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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL
MYANMAR IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Martedì, 27 agosto 1991

 

Cari fratelli Vescovi

1. È con particolare gioia che do il benvenuto a voi, i Vescovi del Myanmar, in occasione della vostra visita “ad limina”, che vi conduce qui per pregare presso le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo, per incontrare il Vescovo di Roma, e per testimoniare la fede apostolica della Chiesa universale.

La vostra presenza, che ho avidamente anticipato, è occasione di gioia, perché provenite da una comunità cattolica che è realmente un “pusillus grex”, e proprio per questo vicinissima al mio cuore. In special modo rendo grazie a Dio che dopo quasi trent’anni i Vescovi della vostra terra possono fare questo pellegrinaggio insieme. Lodiamo nostro Signore per i molti segni di vitalità nella Chiesa del Myanmar, soprattutto per la fondazione delle due nuove diocesi di Loikaw e Lashio. Ringrazio l’Arcivescovo U Than Aung, Presidente della vostra Conferenza, per le osservazioni esposte a nome di ognuno di voi. Esse non erano soltanto informative ma esprimevano profondi sentimenti di lealtà e devozione che sono molto apprezzati.

È mia fervida speranza che questa visita rafforzerà non soltanto la vostra comunione con il Successore di Pietro, ma anche quella “unione di fraterna carità” (cf. Christus Dominus, 36) che deve caratterizzare i membri della stessa Conferenza Episcopale. Solo se sarete uniti tra di voi in legami di stima e amicizia là emergerà “una santa armonia di forze per il bene comune delle Chiese” (Ivi, 37). Vi sono molte aree in cui i Vescovi di una determinata regione o Paese devono esercitare “congiuntamente il loro ministero pastorale” (Ivi, 38) se vogliono effettivamente rispondere alle sfide che sono di fronte alla fede e alla vita cristiana. Contribuire attivamente all’efficacia della Conferenza Episcopale è un modo magnifico di esprimere “la preoccupazione quotidiana per tutte le Chiese” (2 Cor 11, 28) che è un grave dovere di ogni Vescovo. Vi incoraggio perciò ad essere sempre come la prima comunità cristiana, com’è descritta negli Atti degli Apostoli: “un cuor solo e un’anima sola” (Act 4, 32). Spero anche che la Delegazione apostolica recentemente istituita, assicurando coerentemente la presenza di un Rappresentante Pontificio, aiuterà a rafforzare maggiormente i legami tra le diocesi nel Myanmar e a favorire contatti più regolari con la Sede apostolica e con la Chiesa universale.

2. Dopo un lungo periodo di dipendenza dall’aiuto missionario esterno, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto fare assegnamento sempre più sul suo proprio personale e sulle sue proprie risorse. Costruendo su ciò che missionari coraggiosi hanno fatto per la fede nella vostra terra e con la collaborazione generosa dei vostri sacerdoti, Religiosi e catechisti nativi, vi state sforzando di compiere la vostra missione ecclesiale in una situazione che non è sempre facile. Tuttavia, proprio a causa delle circostanze in cui le vostre Chiese vivono, possiamo trovare in esse la ricapitolazione dell’opera degli Apostoli in questa Città. San Pietro come pure San Paolo giunse a Roma con scarse risorse, e sarebbe sembrato verosimile che le loro voci sarebbero state sommerse dall’opprimente marea di una cultura che non aveva ancora ricevuto la Buona Novella della salvezza. Tuttavia, il Vangelo a cui essi resero testimonianza, fino a versare il loro sangue, trionfò. Vi invito, cari Fratelli, a prendere coraggio dal visitare le loro tombe, proprio i luoghi in cui essi nella loro debolezza conquistarono i loro conquistatori. Lasciate che la vostra fiducia per il futuro non sia basata solo sui vostri sforzi. Così, potrete dire con l’Apostolo Paolo: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo . . .; (perché) quando sono debole, e allora che sono forte” (2 Cor 12, 9-10).

