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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA E UNGHERIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PRESULI DELLA CONFERENZA
EPISCOPALE UNGHERESE

Sede arcivescovile di Budapest - Martedì, 20 agosto 1991

 

Signor Cardinale, Diletti fratelli nell’Episcopato,

1. Il mio affettuoso e cordiale saluto a tutti voi, preposti alla guida pastorale delle amate Chiese d’Ungheria. A voi che avete ricevuto in sorte con me “la stessa preziosa fede per la giustizia del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo, sia grazia e pace in abbondanza” (2 Pt 1, 1-2). Questo incontro collegiale, che si situa nella fase conclusiva della mia visita pastorale a questa illustre Nazione, mi consente di rinnovarvi l’espressione della mia gratitudine per l’invito a suo tempo rivoltomi e per l’accoglienza che mi è stata riservata in ogni località nella quale ho potuto sostare. È stata una profonda esperienza di comunione ecclesiale, alla quale l’odierno nostro colloquio reca un significativo coronamento.

Attribuisco grande importanza a questo nostro incontro, perché sono pienamente consapevole della responsabilità storica che incombe su voi, Pastori di questa eletta porzione del gregge di Cristo, di fronte alle nuove sfide con le quali il Paese è oggi chiamato a misurarsi.

In circostanze come queste è spontaneo, venerati fratelli, riandare col pensiero alle espressioni con cui gli antichi cristiani designavano le singole Chiese locali. Essi vi vedevano “la Chiesa di Dio pellegrina in una determinata città”, oppure parlavano di “gruppi pellegrinanti della Santa Chiesa Cattolica”. I termini ricorrenti nel loro linguaggio erano quelli di “Ekklesia”, gruppo convocato da Dio, e di “Paroikia”, gruppo pellegrinante in un certo luogo.

Sono espressioni sulle quali è opportuno riflettere per capire sempre meglio il compito a cui Dio ci chiama quali Pastori del Popolo per il quale Cristo ha versato il suo sangue.

2. L’unità è una delle caratteristiche essenziali di cui il Maestro divino ha voluto arricchire la sua Chiesa. Alla vigilia della sua Passione egli ha pregato proprio per questo. Noi ne ricordiamo le parole accorate: “Che tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21).

La preghiera di Gesù non può mancare di efficacia. Essa trova attuazione grazie all’opera dello Spirito Santo, il quale, mentre influisce sui cuori, sospingendoli verso l’unità con la forza dell’amore (cf. 1 Cor 12, 13; Rm 5, 5), agisce in tal senso anche mediante la Gerarchia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa. I Vescovi, al dire del Concilio Vaticano II, sono il “visibile principio e fondamento di unità nelle Chiese particolari” (Lumen gentium, 23).

La Chiesa, che è in Ungheria, ringrazia il suo Signore del dono dell’unità ed invoca con insistente preghiera di venir in essa confermata mediante la cooperazione dei Vescovi fra loro, del presbiterio col proprio Vescovo e, mediante i sacerdoti, di tutti i laici col Pastore della diocesi.

3. L’unità suppone innanzitutto la cooperazione dei Vescovi tra loro. Dice il Concilio Vaticano II: “Specialmente ai nostri tempi, i Vescovi spesso difficilmente sono in grado di svolgere in modo adeguato e con frutto il loro ministero, senza una cooperazione sempre più stretta e concorde con gli altri Vescovi” (Christus Dominus, 37).

La constatazione dei Padri del Concilio trova sicuramente riscontro anche nelle vostre Chiese, venerati fratelli, ed è perciò necessario che l’auspicata collaborazione sia posta in atto con convinto e crescente impegno anche nella vostra Nazione. Ciò richiede da parte di ciascuno un atteggiamento di grande comprensione e carità: nessuno deve lasciarsi frenare da considerazioni di ordine personale, relative alle caratteristiche dei Confratelli o alle vicende del passato. Vi sia in ciò di esempio l’apostolo Paolo, il quale, pur sollecito di confrontare la propria predicazione con quella delle “persone più ragguardevoli” in Gerusalemme, “per non trovarsi nel rischio di correre o di aver corso invano” (cf. Gal 2, 2), afferma esplicitamente di volersi astenere da rilievi circa le loro persone: “Quali fossero allora non mi interessa, perché Dio non bada a persona alcuna” (Gal 2, 6).

