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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA E UNGHERIA
DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II AI RAPPRESENTANTI DEL CORPO DIPLOMATICO*
Sede della Nunziatura Apostolica
(Budapest) Sabato, 17 agosto 1991
Eccellenze, Signore e Signori,
1. È per me motivo di viva soddisfazione
accogliere presso la sede della Nunziatura apostolica i Rappresentanti di
numerosi Paesi e diverse Organizzazioni internazionali accreditate Presso la
Repubblica di Ungheria. Il recente ristabilimento dei rapporti diplomatici tra
la Santa Sede e l’Ungheria rappresenta una delle felici conseguenze
dell’evoluzione che questo Paese ha conosciuto negli ultimi anni di cui ci
rallegriamo. La stessa presenza del Rappresentante della Sede apostolica, vostro
Decano, è un segno del fatto che l’importanza della dimensione religiosa è ormai
riconosciuta nella società ungherese.
Siamo stati con gioia testimoni degli
avvenimenti che si sono svolti recentemente in questa regione centrale
dell’Europa. Contemporaneamente alle nazioni vicine, la nazione ungherese ha
infine ritrovato la sua libertà e la sua piena sovranità; essa può agire oggi
come un partner che gode di tutta la fiducia della comunità internazionale.
Stiamo vivendo un Momento storico per l’Europa: dopo tanti anni di contrasti e
di sfiducia, le barriere di una divisione contro natura del continente hanno
ceduto dinanzi alla forza reale di un’autentica irruzione del diritto, del
rifiuto dell’ingiustizia e di una degna rivendicazione della libertà. Salutiamo
il coraggio e la lungimiranza di un popolo che ha manifestato la maturità
acquisita al momento della prova e che ha mostrato risorse umane impressionanti
per far vacillare un sistema oppressivo con la sua azione pacifica. Esso può
adesso costruire un avvenire più luminoso sulle basi delle sue tradizioni
storiche, culturali e spirituali.
2. Desidero rendere omaggio nuovamente dinanzi
a voi ai cristiani di questo Paese. Per troppi anni essi sono stati colpiti nel
più profondo dell’anima dalla pubblica negazione della loro fede, dallo
smantellamento delle loro istituzioni, dalla dispersione delle loro comunità
religiose, dal silenzio forzato di molti pastori. Ricordo con emozione la nobile
figura del loro Pastore, il Cardinale József Mindszenty, adesso riabilitato, e
che riposa da poco nella terra che ha appassionatamente amato, presso il popolo
a cui ha votato una fedeltà che ha suscitato il rispetto del mondo intero.
Come
dimostra l’accoglienza riservata in questo Paese al Vescovo di Roma, la Chiesa
cattolica riprende ora la propria attività alla luce del sole. Formulo ardenti
voti che venga accolto il suo desiderio di contribuire al bene della società,
secondo la sua vocazione specifica, in un cordiale legame con le altre comunità
ecclesiali presenti. Senza chiedere privilegi, la Chiesa cattolica ha bisogno di
un minimo di mezzi materiali per meglio assolvere alla propria missione, in
particolare ciò è necessario per la ripresa della vita religiosa e per la
promozione di opere a carattere sociale e caritativo. D’altra parte, un regolare
accesso ai mezzi di comunicazione permetterà ai cattolici di esprimersi come si
addice a una componente significativa della nazione. Fedeli alla sorgente viva
del Vangelo, essi manifestano in modo particolare la preoccupazione per
un’esigenza morale fondamentale della vita umana, l’ardore di una carità
fraterna chiamata a superarsi senza sosta, la sete dell’unità e della pace nel
mutuo rispetto degli uomini e delle donne, tutti ugualmente amati dal Creatore e
dal Cristo Salvatore.
