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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA E UNGHERIA
DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II AGLI ANZIANI E AGLI AMMALATI
Basilica di Santo Stefano (Budapest) - Martedì,
20 agosto 1991
Carissimi anziani e malati!
Sono grato a Dio per questo incontro con voi nel mio primo viaggio pastorale in
terra d’Ungheria, ed è con grande affetto che vi porgo il mio saluto cordiale. A
tutti il mio augurio di pace, di speranza e di consolazione, nella luce del
Cristo crocifisso e risorto!
San Paolo ci ricorda che, “come in un solo corpo abbiamo molte membra, e queste
membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti,
siamo un solo corpo in Cristo, e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni
degli altri” (Rm 12, 4-5).
Nei miei viaggi pastorali cerco di incontrare tutte le membra del Corpo Mistico
di Cristo, per riconoscerne e avvalorarne la rispettiva missione nell’ambito
della Chiesa. A tutte va la mia stima sia per il servizio che svolgono a
vantaggio del gregge del Signore, sia per l’evidenza con cui in esse rifulge
qualche aspetto dell’immagine di Cristo. Ma a voi, carissimi fratelli e sorelle
che vedo qui davanti a me, a voi che soffrite per qualche malattia, infermità, o
per l’età avanzata riconosco un titolo peculiare di merito tra le membra del
Corpo di Cristo, un titolo che in qualche modo investe anche quanti,
standovi accanto per assistervi partecipano alla vostra sofferenza per i vincoli
del sangue o della carità operosa.
La vostra presenza richiama al mio cuore la larga schiera di coloro che, nel
Paese, soffrono come voi e forse non hanno nessuno che stia loro accanto
assicurando, oltre alla necessaria assistenza, l’indispensabile sostegno umano
della simpatia e dell’amore. Vorrei ricordare, in particolare, i bambini
abbandonati dai loro genitori ed affidati ad istituti statali, nei quali non può
esser loro offerto quel clima di tenerezza e di amore che tanta importanza
riveste per una crescita serena ed armoniosa. Con affetto ugualmente partecipe,
il mio pensiero va a tutti i portatori di handicaps, nella consapevolezza che la
loro sofferenza non deriva soltanto dalle ferite che segnano il loro corpo o il
loro spirito, ma a volte anche dal non sentirsi accettati e rispettati dagli
altri membri della società.
2. In questo momento di intensa comunione, carissimi fratelli e sorelle,
desidero riaffermare che in voi e in loro risplende come in nessun altro la
comunione col mistero di Cristo, il Crocifisso, il quale soffrendo per amore ha
redento il mondo.
Questa verità, che scaturisce dalla fede, raramente è compresa dal mondo. Quante
volte coloro che soffrono per età o malattia percepiscono con amarezza che
l’ambiente circostante li considera come persone inutili, ridotte soltanto ad
essere un peso per gli altri. Occorre reagire a questa mentalità utilitaristica
e sottilmente disumana, riscoprendo sempre nuovamente il significato e la
funzione della sofferenza. Il credente deve riflettere senza sosta sul valore
della partecipazione alle sofferenze di Cristo, per vivere e far vivere più
intensamente la vocazione particolare, insita nella condizione di
anzianità o di malattia.
La parola rivolta da Dio al popolo eletto: “Tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo” (Is 43, 4), ha valore innanzitutto
per coloro che soffrono. Ricordate l’episodio di Samuele, quando per comando di
Dio s’accinse ad ungere re uno dei figli di Jesse? Il profeta pensava di dover
scegliere fra loro chi si distingueva per statura e prestanza; ma Dio intervenne
per ammonirlo: “Non guardare al suo aspetto, né all’imponenza della sua
statura... Io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il
Signore guarda il cuore” (1 Sam 16, 7). Gli uomini, si sa, apprezzano la
ricchezza, il potere, la forza fisica, la bellezza, l’acume intellettuale. Per
Dio, invece, è importante soprattutto la prontezza generosa con cui s’accetta la
propria vocazione e ci s’impegna ad eseguire il proprio compito. Il malato che
accoglie la volontà di Dio e si sforza di adempierla, vale davanti ai suoi occhi
più del sano che mira al proprio successo tra l’ammirazione e l’invidia del
mondo.
