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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALLA XLI SETTIMANA SOCIALE
ORGANIZZATA DAI CATTOLICI ITALIANI

Venerdì, 5 aprile 1991

 

Signori Cardinali,
Venerati fratelli nell’episcopato,
e voi tutti, fratelli e sorelle,
impegnati nell’animazione cristiana delle realtà sociali!

1. A voi rivolgo il mio saluto cordiale, unito al più vivo compiacimento per la ripresa delle Settimane Sociali, vanto dei cattolici italiani. Con la presente iniziativa si attua un proposito emerso al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985. Ciò che allora apparve auspicabile ha assunto oggi connotazioni di singolare attualità. Oggi più di allora i cattolici avvertono l’urgenza di approfondire le ragioni della loro comune speranza in vista di un’azione concorde a servizio del progetto di Dio su questa umanità che s’appresta a varcare la soglia del terzo millennio.

Qual è il progetto di Dio sulla nostra storia? Sulla storia di questa nuova Europa che si va faticosamente ridefinendo? Su quest’Italia in Europa?

Per il credente la risposta non ha dubbi: è un progetto di libertà, di solidarietà, di pace, perché è un progetto che poggia sulla ricostituzione in Gesù Cristo dell’unità della famiglia umana, disgregata dal peccato. Il credente sa che, dalla morte e risurrezione di Cristo, ogni uomo trae titolo ad esser parte del “popolo nuovo” pellegrinante nella storia verso la Patria definitiva, ove “non ci sarà più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti saranno uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).

È in questa prospettiva che voi vi interrogate sui vostri compiti di figli della Chiesa operanti in questa terra nella quale la Provvidenza ha voluto porre il centro del nuovo Popolo di Dio e dalla quale, nel corso dei secoli, si è irraggiato in modo tanto efficace verso le altre Nazioni d’Europa e del mondo il messaggio evangelico.

2. Nella vostra comune riflessione voi invocate e vi aprite ai doni dello Spirito Santo: questo è il senso del vostro convenire, ciò che gli conferisce importanza e che lo renderà fecondo di frutti copiosi. L’Europa, oggi, ha bisogno di essere ripensata alla luce delle sue più vitali tradizioni, delle più antiche e autentiche aspettative dei suoi popoli, che affondano le loro radici nella fede in Gesù Cristo. Questa fede, per tanti anni, ha sostenuto la speranza di libertà di moltissimi nostri fratelli, rischiarando la lunga notte dell’oppressione.

Ora lo storico muro è caduto, una porta è stata aperta, ma altre ancora resistono e altre si tenta di richiudere nuovamente con la coercizione e persino con la violenza.

Eppure il nuovo corso, che è appena iniziato, ha potuto avviarsi perché i popoli hanno tenacemente chiesto di esprimere liberamente le proprie convinzioni e di impegnarsi concretamente in una collaborazione che consentisse a ciascuno di porre le proprie risorse a servizio del bene di tutti.

La forza morale e le speranze, che hanno animato questi nostri fratelli in mezzo a tante sofferenze, non devono ora cedere il passo alla tentazione dello scoraggiamento per le nuove difficoltà o alle suggestioni di nuove forme di prevaricazione sul proprio simile, ma stimolare con nuovo vigore alla ricerca del bene comune e all’attuazione di una più piena giustizia sociale anche mediante un nuovo diritto internazionale e nuove incisive testimonianze di solidarietà. Ciò può supporre anche un ripensamento più generale circa il ruolo degli Stati nazionali rispetto al processo di integrazione europea ed una revisione delle loro istituzioni democratiche e partecipative.

3. Nessuno sforzo può portare validi ed efficaci cambiamenti, se non è fortemente ispirato e coerentemente sostenuto da una grande volontà di bene, da un anelito profondo verso la verità della persona umana e dalla società che essa è chiamata a costruire.

La ricerca e l’indicazione di questa verità, che dà senso alle persone e alle istituzioni, è il primo compito dei cattolici verso se stessi e verso gli altri membri della comunità. La Dottrina Sociale della Chiesa, che ha avuto cento anni fa nella Rerum Novarum una sua formulazione tanto ricca ed incisiva, offre principi di riflessione e criteri di azione che chiedono di essere coraggiosamente testimoniati e concretamente attuati.

Carissimi fratelli e sorelle, non esitate a ridiscutere propositi e progetti alla luce delle nuove prospettive che la Provvidenza ha aperto dinanzi a voi con i recenti avvenimenti. Sappiate valutare ogni elemento con la sapienza antica che deriva a voi dal Vangelo attraverso la ricca tradizione culturale europea che in esso ha la sua principale fonte di ispirazione. Nel passato gli europei hanno esportato nel mondo i loro valori, la loro scienza, la loro abilità produttiva: oggi il mondo attende ancora da essi un nuovo contributo di saggezza attinto a quella cultura millenaria che la linfa cristiana ha saputo maturare nel corso dei secoli.