È poi necessario che ciascuno s’elevi ad una visione d’insieme dei problemi della Chiesa nel Paese. A tal fine sarà di grande utilità riservare congruo spazio, nelle riunioni della vostra Conferenza, all’esame dei temi di fondo che interessano la società ungherese in questa difficile fase di transizione. Ciò consentirà l’elaborazione di un piano pastorale d’insieme, nel quale saranno indicate le linee programmatiche per un’azione concorde nei confronti delle questioni di interesse generale. L’esperienza di numerosi altri Episcopati ha mostrato che notevole aiuto, al riguardo, è in genere offerto da un’efficiente Segreteria della Conferenza Episcopale, potendo essere a questa affidato sia lo studio dei problemi sia l’elaborazione di adeguate proposte operative per una loro concreta soluzione. È noto, peraltro, che non pochi problemi sono comuni alle varie Nazioni d’Europa. Sarà quindi opportuno coltivare rapporti d’intesa anche con i Vescovi del continente, per trarre profitto dalle loro esperienze e giungere ad iniziative pastorali concordate là dove si manifestano esigenze comuni.

È precisamente in questa prospettiva che ho ritenuto doveroso convocare l’Assemblea speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, che si terrà in autunno. Essa analizzerà la nuova situazione che s’è creata nel continente dopo i recenti cambiamenti, e definirà meglio i compiti della Chiesa di fronte alle sfide dell’ora presente. Solo con l’apporto di tutti, infatti, è oggi possibile promuovere in modo efficace la rievangelizzazione del vecchio continente.

4. Un altro aspetto cruciale dell’unità voluta da Cristo, è la cooperazione del Clero col proprio Vescovo: “La stretta unione con i Vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio”, rileva ancora il Concilio, è necessaria per la vita armoniosa dei sacerdoti e per l’esercizio fruttuoso del loro ministero (Presbyterorum ordinis, 14; cf. Christus Dominus, 28).

Se ciò vale in generale per tutta la Chiesa, in modo particolare s’impone nel caso dei presbiteri affidati alle vostre cure pastorali. Molti di loro, infatti, sono stati sottoposti nel passato a dure prove. Parecchi vivono ancora isolati, in un ambiente spesso scristianizzato. Avanzati in età e sovraccarichi di lavoro a causa della scarsità delle vocazioni, essi hanno particolare bisogno di essere sostenuti dalla solidarietà dei confratelli. È compito importante del Vescovo fare il possibile perché i sacerdoti possano sentirsi “come una sola famiglia, di cui egli è il padre” (Christus Dominus, 28). Il Concilio ha voluto descrivere dettagliatamente i modi in cui occorre promuovere l’unione e la cooperazione fraterna dei presbiteri (Presbyterorum ordinis, 8).

Non vi scoraggino le difficoltà che potete incontrare dopo un isolamento coatto di quattro decenni. Gli inizi sono sempre faticosi. Successivamente il cammino si farà più spedito. Soprattutto ricordate la raccomandazione che vi viene dall’Assise conciliare a considerare i vostri sacerdoti “come figli ed amici” e ad essere disposti “ad ascoltarli e a trattarli con fiducia e benevolenza, allo scopo di incrementare l’attività pastorale in tutta la diocesi” (Christus Dominus, 16).

5. L’unità col vostro presbiterio, carissimi fratelli, trova il suo coronamento nella comunione con l’intero Popolo di Dio delle Chiese affidate alla vostra sollecitudine pastorale. È perciò vostro compito promuovere la collaborazione con i Religiosi e con i Laici, presenti nella diocesi. A tale fine, occorrerà invitare il Clero ad avvalersi dell’apporto di queste forze vive e qualificate, facendo spazio nella parrocchia alle Comunità, Associazioni, Movimenti, che la Provvidenza va suscitando nella Chiesa del nostro tempo. Pur nel doveroso “discernimento”, che è vostro impegno specifico di Pastori, dovete guardare con fiducia a tale ricca fioritura di carismi, nella quale si manifesta il dinamismo vitale dello Spirito Santo, anima sempre presente ed attiva del Corpo mistico di Cristo. Sappiate, intanto, coinvolgere i Laici!

Nella storia del vostro Paese varie volte essi hanno svolto un ruolo determinante nel suscitare e conservare la fede. I vostri antenati sono venuti in contatto con i primi elementi della fede per mezzo di poveri servi slavi, prima ancora dell’arrivo dei grandi Vescovi missionari. Tante parole della vostra lingua conservano le tracce di questa evangelizzazione sommessa ma efficace. Durante l’occupazione turca il popolo, privato dei suoi sacerdoti, continuò a pregare in comune sotto la guida di “lettori” laici.