3. Il Corpo diplomatico di cui fate parte è naturalmente
un testimone privilegiato dei nuovi passi che sta compiendo l’Ungheria. È anche
fattore di riflessione, di cooperazione e di solidarietà internazionale. I
Rappresentanti delle nazioni non possono dimenticare le lezioni della storia
tanto contrastata di questo continente. L’Europa è stata spesso un campo di
battaglia dove si affrontavano gli imperi, le nazioni e persino le religioni. Le
due guerre mondiali sono state scatenate in Europa: disastri le cui conseguenze
non hanno ancora finito di pesare sui popoli. Occorre prendere matura coscienza
dei motivi che hanno provocato e alimentato queste tensioni e questi conflitti,
ed evitare di nascondere le rivalità di interessi egoistici, che troppo spesso
sono stati difesi a discapito dei diritti degli altri. Piuttosto, occorre far
emergere chiaramente i valori comuni e costruttivi che sono alla base di una
pace giusta e duratura, condizione per l’avvenire armonioso di un continente
alla ricerca della sua coerenza, sotto l’attento sguardo dei popoli di tutto il
mondo.
Possiamo, al di là di ogni retorica, affermare che l’Europa è veramente
una famiglia che accomuna una grande varietà di culture e di tradizioni? Senza
essersene mai veramente resa conto, questa famiglia di nazioni era priva di una
parte vitale di sé, a causa dell’allontanamento dei popoli radicati al centro
d’Europa, ai quali era impedito di partecipare liberamente a scambi di qualsiasi
natura. A questo punto, i diversi Paesi del continente, che mostrano cicatrici
ancora vive, sapranno ristabilire una vita comune, in cui le differenze siano
accettate e i contrasti superati, grazie all’adesione ai valori fondamentali,
patrimonio della medesima eredità?
I dirigenti delle nazioni europee si trovano
di fronte a pressanti richieste: la recente evoluzione rinnova ed amplia il
quadro di una necessaria cooperazione. Non si tratta più di un gioco di potenze
contrapposte, si tratta di giungere ad una collaborazione sempre più stretta in
ciò che potremmo definire la “libertà internazionale”, estensione della libertà
riconquistata dalle persone e dai popoli. Sapete che la Chiesa cattolica
considera positivamente gli sforzi compiuti per creare le istituzioni adeguate
alla pratica della solidarietà, che si impone soprattutto tra i Paesi di una
stessa regione del mondo. Mi auguro vivamente che non ci si lasci fermare su
questa via da ripiegamenti su se stessi, da cui alcuni potrebbero essere
tentati, o dalla paura di perdere certi poteri o certi vantaggi. A livello di
continente europeo, la sfida della solidarietà tra le nazioni e la
preoccupazione della giustizia per milioni di uomini e di donne a lungo
danneggiati, costituiscono motivi di ispirazione dell’azione, più nobile della
salvaguardia di interessi egoistici. Per fare qualche esempio, si spera che
aumenterà la libera circolazione delle persone tra i Paesi, lo scambio di
conoscenze e di tecnologie, una collaborazione economica paritaria, senza che
ciò porti ad alcun tipo di subordinazione.
4. L’Ungheria, come gli altri Paesi
di questa regione, deve affrontare compiti numerosi e difficili per ritrovare
tutto il proprio dinamismo e la sua prosperità. Occorre ricostruire l’economia
perché sia in grado di rispondere ai bisogni vitali dei suoi abitanti. Il
sistema educativo deve essere rinnovato e ricevere un adeguato sostegno. La
cultura si deve nuovamente impossessare delle ricchezze della propria memoria
storica e beneficiare allo stesso tempo dei disinteressati contributi
provenienti da altre regioni. A questo proposito, non posso esimermi dal
ribadire, Signore e Signori, che siete voi i protagonisti di una cooperazione da
cui ci si attende senza indugi uno sviluppo fecondo.
Non spetta alla Chiesa,
come è noto, intervenire nei campi che rientrano nella competenza propria degli
Stati. Ma sento la necessità di fare appello ai popoli e ai loro dirigenti
affinché non perdano mai di vista i motivi profondi di una cooperazione che non
può definirsi soltanto in termini di mercato o di scambi culturali. L’aiuto
auspicato e le collaborazioni private o pubbliche hanno come obiettivo il
permettere a questi popoli di rimettersi al lavoro, di sviluppare i loro talenti
e le loro risorse umane, di salvaguardare la loro ecologia, di far splendere la
loro cultura, di spiegare tutte le potenzialità della loro umanità.