La storia ha reso gli europei esperti di divisioni dolorose e tragiche: la fede cristiana li deve aiutare a ritrovare i percorsi dell’intesa e della pace. La solidarietà è la risposta di civiltà che essi sono chiamati ad offrire ai popoli che invocano ancora libertà e autodeterminazione per poter compiere un cammino di sviluppo e di progresso nel rispetto dei diritti fondamentali della persona.

4. Al processo di cambiamento, che ha conosciuto di recente una così forte accelerazione, gli europei devono assicurare un’anima religiosa e culturale che ne garantisca l’avanzamento nella direzione dei valori che lo hanno ispirato e provocato.

Sono queste le prospettive dell’autentico futuro dell’Europa, un futuro che, mentre s’illumina dei bagliori del grande passato, attende di essere preparato nei rivolgimenti faticosi dell’ora presente grazie all’impegno generoso di tutti.

L’accoglienza degli immigrati che hanno culture e religioni diverse, il dialogo ecumenico, lo sforzo comune dell’Est e dell’Ovest per un progresso globale attraverso una nuova cultura della convivenza, sono impegni non eludibili. Il mio compiacimento per la ripresa delle Settimane Sociali nasce dalla fiducia che esse possano diventare una sorta di laboratorio culturale grazie al quale la comunità cristiana sia aiutata a leggere le “res novae” del nostro tempo, contrassegnato da profonde trasformazioni in ogni settore della vita, per trarne indicazioni atte a favorire la comune crescita verso traguardi di civiltà veramente degni dell’uomo.

5. Nel presente sistema economico di libero mercato la solidarietà è spesso delegata alle buone intenzioni e alla discrezionalità personale. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: s’assiste, di fatto, ad una corsa sfrenata verso l’accrescimento dei beni materiali che spesso non s’arresta neppure di fronte alle più palesi violazioni dei diritti della persona e della famiglia. Per questo la Chiesa proclama che il profitto non può essere il criterio di fondo della vita economica né l’obiettivo finale di una civiltà che voglia fregiarsi della connotazione di umana.

Resta tuttavia il problema dell’individuazione di strumenti giuridici e tecnici capaci di rendere concretamente operante, al di là della spontaneità individuale, la solidarietà personale e sociale secondo quelle prospettive di sussidiarietà su cui la Dottrina Sociale della Chiesa da tempo insiste.

Occorre, poi, ripristinare nella coscienza comune la giusta gerarchia dei valori, che i tempi moderni hanno fortemente scosso e a volte persino sconvolto. I beni materiali esercitano un grande fascino sull’indigenza, l’abbondanza è il sogno della privazione, ma non è di sole cose che l’uomo vive, né può vivere solo per le cose. La povertà spirituale, che deprime le speranze personali e collettive e indebolisce il pensiero dell’Occidente opulento, ci richiama con urgenza al dovere di una ritessitura di quell’ordito di valori che appare spesso sfilacciato e consunto nelle nostre stesse comunità cristiane.

In definitiva, è l’adesione personale a Gesù Cristo che dev’essere intimamente rinnovata e consolidata. Ciò suppone un impegno di piena docilità allo Spirito da parte dei credenti, che si riconoscono creature di Dio e sanno di aver tutto ricevuto gratuitamente da un Padre infinitamente buono, imperscrutabilmente grande nell’amore.

Scegliere la sobrietà per sé e orientarsi alla condivisione con gli altri è decisione che normalmente può essere assunta solo in quell’“orizzonte di senso” che la fede in Dio, Creatore e Padre, conferisce all’esistenza umana.

6. Sapranno i cattolici essere all’altezza degli storici compiti che li attendono? Sapranno essi, in particolare, impegnarsi per l’attuazione di un’autentica solidarietà che rispetti e traduca nei fatti il principio di sussidiarietà, promovendo istituzioni compiutamente democratiche, grazie alle quali a ciascuno sia consentito di realizzarsi secondo la propria vocazione?

La posta in gioco è alta: le oligarchie, da una parte, e il predominio dei molti che prevaricano sui pochi dall’altra, sono rischi reali per l’Europa. L’unica via per evitarli è quella indicata dal Cristianesimo che invita a considerare il proprio simile non come un concorrente con cui competere, ma come un fratello a cui affiancarsi per edificare un mondo più giusto e più solidale.

In quest’Europa che torna ad essere polo di attrazione per tanti popoli, crocevia di culture, spazio di libertà, i cristiani devono testimoniare la loro fede con rinnovata energia, adoperandosi nella elaborazione di una strategia della solidarietà che valga ad instaurare e consolidare legami di autentica fraternità.

Il ripristino delle Settimane Sociali costituisce per i cattolici italiani una preziosa occasione per presentarsi con un loro specifico contributo ai fratelli delle comunità cristiane dell’Europa e del mondo.

Ringrazio il Comitato scientifico che ha coordinato il grande lavoro di preparazione di questa XLI Settimana Sociale. A tutti i relatori esprimo il mio apprezzamento per il contributo di riflessione offerto in questi giorni e, nell’invocare su di loro, sui presenti e su quanti hanno collaborato al buon esito dell’iniziativa l’abbondanza delle ricompense divine, a tutti imparto di cuore la mia benedizione.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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