Ora, il Concilio ha richiamato la nostra attenzione sulla preziosa ed irrinunciabile funzione del laicato per l’incremento della Chiesa: “L’apostolato dei laici è partecipazione alla stessa salvifica missione della Chiesa, e a questo apostolato sono tutti destinati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione . . . I laici sono soprattutto chiamati a render presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo” (Lumen gentium, 33). Con questo insegnamento il Concilio vuol far sentire a tutti i fedeli la grandezza della loro vocazione: spetta anche ad essi il compito di far discepoli di Cristo quanti vivono nel loro ambiente. Il Concilio dice ancora: “Oltre a questo apostolato, che spetta a tutti assolutamente i fedeli, i laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente coll’apostolato della gerarchia” (Ivi).

Com’è noto, anche la distribuzione di certi sacramenti e sacramentali, la cura dei malati e dei bambini, la promozione dei gruppi biblici e di preghiera sono attività che ben possono essere affidate all’impegno dei laici, uomini e donne, volonterosi e preparati. In special modo, tuttavia, appare opportuno richiedere il consiglio e la collaborazione di laici qualificati, quando si tratta di rispondere alle sfide della società contemporanea in settori che suppongono una specifica competenza.

È il caso, ad esempio, dell’uso dei mass media, della gestione degli aspetti amministrativi ed economici della vita ecclesiale, dell’approccio pastorale con determinati ambienti (scuola e università, ospedali e prigioni, mondo della politica e del lavoro, ecc.), che per lunghi anni sono stati preclusi all’annuncio del messaggio evangelico.

6. Tra le forze vive, su cui potete fare speciale affidamento per la rinascita spirituale del Paese, ci sono poi i Religiosi e le Religiose. Per secoli Ordini, Congregazioni, Istituti sono stati centri di vita spirituale e culturale, la cui azione benefica s’è irraggiata nella Chiesa e nella società, aprendo nuove frontiere nel campo dell’educazione, della carità, dell’evangelizzazione.

È dunque sommamente auspicabile la ripresa delle Famiglie religiose, così duramente provate negli ultimi decenni a causa delle soppressioni e delle confische. Purtroppo tale rilancio è seriamente ostacolato dall’età avanzata di chi è rimasto e dalla carenza stessa dei locali necessari per lo svolgimento della vita di comunità. Sono certo che farete, sia come singoli sia come Conferenza Episcopale, tutto il possibile per offrire alle diverse Famiglie religiose presenti in Patria l’occorrente per vivere e per esercitare l’attività corrispondente allo specifico carisma.

Il rinnovato avvio della vita religiosa arricchirà sicuramente sia l’attività pastorale della Chiesa che la stessa vita sociale di questa amata Nazione. Il recente passato ha visto sbocciare nella Chiesa nuovi Istituti religiosi dotati di speciale dinamismo e di spiccati carismi di zelo missionario. Bisogna fare quanto è necessario per favorire, da una parte, il loro legame con le strutture gerarchiche e, dall’altra, l’apertura della comunità ecclesiale verso i doni che, mediante la loro attività, lo Spirito Santo intende fare all’odierna generazione cristiana.

7. L’“Ekklesia” è anche una “Paroikia”. Noi siamo guide di comunità convocate per camminare.

Siamo in pellegrinaggio attraverso il tempo verso la vita eterna: “La nostra patria è nei cieli” (Fil 3, 20). In un’epoca in cui anche fra i credenti si sta affievolendo l’aspettativa della vita eterna, dobbiamo risvegliare in noi e nelle persone che ci sono affidate l’orientamento escatologico, nella persuasione che la nostra esistenza non è comprensibile entro l’orizzonte della sola vita terrena. La Chiesa, però, avanza anche nella storia verso forme sempre nuove di vita cristiana che, in continuità con la missione ricevuta da Cristo, corrispondano alle “condizioni dell’umana società che ai nostri giorni è incamminata verso un nuovo ordine di cose” (Christus Dominus, 3).

Di tutta la Chiesa si può dire quanto San Paolo affermava parlando di se stesso: “Dimentico del passato, e proteso verso il futuro, corro verso la meta” (Fil 3, 13-14).