Beati quanti sanno riconoscere la mano di Dio nella prova e non dimenticano la
sua parola rassicurante: “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo” (Ap
3, 19; cf. Pr 3, 12). Dio non si lascia vincere in generosità. A volte è
proprio con la sofferenza che Egli bussa alla porta del cuore, nel desiderio di
instaurare un particolare rapporto di amicizia che, se corrisposto, può assumere
il calore e l’intimità di un’esperienza conviviale: “Cenerò con lui ed egli con
me” (Ap 3, 20).
3. Carissimi, nei momenti bui tenete lo sguardo fisso alla Madre del Redentore,
quando accolse la voce profetica: “Anche a te, una spada trafiggerà l’anima” (Lc
2, 35). Ricordate che anche sulle labbra di Gesù risuonò l’inquietante domanda:
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46).
La Scrittura ci insegna che il Padre portò a compimento nell’umanità di Gesù la
più grande perfezione “attraverso le sofferenze” (Eb 2, 10). Fu “per
mezzo delle cose che patì” (Eb 5, 8-9) che Gesù arrivò ad un’esperienza
singolarmente profonda dell’ubbidienza.
È vero, purtroppo, che in questa ascensione verso la santità mediante la
sofferenza si può anche venir meno e desistere. C’è chi nel dolore si chiude,
diventando insensibile verso gli altri; c’è chi nell’amarezza si dispera. La
sofferenza, senza la cooperazione intelligente e coraggiosa della persona, non
salva automaticamente dalla superficialità e dall’egoismo. Occorre lottare. Ma
in questo impegno non si è mai soli, non lo si è neppure per un istante. Sta
accanto a noi il Padre che ci tiene per mano ed effonde generosamente in noi il
suo Santo Spirito, per farci crescere nella consapevolezza di essergli figli.
Proprio mediante l’esperienza della nostra fragilità siamo portati a scoprire la
presenza amorosa di Dio e a gridare il nostro dolore verso Colui che solo può
donarci il vero sollievo. La sofferenza diventa così scuola di preghiera
sentita, insistente e fiduciosa.
Colui che soffre cercando di fare la volontà di Dio è utile al prossimo. Anche
se impedito nell’attività esterna, anche se isolato nella solitudine, egli
irradia intorno a sé un’onda di luce spirituale a cui molti altri possono
attingere.
Non è forse vero che in questo vostro Paese non pochi hanno conservato o
riacquistato la fede grazie alla testimonianza di persone di famiglia anziane o
malate, le quali fin dall’infanzia avevano avuto un’educazione religiosa e
attraverso le prove della vita avevano approfondito la loro unione con Dio?
Molte persone, di fronte a questi credenti anziani e sofferenti, hanno capito
che la fede, quando non è semplice abitudine sentimentale ma sincera
persuasione, diventa sorgente inesauribile di forza e di consolazione; hanno
intuito quanto sia bello e desiderabile poter considerare Gesù come amico
onnipotente e tenero, dal quale tutta la vita riceve sostegno e significato. In
una parola, molti sono stati condotti verso la fede da chi quotidianamente
traeva dalla propria fede la forza per fare della malattia la cattedra di una
testimonianza tanto più convincente quanto più silenziosa.
Ma anche se nessuno si accorgesse e nessuno accettasse in modo esplicito la
testimonianza del sofferente, il suo dolore sarebbe egualmente utile e prezioso
per l’efficacia misteriosa ma reale, che esso esercita nell’ottenere la grazia
che salva. Di ciò voi siete consapevoli: ne avete infatti la prova inoppugnabile
nella passione stessa del Signore. Non è forse parola ispirata quella che
ammonisce: “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e
l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma
con il sangue prezioso di Cristo” (1 Pt 1, 18-19)? Cristo ci ha ottenuto
il perdono, la conversione, la nuova vita, non mediante l’impegno organizzativo,
la promozione di servizi sociali, l’avvio di scuole o di altre iniziative
simili. Egli ci ha salvati mediante la sofferenza e la morte, offerte al Padre
in atteggiamento di sottomissione e di obbedienza.