In altri
termini, è importante non lasciare che si creino compartimenti stagni tra i
diversi campi. La solidarietà tra le persone come tra i popoli è innanzitutto un
principio di ordine morale. L’attività umana, economica, politica o culturale
non raggiunge la sua pienezza di significato se non s’impone un regolamento di
ordine etico su altre considerazioni, per quanto legittime. In una parola, la
persona umana e la “personalità” di un popolo sono le realtà che ogni azione
politica da ve innanzitutto rispettare e servire. Mai la coscienza retta può
essere ignorata o svilita! Mai la vita può essere disprezzata! Vi è reale
progresso nella comunità umana, solo se il diritto, che è parte della natura
stessa dell’uomo, viene riconosciuto come un fondamento, precedente a ogni
transazione, a ogni patto, a ogni creazione di strutture istituzionali, nel
quadro di una nazione o della solidarietà di più nazioni.
5. I Paesi della
regione centrale d’Europa hanno cominciato a ricostruire un mondo di libertà.
Sappiamo che si assiste anche al risorgere di tensioni tra gruppi di nazionalità
diverse, presenti in una stessa entità politica. Ho fatto più volte appello al
rispetto dei diritti di tutte le nazioni, di tutte le minoranze: esse devono
accettare la costituzione del Paese che le ospita, ma anche i governi devono
riconoscere loro uguali diritti, compreso il diritto di parlare la loro lingua
materna, di godere di una giusta autonomia e di conservare la loro particolare
cultura. Gli ungheresi sono sensibili al destino dei loro fratelli che risiedono
in molti Paesi vicini; si augurano giustamente di mantenere certe forme di
legame con loro. Se le frontiere sono inviolabili, non bisogna forse, allo
stesso tempo, affermare che gli stessi popoli sono inviolabili? Tra minoranze e
maggioranze urge superare i pregiudizi o i risentimenti ereditati dalla storia.
Grazie a una migliore conoscenza reciproca, non è forse possibile giungere a
superare pazientemente antipatie ancestrali a cui non ci si può rassegnare? Un
tale obiettivo è prioritario per i cristiani: essi non potranno rinunciarvi
senza dimostrarsi infedeli a una verità centrale, quella dell’uguaglianza innata
tra tutti gli esseri umani che hanno la vocazione di vivere in unione fraterna,
al di là di qualsiasi frontiera. Per avvicinarsi alla meta rimane un lungo
cammino da percorrere; lungi dallo scoraggiarci, ciò deve essere di sprone per
incamminarci senza indugio, su questa strada.
6. In un momento in cui vi sono
delle opzioni decisive da operare per l’avvenire del continente europeo, ho
voluto esprimere davanti a voi alcune convinzioni che ritengo essenziali. Se a
Budapest, oggi, la nostra attenzione si rivolge all’Europa che si trasforma, è
ben chiaro che ci guardiamo dal fare astrazioni dalle gravi preoccupazioni che
conoscono le altre regioni del mondo, di cui molti tra voi sono rappresentanti.
Speriamo che il fossato una volta scavato tra l’Est e l’Ovest venga colmato per
sempre. Speriamo allo stesso tempo che tutti i membri della comunità
internazionale accettino di compiere incessantemente gli sforzi necessari per
intensificare la collaborazione e la solidarietà tra il Nord e il Sud. Poiché,
nella sua infinita diversità, la famiglia umana è una. Tutti i suoi membri hanno
uguale dignità. Nessuno può accettare che un solo essere umano venga danneggiato
e privato dei suoi diritti fondamentali. Le ultime generazioni hanno imparato,
come mai si era potuto fare prima, ad abbracciare con un solo sguardo tutto il
pianeta. Ma resta molto da imparare e da fare per raggiungere un’effettiva
solidarietà tra tutti i popoli.
7. Eccellenze, Signore e Signori, al termine del
nostro incontro sono felice di porgere a ciascuno di voi i fervidi auguri del
Vescovo di Roma, per le vostre persone e per i popoli che rappresentate. Nella
speranza di vedere il Paese che ci accoglie, il continente europeo e l’insieme
delle nazioni del mondo avanzare con passo fermo e spirito aperto sul cammino
della giustizia e della pace, invoco Dio Onnipotente per voi e le vostre
nazioni, affinché effonda abbondantemente i suoi doni di saggezza e di amore.
*L'Osservatore Romano 20.8.1991 p.5.
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