8. Quale “meta”? Intorno a noi dilaga una visione pessimistica dell’evoluzione che il sentimento religioso sta vivendo. Qui in Ungheria, poi, alle ferite lasciate da decenni di regime comunista s’aggiungono, oggi, i rischi provenienti dall’irrompere dei fermenti occidentali, non sempre positivi. Di conseguenza, anche tra i credenti c’è chi suppone che l’umanità sarà sempre meno aperta al trascendente, e considera perciò gli sforzi volti a suscitare una nuova vitalità religiosa come una lotta di retroguardia, che potrà forse rallentare tale processo inesorabile, ma non invertirne la marcia. Questa concezione fatalistica proviene, in realtà, da una estensione indebita dei mutamenti culturali avvenuti negli ultimi due secoli.

L’intensità dell’esperienza religiosa in una determinata società dipende da molti fattori, e nella storia ha avuto spesso sviluppi imprevedibili. Ciò vale anche per il vostro Paese. Leggete le lettere che il grande arcivescovo di Esztergom Ladomero scriveva sul finire del sec. XIII al Papa Nicolò IV, durante gli ultimi anni della dinastia degli Arpad. Nessuno di voi giudicherebbe oggi in modo tanto severo la fede e la situazione morale del Paese. Di fatto, appena cinquant’anni dopo, sotto Ludovico il Grande, già s’annunciavano i sintomi di una nuova vitalità spirituale e di una intensa espansione missionaria. Così pure, prima dell’inizio dell’opera del Cardinale Pazmany o del Vescovo Prohaszka, nessuno avrebbe potuto prevedere la rinascita religiosa dei decenni successivi.

Nessun pessimismo fatalistico può essere accettato dal credente, al quale la fede insegna che è Dio colui che opera nei cuori, ed opera come vuole, secondo il beneplacito misterioso della sua volontà (cf. Ef 1, 6-9). O deve forse dirsi che oggi “il braccio del Signore è raccorciato” (cf. Nm 11, 23)? Non sappiamo quali saranno le caratteristiche della civiltà cristiana nel terzo millennio. Ma questo non deve sorprenderci.

Neppure i Santi Padri degli inizi avrebbero potuto prevedere la sintesi culturale realizzata nel Medio Evo. E i medievali, a loro volta, non avrebbero immaginato neppure lontanamente l’espansione missionaria dei secoli successivi. Nessuna meraviglia, dunque, che il futuro ci resti oscuro. Ciò che possiamo, tuttavia, dare per certo è che l’avvenire offrirà anche a noi l’epifania di un nuovo aspetto della pienezza di Cristo.

Questo ci basti per sentir vibrare in noi la gioia di poter collaborare in qualche modo alle nuove e meravigliose forme di vita, che, anche qui in Ungheria, Dio comincia già a far germogliare nella sua Chiesa. È questa la meta verso cui corriamo.

9. Corriamo “dimentichi del passato”. L’attesa del rinnovamento della vita di fede non deve tradursi in nostalgia dei tempi trascorsi. L’opera di Dio non si ripete mai. Dio inventa forme sempre nuove per il suo popolo in cammino.

Probabilmente le caratteristiche esteriori della religiosità futura saranno meno appariscenti di quelle d’un tempo. La stessa immagine del Vescovo ungherese alla soglia del terzo millennio è assai più dimessa di quella dei solenni Presuli rappresentati nei quadri decorativi. La pietà del popolo rispecchia sempre meno la religiosità semplice e priva di problemi con cui le popolazioni dei villaggi, la domenica, si recavano alla Messa. Nel dir questo, non intendo ovviamente sottovalutare le forme passate di religiosità. Voglio soltanto sottolineare il dinamismo che contraddistingue la vita di fede, la quale, proprio perché “vita”, rifiuta ogni irrigidimento in forme legate ad orientamenti culturali passati. Lo Spirito Santo suggerisce vie sempre nuove, e lo fa per mezzo di persone che vivono intensamente l’esperienza della fede. Il nostro compito è quello di accogliere i segni dei tempi, giudicandoli alla luce del Vangelo, secondo il consiglio di san Paolo: “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che buono” (1 Ts 5, 21).

10. Carissimi fratelli, il Paese è sulla soglia di una nuova era. È molto importante che in questo momento di transizione voi, Pastori della Chiesa in Ungheria, vi soffermiate a considerare la situazione presente e le future possibilità con una visuale che spazi sull’intera Nazione. Ciò suppone un confronto, che le circostanze del passato ostacolavano. Oggi un simile sforzo congiunto non è più precluso. Com’è noto, dopo il Concilio, molte Chiese hanno celebrato i loro sinodi diocesani, grazie ai quali è stata data all’intero Popolo di Dio - clero, religiosi e laici - la possibilità di pregare e riflettere insieme, per poi concordare un comune piano di azione, su cui far convergere l’impegno di tutti. È tempo che anche nel vostro Paese si avviino simili iniziative, che rientrano nella prassi ordinaria di una sana vita ecclesiale.