3. Tornando ad uno dei molti temi della nostra conversazione riguardante le Chiese particolari su cui voi presiedete nell’amore, desidero incoraggiare i vostri sforzi nel guidare la comunità cattolica in una decade di evangelizzazione che preparerà al prossimo millennio cristiano. L’evangelizzazione è un concetto estremamente ricco. Come indica la recente Enciclica Redemptoris missio: “La missione è una realtà unitaria, ma complessa, e si esplica in vari modi” (Ioannis Pauli PP. II, Redemptoris missio, n. 41). Mentre la funzione fondamentale della Chiesa sempre e ovunque è “di indirizzare la coscienza e l’esperienza di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo” (Ioannis Pauli PP. II, Redemptor hominis, 10), la maniera in cui ciò dev’esser fatto implica un discernimento riguardante modi e mezzi, in obbedienza al suggerimento dello Spirito Santo. È la particolare responsabilità dei Vescovi a promuovere l’appropriata risposta delle loro comunità al comando di Cristo: “Andate . . . ammaestrate . . . insegnate loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20).

Nonostante la complessità dei problemi dell’evangelizzazione nel vostro continente, la V Assemblea Plenaria della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia tenutasi a Bandung nel luglio dello scorso anno riportò un giudizio pieno di speranza del cammino della Chiesa. I Vescovi osservarono che, “viste con gli occhi della fede, queste difficoltà, insieme con i segni di speranza che le accompagnano, sono come tante sfide alla missione” (cf. Dichiarazione Finale, III, 3.0). Desidero incoraggiarvi ad avere questo stesso atteggiamento positivo e a cercare di discernere i cammini appropriati per evangelizzare coloro che sono affidati alla vostra cura.

4. È impossibile riflettere sulla vita e la missione della comunità cristiana nel vostro Paese senza capire l’importanza di testimoniare attraverso la parola e l’azione gli autentici valori evangelici. La stragrande maggioranza dei vostri concittadini segue quella forma di Buddismo che è chiamata “piccolo mezzo”, e le loro tradizioni religiose permeano tutta la vita della società. Essi sono sensibili ad un atteggiamento spirituale che enfatizza la rinuncia, la donazione di sé e le relazioni pacifiche con tutti, valori che trovano piena realizzazione nella vita del nostro Salvatore. Nostro Signore Gesù Cristo non spogliò forse se stesso assumendo la condizione di servo (cf. Fil 2, 6)? Non fu forse inviato dal Padre “per annunziare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4, 18), per sanare i pentiti di cuore, per “cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10)? Non è forse questo sublime messaggio di umile rispetto per la volontà di Dio e di amore incondizionato per l’ultimo dei nostri fratelli e delle nostre sorelle riassunto nelle Beatitudini, la Nuova Legge data nel Discorso della Montagna (cf. Mt 5, 3-10)?

Mostrando il volto del Redentore a quelli che nella vostra patria ancora non lo conoscono, voi affrettate il giorno in cui essi troveranno colui che i loro cuori hanno atteso con impazienza. Offrendo a loro Cristo voi svelate “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14, 6) per mezzo di cui ogni opposizione o limitazione e vinta. Ciò non avviene attraverso la negazione o l’annichilimento delle differenze, ma attraverso l’unione nell’amore di Dio dato come libero dono del suo Spirito. Predicando Cristo voi affrettate il giorno che Cristo stesso fortemente desidera. Egli chiama tutti i popoli alla sua Sposa, la Chiesa, così che egli, lo Sposo, possa, con il più grande degli abbracci d’amore, iniziare un’unione in cui i molti divengono uno senza perdere la loro identità (cf. Ef 5, 23-32); (cf. Anche Lumen gentium, 6 e 13; cf. anche Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della meditazione cristiana, 12-15).

5. Questa grande sfida di cooperare all’opera dello Spinto di attirare tutti a Cristo dev’essere affrontata in primo luogo da voi, i Vescovi, e dai sacerdoti e i Religiosi e le Religiose delle vostre diocesi, ognuno secondo la propria particolare vocazione nella Chiesa. Ecco perché desidero incoraggiarvi a porre la massima attenzione alla cura pastorale delle vocazioni e alla formazione dei vostri sacerdoti e Religiosi. Il Seminario Maggiore Nazionale deve avere un certo orgoglio del posto che occupa tra gli interessi della vostra Conferenza. Nonostante le limitazioni che vi sono ben note, continuamente devono essere fatti sforzi per innalzare il livello della formazione che viene data. È mia speranza anche che ci saranno opportunità più frequenti per i candidati al sacerdozio di essere preparati nelle università ecclesiastiche fuori del Myanmar.

