); questo significa che, come dicevo nella Enciclica Redemptor hominis, “la Chiesa non ha altra vita di quella che le dona il suo Sposo e Signore. Difatti, proprio perché Cristo nel mistero della sua redenzione si è unito ad essa, la Chiesa deve essere saldamente unita con ciascun uomo” (n. 18). Questo insegnamento dalle profonde radici evangeliche ricorda a tutti la allegoria della vite: “lo sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, dà molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5).

È per questo che la dottrina paolina sull’unità suona come una esortazione piena di affetto, ma, nello stesso tempo, di stimolo per rafforzare lo spirito insegnato da Cristo: “Vi esorto a conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito . . . un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che e al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (cf. Ef 4, 5-6). La continuità dei valori della fede, cristallizzata nel Magistero ecclesiastico ci porta, sempre più a capire che l’unione con Cristo è un’unione con la Chiesa.

3. Sulle basi di questa premessa, si comprende allora che il Concilio Vaticano II presenti la Chiesa come popolo messianico, cioè la comunità dei battezzati che ha ricevuto la missione di portare a compimento la pienezza del Regno di Dio.

Per compiere la sua missione salvifica, la Chiesa è stata gerarchicamente costituita con una divisione di funzioni tra i suoi componenti sotto la guida dei suoi Pastori. Questa realtà è chiamata a realizzarsi nello spazio e nel tempo sotto l’impulso dello Spirito Santo e mediante l’azione apostolica di tutti i suoi membri secondo le loro vocazioni e capacità. Cristo si serve di ciò per ampliare il suo Regno e invia il Popolo di Dio in tutto il mondo come sale e luce della terra.

La Chiesa diventa così Popolo sacerdotale (cf. Lumen gentium, 10; Apostolicam Actuositatem, 2). La condizione sacerdotale dei suoi membri deriva dalla configurazione ontologica con il sacerdozio che ha la sua origine nel Battesimo. Il sacerdozio reale è la base comune che abilita tutti i fedeli a portare a termine la missione unica della Chiesa, e che permette loro di parlare di un’unica responsabilità di tutti nel conseguimento del medesimo compito.

Sulla base del sacerdozio comune si stabilisce il principio della uguaglianza, invitando tutti i fedeli a cercare di realizzare il fine della Chiesa, ma esiste allo stesso tempo un principio di varietà che consente ad ogni battezzato forme specificamente diverse per portarlo a termine.

Così accade che per il sacramento dell’Ordine i battezzati che conseguono il sacerdozio ministeriale, assumono specificamente la missione ufficiale di santificare e governare il popolo agendo nella persona dello stesso Cristo, Capo e unico mediatore della grazia (cf. Presbyterorum ordinis, 2).

Da parte sua il popolo fedele, nella sua qualità di christifideles - senza una particolare connotazione ministeriale - partecipa al sacerdozio di Cristo con la libertà propria dei figli di Dio unendosi ai Pastori nell’edificazione dell’unico Corpo di Cristo.

Esiste così una cooperazione organica tra gerarchia e popolo fedele. Evidentemente questa cooperazione non consiste nel fatto che il laico prenda il posto del sacerdote per effettuare funzioni clericali, né che il sacerdote prenda il posto del laico per adempiere a funzioni laiche; essa esige invece che l’uno e l’altro collaborino tra loro per realizzare la funzione universale della Chiesa. Si noti però, che in questi termini, tale “cooperazione” non presuppone alcuna funzione di supplenza: ogni fedele realizza la missione che specificatamente gli compete: ogni cristiano, aiutato dalla fede e mosso dalla carità, cercherà personalmente (attraverso le strutture proprie dell’ordine temporale) di agire con giustizia, che per lui diventerà spesso un grave dovere morale. È ben vero che nella struttura di una comunità ecclesiale esistono compiti di carattere suppletivo previsti dal Magistero ecclesiastico (cf. Lumen gentium, 35), ma con questo essi non stanno adempiendo in modo sussidiano a una funzione gerarchica ma solamente esercitando il loro sacerdozio reale, che li rende corresponsabili nei compiti propri del sacerdozio ministeriale; si pensi, per esempio, alla gestione ed alla consulenza, attraverso canali istituzionalizzati, quali i Consigli Pastorali (cf. CIC 512, 536); o di Problemi Economici (cf. CIC 537), per un più agile ed efficace svolgimento della vita parrocchiale. Questi principi trasmessi da tutta la tradizione ecclesiale ed espressi solamente nella dottrina del Concilio Vaticano II, costituiscono la struttura fondamentale della convivenza del gregge di Gesù, e sono il segno della comunione nell’unico Corpo di Cristo che vive nella sua Chiesa come Sacerdote, Profeta e Re.