Tale corale riflessione vi consentirà di elaborare le linee di fondo di una pastorale aggiornata, da cui potranno trarre orientamento non soltanto i Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, ma anche i Laici, che con voi s’impegnano nella nuova evangelizzazione del Paese, in vista delle ormai prossime scadenze del primo millennio del Battesimo dell’Ungheria e del secondo millennio dell’era cristiana. Senza una chiara visione dei fini da perseguire e dei compiti da assumere, senza il concorde impegno missionario della intera comunità, non è possibile assecondare la grazia dello Spirito, che pur continua a parlare alle Chiese, oggi non meno di un tempo (cf. Ap 2, 7).

11. Importante è, dunque, mantenersi in ascolto dello Spirito e “protesi verso il futuro”, senza inutili rimpianti, ma cercando di intravedere, alla luce delle circostanze, come si possa e si debba costruire il Regno di Dio nel momento presente.

Può accadere, venerati fratelli, che, di fronte all’affievolimento delle tradizioni cristiane all’interno delle famiglie e nell’ambito più vasto della società, vi ritroviate ad esclamare: “Siamo divenuti terra di missione!”. Ebbene, io vi dico che è venuto il momento di mutare il tono e il senso di simili constatazioni, trasformandole in una esaltante proposta programmatica: vogliamo essere una Chiesa missionaria! Ecco, venerati fratelli, il vostro compito: risuscitare in tutti gli ambienti cristiani, a cominciare dai seminari, l’impegno dinamico della vocazione missionaria. Non lasciate che le forze del clero siano totalmente assorbite dall’amministrazione delle strutture esistenti, ma incoraggiate l’ardire di coloro che vanno alla ricerca delle pecorelle smarrite. In modo particolare, promuovete occasioni di contatto con la classe operaia, che negli ultimi decenni ha conosciuto una forte crescita ed è oggi in grande maggioranza lontana dalla Chiesa!

Un’incisiva opera di evangelizzazione non può essere svolta senza assumere al tempo stesso l’impegno di un adeguato lavoro di inculturazione. È questo un compito che non riguarda soltanto le regioni del Terzo Mondo. Nei passati decenni, in questo Paese l’educazione della gioventù è avvenuta secondo criteri quasi del tutto areligiosi e la nuova cultura s’è sviluppata in gran parte senza alcun riferimento a Dio. Oggi poi, nel nuovo contesto di libertà e di pluralismo, l’adesione al cristianesimo non è più facilitata da spinte ambientali operanti sui singoli in modo quasi irriflesso.

Occorre perciò affrontare con decisione lo sforzo, a cui ho accennato, di inculturazione del messaggio cristiano, facendo assegnamento anche sull’apporto di laici qualificati. Si tratta di scoprire nuovi accessi al ricco patrimonio della cultura ungherese, intimamente permeati di valori evangelici, favorendone una adeguata traduzione nel contesto sociale odierno. Converrà, a tale scopo, avvalersi di tutti i mezzi che la moderna tecnologia offre, specialmente nel campo della comunicazione di massa.

12. Carissimi fratelli nell’episcopato! Siamo qui riuniti come, all’inizio, la Chiesa apostolica dopo l’ascensione del Signore. Siamo uniti, e sentiamo di avere tra noi “un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32). Siamo pronti a partire verso nuovi orizzonti, per essere testimoni del Signore “fino agli estremi confini della terra” (At 1, 7). Questa nostra unità dinamica è e sarà frutto della “forza dello Spirito Santo”, che è sceso, scende e scenderà su di noi (At 1, 8). Sappiamo che tale forza ci sarà data nella misura in cui vivremo nella preghiera assidua e concorde, “insieme con Maria, la Madre di Gesù” (At 1, 14).

È così che potremo essere costruttori del Regno che Dio vuole diffondere nell’umanità mediante il lavoro delle nostre mani. Restate uniti nella preghiera, nella programmazione, nell’azione. Sarà questo il frutto più importante della mia visita in mezzo a voi. Invoco sulle vostre iniziative pastorali la protezione dei grandi Santi dell’Ungheria ed in special modo di Maria Santissima alla quale la vostra Terra è legata da una secolare e profonda devozione.

Nel suo nome imparto a tutti voi l’apostolica benedizione, che di cuore estendo ai sacerdoti vostri collaboratori, ai religiosi, alle suore e a tutti i laici delle rispettive ed amate diocesi.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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