6. Riconosciamo anche che i laici ricoprono un ruolo indispensabile nel dar forma alla società secondo il Vangelo, soprattutto nelle loro famiglie e nel loro lavoro. Per questo essi hanno bisogno del costante sostegno dei loro pastori. Hanno bisogno della formazione nella fede, così da avere la forza interiore per perseverare nel vivere cristiano e nel far conoscere le ragioni della speranza che e in loro, sempre - come scrive l’autore della Prima Lettera di Pietro - con dolcezza e rispetto (cf. 1 Petr 3, 15). Sono incoraggiato dal fatto che state facendo molto per assicurare la formazione catechistica delle guide laiche nelle vostre comunità, e che prestate particolare attenzione a giovani competenti, come gli “Home Missioners” o i “Little Evangelizers”, che portano la parola di Dio nelle aree remote o ai loro contemporanei che altrimenti non sarebbero raggiunti dalla Chiesa. Le vostre associazioni cattoliche sono numerose e ferventi. Su tutti questi generosi cattolici imploro un accrescimento dell’amore e della protezione di Dio.

L’accenno al ruolo dei laici nell’evangelizzare la società richiama alla mente l’affermazione della recente Enciclica Centesimus annus che “la dottrina sociale (della Chiesa) ha di per sé il valore di uno strumento di evangelizzazione” (Ioannis Pauli PP. II, Centesimus annus , 54), precisamente perché essa si occupa di tutte le cose umane alla luce del mistero più alto nel piano di salvezza di Dio per il mondo. “In questa luce, e solo in questa luce (la Chiesa) si occupa del resto: dei diritti umani di ciascuno e, in particolare, del “proletariato”, della famiglia e dell’educazione, dei doveri dello Stato, dell’ordinamento della società nazionale e internazionale, della vita economica, della cultura, della guerra e della pace, del rispetto alla vita dal momento del concepimento fino alla morte” (Ivi).

La Chiesa insegna le domande di giustizia e cerca il compimento della giustizia ad ogni livello della società, non per alcun motivo puramente temporale ma per l’autentico benessere degli individui in vista del loro destino trascendente. Gli sforzi della Chiesa nel campo dello sviluppo umano integrale è soprattutto un’opera d’amore e la creazione di una “civiltà dell’amore”: l’amore, cioè, con cui Gesù Cristo diede se stesso per noi (cf. Ef 5, 2), l’amore che egli mostrò nella sua vita terrena quando provò una profonda compassione per le folle (cf. Mt 9, 36). Come stabilì il Documento Finale dell’Assemblea di Bandung, la Chiesa fu mandata “a servire i popoli dell’Asia nella loro ricerca di Dio e di una vita umana migliore; per servire l’Asia . . . alla maniera di Cristo stesso, che non venne per essere servito ma per servire e per sacrificare la propria vita come riscatto per tutti (cf. Mc 10, 45) - e per discernere, nel dialogo con i popoli e le realtà dell’Asia, quegli atti che il Signore vuole siano compiuti così che tutto il genere umano possa essere radunato insieme in armonia come la sua famiglia” (cf. Dichiarazione Finale, III, 6.3). So che questo è il vostro modo di vita, che siete vicini ai poveri e ai sofferenti. Sebbene non possiate intraprendere progetti più grandi di assistenza sociale, la vostra porta e sempre aperta alla vedova e all’orfano, all’anziano e all’handicappato così che la luce dell’amore di Cristo brillerà anche nelle loro vite.

7. Cari fratelli Vescovi, mentre ritornate dalla vostra gente, portate con voi la convinzione rinnovata che Cristo sta inviando voi davanti a lui come suoi araldi e testimoni. Che voi stessi siate “rinnovati nello spirito della vostra mente” (Ef 4, 23)! Non perdete mai il cuore, non importa quali difficoltà possono circondare il vostro ministero. Siate sorgente di ispirazione e di incoraggiamento per i vostri sacerdoti. Sostenete i Religiosi e le Religiose che cooperano con voi nella cura del popolo di Dio. Siate esempi di vita cristiana per tutti i fedeli. Siate certi che ogni giorno vi ricordo nella preghiera davanti al Signore: che possiate essere “ricolmi dello Spirito . . . rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 5, 18-20).

Che la Santa Madre di Dio vi protegga e interceda per la pace e la riconciliazione di cui la vostra nazione ha bisogno. Come segno della mia vicinanza spirituale imparto la benedizione apostolica a tutti i fedeli cattolici del Myanmar.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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