Ritengo opportuno, in questo contesto, ricordare le parole del mio Predecessore, Papa Paolo VI, di venerata memoria, che parlando degli innegabili valori che si scoprono nelle Comunità Ecclesiali di Base disse: “Esse nascono dal bisogno di vivere ancora più intensamente la vita della chiesa [...] e dalla ricerca di una dimensione più umana, che comunità ecclesiali più vaste possono difficilmente offrire” (Evangelii nuntiandi, 58). Per esempio si può parlare del valido aiuto che offrono nella celebrazione della Parola di Dio, nell’approfondimento della fede, nella preparazione ai sacramenti, nel vivere la carità fraterna. Però le buone intenzioni non porteranno al fine desiderato, se non saranno osservati i principi costitutivi della comunione ecclesiale di cui abbiamo parlato all’inizio. Paolo VI metteva in rilievo anche il fatto che qualche Comunità si costituisce “in uno spirito di critica acerba nei confronti della Chiesa, che essi stigmatizzano volentieri come “istituzionale”” e “contestavano radicalmente questa Chiesa” (cf. Ivi), presentandosi in maniera esclusiva come un nuovo modo di essere Chiesa.

Solamente vivendo un autentico amore per la Chiesa, popolo messianico costituito Corpo Mistico di Cristo Redentore, eviteremo di chiuderci in un falso orizzontalismo che porta la comunità a perdere di vista la propria dimensione soprannaturale.

4. Come realizzare questo amore per la Chiesa, come vivere questa ecclesialità?

“La ecclesialità - dicevo nel luglio 1980, parlando ai Capi delle Comunità di Base, nel corso del mio viaggio in Brasile - si concretizza in un sincero e leale vincolo della comunità con i legittimi Pastori, ed in una fedele adesione agli obbiettivi della Chiesa, in una totale apertura alle altre comunità ed alla grande comunità della Chiesa Universale . . .” (Manaus, 10 luglio 1980).

E come giungere a queste mete?

La risposta, già ben conosciuta, sta nell’adesione incondizionata alla Parola di Dio, nella celebrazione frequente della Eucaristia, nel costante ricorso al Sacramento della Penitenza e nella comunione, affettiva ed effettiva con i Pastori della Chiesa, in comunione con la Sede di Pietro.

In altre parole, le Comunità Ecclesiali di Base, in un intenso e ardente impegno apostolico saranno motivo di grande speranza - come molte già ora lo sono! - per la Chiesa, nella misura in cui vivranno veramente in unione con la Chiesa locale e la Chiesa Universale. Questa unione si concretizza anche nel rispetto per le direttive emanate dai Pastori, nell’osservanza fedele delle norme liturgiche, che non sono limitazioni alla spontaneità, ma espressioni della comunione ecclesiale. Ancor più, le Comunità “saranno fedeli alla loro missione nella misura in cui si preoccuperanno di educare i loro membri all’integrità della fede cristiana, mediante l’ascolto della Parola di Dio, la fedeltà all’insegnamento del Magistero, all’ordine gerarchico della Chiesa ed alla vita sacramentale” (Congr. per la Dottrina della Fede, Istruzione Libertatis conscientia 22-3-1986, n. 69).

La Chiesa non ignora gli inquietanti problemi che affliggono la società contemporanea, sottoposta a innumerevoli pressioni di carattere sociale, economico e politico. Ma la sua missione continuerà sempre come l’opera di Gesù Cristo: condurre gli uomini al loro destino soprannaturale ed eterno. La giusta e dovuta preoccupazione della Chiesa per i problemi sociali deriva dalla missione spirituale e si mantiene nei limiti di tale missione.

5. Nel concludere queste riflessioni, invoco Dio Onnipotente affinché mandi lo Spirito Santo consolatore e illumini le nostre menti ed i nostri cuori, perché tutti, fedeli e Pastori, continuino il cammino in vista della edificazione del Regno di Dio, Regno di verità, di santità, di giustizia, di pace e di fraternità.

Eleviamo anche, Fratelli carissimi, le nostre preghiere al Cuore Immacolato di Maria Vergine, perché interceda per tutti i membri delle vostre comunità, ansiose di trovare il sostegno sempre sollecito dei loro Pastori, e invochiamola per tutti i più bisognosi: per quelli che soffrono ogni tipo di dolore fisico o morale; per i giovani e gli anziani; per i sacerdoti, vostri fedeli collaboratori, e anche per tutte le religiose e i religiosi che contribuiscono efficacemente, con la consacrazione delle loro vite, all’edificazione morale e spirituale del vostro popolo.

Per tutti invoco l’Altissimo affinché si degni di inviare abbondantissime grazie di incoraggiamento e di conforto, e quale segno di stima paterna, imparto la mia più estesa Benedizione Apostolica.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana 

 

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