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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA
DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

Giovedì, 11 aprile 1991

Signor Cardinale,
Cari amici,

1. È con gioia che vi accolgo oggi, nella bella luce del tempo pasquale, in occasione dell’assemblea plenaria della Pontificia Commissione Biblica e ringrazio vivamente il signor Cardinale Ratzinger per le parole che mi ha appena rivolto confermandomi la vostra generosa devozione alla missione che vi è stata affidata al servizio della Bibbia e della Chiesa.

Questa sessione dei vostri lavori presenta, mi sembra, un aspetto di resurrezione, poiché giunge dopo un periodo d’interruzione e dopo il rinnovamento parziale dei partecipanti. Saluto molto cordialmente tutti voi, vecchi e nuovi membri della Commissione biblica e rivolgo un benvenuto speciale a coloro tra voi che sono stati nominati l’anno scorso e partecipano per la prima volta ai vostri lavori. Sono felice di veder qui rappresentati i biblisti cattolici dei cinque continenti, uniti in una comune ricerca.

2. Continuando lo studio iniziato due anni fa, voi cercate di porre nella giusta prospettiva l’interpretazione della Bibbia nella Chiesa. Questo vitale problema, infatti, ha assunto nuove dimensioni, e diverse circostanze gli conferiscono una nuova attualità. Qualche mese fa, abbiamo celebrato il venticinquesimo anniversario della promulgazione della Costituzione conciliare sulla Rivelazione divina, Dei Verbum, in cui la Sacra Scrittura occupa naturalmente un ruolo privilegiato. E altri due anniversari importanti si profilano già all’orizzonte: il centenario dell’enciclica Providentissimus, pubblicata da Leone XIII il 18 novembre 1893 e il cinquantenario dell’enciclica Divino afflante Spiritu pubblicata da Papa Pio XII il 30 settembre 1943.

Questi due anniversari richiameranno l’attenzione sulla questione che studiate attualmente, quella de “l’interpretazione della Bibbia nella Chiesa”. Vi esorto vivamente a sfruttare quest’occasione per suscitare ovunque un rinnovato interesse nei confronti di questo problema essenziale e per aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a comprenderlo meglio per poter meglio nutrirsi della Parola di Dio, nel suo autentico significato.

3. A questo scopo, bisogna innanzitutto, evidentemente, che voi stessi facciate il punto sulla questione, senza dimenticare nessuna delle sue dimensioni principali. So che questa è la vostra preoccupazione e mi congratulo.

Giunta dopo l’enciclica Divino afflante Spiritu e continuando sulla stessa linea, la Costituzione dogmatica Dei Verbum ha dato grande soddisfazione agli esegeti cattolici approvando ufficialmente, per l’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, il ricorso ai metodi scientifici moderni. Questa presa di posizione era tanto più significativa in quanto veniva a sedare le violente polemiche sollevate da questi metodi all’inizio del Concilio. Gli esegeti sono felici di leggere e rileggere la dichiarazione molto netta della Dei Verbum: “Il sacro concilio incoraggia i figli della Chiesa che coltivano le scienze bibliche, affinché perseverino nel compimento dell’opera felicemente intrapresa, con energie sempre rinnovate, con ogni applicazione secondo il senso della Chiesa” (Dei Verbum, n. 23). È per me una gioia ripetervi questo oggi.

Come già aveva fatto l’enciclica Divino afflante Spiritu, il Concilio ha approvato specialmente lo studio scientifico dei “generi letterari”, necessario “per comprendere esattamente ciò che l’autore sacro ha voluto asserire” (Ivi, n. 12). Altri metodi si sono sviluppati dopo, per l’interpretazione dei testi in genere, come la semiotica, l’analisi retorica o narrativa, o per quella dei testi biblici in particolare, come l’approccio canonico. Spetta a voi esaminare questi metodi con grande apertura di spirito e valutarne i meriti e l’utilità. Non bisogna trascurare nulla di quanto possa contribuire a porre in luce le molteplici ricchezze dei testi biblici.

Bisogna anche, naturalmente, rimanere lucidi, sui limiti dei nuovi metodi ed evitare quanto possono avere di unilaterale certe “mode” esegetiche che, reagendo contro un eccesso, cadono nell’eccesso opposto e passano, ad esempio, da un abuso di analisi storica, detto “diacronico”, ad un’analisi esclusivamente “sincronica”, sprovvista di ogni dimensione storica. Un’esegesi che scelga di essere unilaterale, smette per ciò stesso di meritare il nome di cattolica, poiché questo nome esprime l’apertura a tutta l’ampiezza della realtà.

 4. Questa osservazione non vale soltanto per l’utilizzazione dei metodi. Essa è valida altresì per la maniera di accogliere l’insegnamento della Costituzione Dei Verbum. Alcune autorevoli voci hanno sottolineato, a questo proposito, una sorta di unilateralità da parte di certi esegeti: la loro unica reazione è stata quella di proclamare, con grande soddisfazione, che il Concilio ha approvato l’uso dei metodi scientifici per l’interpretazione della Sacra Scrittura. Questo significa limitarsi ad un solo aspetto delle dichiarazioni conciliari ed ignorarne un altro, non meno importante, espresso nello stesso paragrafo di Dei Verbum (Dei Verbum, n. 12). Subito dopo aver approvato -e addirittura sollecitato -lo studio scientifico dei testi biblici, il Concilio dichiara, per completare la prospettiva, che “la sacra scrittura” deve “essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta”. La Bibbia è certamente scritta in lingua umana -e la sua interpretazione richiede, quindi, il metodico uso delle scienze del linguaggio -, ma essa è Parola di Dio; l’esegesi resterebbe, dunque, gravemente incompleta se non ponesse in luce questa portata teologale della scrittura.

L’esegesi cristiana, non bisogna dimenticarlo, è una disciplina teologica, un approfondimento della fede. Per questa ragione, la sua situazione non è tranquilla, poiché comporta una tensione interna tra due differenti orientamenti, quello della ricerca storica, fondata su dati verificabili, e quello della ricerca di ordine spirituale, fondata su una adesione di fede alla persona di Cristo. È grande la tentazione di eliminare questa tensione interiore rinunciando all’uno o all’altro di questi due orientamenti e di accontentarsi sia di un’esegesi soggettiva, che viene erroneamente definita come “spirituale”, sia di un’esegesi positivista, che rende i testi sterili.

5. Il Popolo di Dio ha bisogno di esegesi che, da un lato, compiano molto seriamente il proprio lavoro scientifico e che, dall’altro, non si fermino a metà strada, ma al contrario, continuino i loro sforzi fino a dare pieno valore ai tesori di luce e di vita contenuti nelle Sacre Scritture, affinché pastori e fedeli possano accedervi più facilmente e trarne più pienamente vantaggio.

I vostri lavori di questi giorni e quelli che compirete ulteriormente, contribuiranno, è la mia ferma speranza, a fornire agli esegeti cattolici una più viva coscienza dell’ampiezza del loro compito e della sua importanza per la vita della Chiesa. Vi esprimo la mia sincera gratitudine per questo e vi imparto di cuore la mia benedizione apostolica affinché il Signore favorisca la realizzazione di questa speranza.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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