Ora, questa è la verità consolante: in quest’opera di salvezza Cristo Signore
accetta anche la nostra collaborazione.
Egli fa suo il nostro sacrificio, dandoci la forza di offrire al Padre, insieme
con Lui, la nostra debolezza, la solitudine, la sofferenza, la morte. Non è
forse questo l’insegnamento di Paolo: “Perciò sono lieto delle sofferenze che
sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di
Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24)?
In un certo senso, l’efficacia della sofferenza dei credenti potrebbe essere
paragonata a quella del sacrificio eucaristico: non aggiunge nulla alla forza
della Croce, ma la manifesta, consentendo alla grazia che da essa promana di
espandersi in tutti i tempi e in tutti i luoghi.
4. Fratelli e sorelle, quando dopo una giornata segnata da disagi e dolori,
giunge la sera, pensate che Gesù Cristo sta accanto a voi, fissa lo sguardo sul
vostro volto e vi attesta la sua gratitudine, perché avete perseverato con lui
nella sofferenza per la salvezza del mondo. Quale gioia sarà, un giorno,
ascoltare la voce del Salvatore risorto: “Voi siete coloro che hanno perseverato
con me nelle mie prove, e io preparo per voi un regno” (Lc 22, 28-29)!
Allora si potrà dire veramente: “Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che
saranno i primi” (Lc 13, 30)! Quando sarete giunti al suo cospetto
glorioso, molti insieme con Lui vi saluteranno con gioiosa gratitudine, perché
nelle loro lotte, nelle loro tentazioni, voi li avete aiutati, ottenendo per
loro, la forza di non disperare e di non venir meno sulla strada impegnativa
della fedeltà a Cristo! Potrete allora comprendere appieno la parola di Paolo:
“Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla
gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8, 18)!
Abbiate dunque fede! Nessuno è abbandonato alla propria debolezza: Gesù Cristo,
che ha sofferto per noi, vi sta accanto, vi sostiene nella fatica e vi chiede di
aver fiducia in Lui. “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e
io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono
mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo
infatti è dolce, e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30).
5. Anche la Chiesa, carissimi, vi è accanto con le strutture della sua carità.
Nel Concilio essa ha riaffermato di volersi unire, mediante l’impegno dei suoi
membri, “a tutti gli uomini di qualsiasi condizione, ma soprattutto ai poveri e
ai sofferenti, prodigandosi volentieri per loro” (Ad gentes, 12). Di
fatto, in questi anni, la Chiesa s’è volta sempre più decisamente verso i poveri
nella consapevolezza che in questa “opzione preferenziale” per loro, fatta di
generosa solidarietà e di aiuto concreto, sta l’effettivo adempimento del
comandamento dell’amore.
Le parole di Cristo nel giudizio finale, ho ricordato nella Lettera apostolica
Salvifici doloris, “indicano come siano essenziali, nella prospettiva della vita
eterna in ogni uomo, il “fermarsi”, come fece il buon Samaritano, accanto alla
sofferenza del prossimo, l’aver “compassione” di essa, ed infine il dare aiuto.
Nel programma messianico di Cristo, che è insieme il programma del Regno di
Dio, la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far
nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana
nella “civiltà dell’amore””.
Carissimi, affido l’impegno di ciascuno all’intercessione di S. Elisabetta, che
tutta la Chiesa conosce e venera per i meravigliosi esempi di carità operosa
verso le persone in difficoltà e di paziente confidenza tra le gravi sofferenze
che segnarono anche la sua vita. Nel proporre in lei il modello a cui ciascuno
può ispirare la propria condotta, imparto volentieri a voi e ai vostri cari la
mia benedizione, pegno della grazia e del conforto che scaturiscono dalla
presenza vivificante di Gesù risorto.
© Copyright 1991 - Libreria
Editrice Vaticana
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