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 DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DEL PONTIFICIO CONSIGLIO
PER LA PROMOZIONE DELL'UNITÀ DEI CRISTIANI

Venerdì, 1° febbraio 1991

Signori Cardinali,
Cari confratelli nell’Episcopato,
Cari amici
.

1. Nel ministero che mi è proprio, conoscete i miei sforzi per promuovere “il ristabilimento dell’unità . . . fra tutti i cristiani” (Unitatis Redintegratio, 1). Perciò è con vera gioia e vivo interesse che ricevo oggi voi, che partecipate da lunedì alla sessione plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Vi ringrazio per la vostra attiva partecipazione a questi lavori che si avvalgono della vostra competenza e della vostra dedizione nella ricerca di questa unità.

Nel corso della vostra sessione plenaria, avete voluto compiere una approfondita valutazione degli attuali rapporti della Chiesa cattolica con le altre Chiese e comunità ecclesiali, allo scopo di migliorarli e di intensificarli. Esaminare il lavoro svolto, le tappe superate, le difficoltà incontrate, i metodi e i mezzi impiegati, tutto ciò è di grande vantaggio per esercitare sempre meglio una responsabilità, che riceviamo per la volontà stessa del Signore.

Dobbiamo prendere una coscienza sempre maggiore di questa responsabilità. Nessuna difficoltà ereditata dal passato o creata da una situazione presente, deve fermarci. La ricerca dell’unità dei cristiani è stato “uno dei principali intenti” (Unitatis Redintegratio, 1) del Concilio Vaticano II e il Codice di Diritto Canonico ne fa un impegno pastorale molto importante: “Spetta in primo luogo a tutto il Collegio dei Vescovi e alla Sede apostolica sostenere e dirigere presso i cattolici il movimento ecumenico, il cui fine è il ristabilimento dell’unità tra tutti i cristiani, che la Chiesa è tenuta a promuovere per volontà di Cristo” (Codex Iuris Canonici, can 755 §1).

2. I rapporti ecumenici costituiscono una realtà complessa e delicata, che implica al tempo stesso lo studio e il dialogo teologico, il contatto e i rapporti fraterni, la preghiera e la collaborazione pratica. Noi siamo chiamati ad operare in tutti questi campi. Limitarsi a uno solo di questi o ad alcuni e trascurare gli altri non può produrre che sterili risultati. Questa visione globale dell’azione ecumenica deve essere sempre tenuta presente quando illustriamo e spieghiamo il nostro impegno.

La Chiesa cattolica è entrata in dialogo teologico a livello universale attraverso la creazione di dodici commissioni miste, con quasi tutte le Chiese e comunità ecclesiali di Oriente ed Occidente. Il panorama di questi dialoghi è molto vario. Si aprono su tutti gli orizzonti teologici. Pur distinguendosi gli uni dagli altri per il loro scopo immediato, i temi affrontati, i risultati già ottenuti e le problematiche che hanno sollevato, tutti questi dialoghi bilaterali si pongono nella prospettiva generale dell’unità.

Per grazia di Dio, questi dialoghi cominciano a dare i loro frutti. Convergenze sono emerse e creano ora le basi di una reale speranza nella fede, pur rimanendo seri problemi che esigono ulteriori approfondimenti, scambi più attivi e maggior pazienza e serenità di spirito.

3. I dialoghi in corso rafforzano i vincoli della vera e profonda comunione -pur restando essa imperfetta -che uniscono gli altri cristiani alla Chiesa. È appunto sulla realtà dì questa koinonia, di questa comunione, che il Concilio Vaticano II ha fondato i rapporti con tutti i battezzati. Il decreto sull’ecumenismo afferma chiaramente: “Quelli infatti che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica” (Unitatis Redintegratio, 3).

E la Costituzione dogmatica sulla Chiesa illustra “più ragioni” di questa comunione parziale: “Ci sono infatti molti che hanno in onore la sacra scrittura come norma della fede e della vita, mostrano un sincero zelo religioso, credono con amore in Dio Padre onnipotente e in Cristo, Figlio di Dio e Salvatore, sono segnati dal battesimo, col quale vengono uniti con Cristo; anzi riconoscono e accettano nelle proprie chiese o comunità ecclesiali anche altri sacramenti. Molti tra loro hanno anche l’episcopato, celebrano la sacra Eucaristia e coltivano la devozione alla Vergine, Madre di Dio. A questo si aggiunge la comunione di preghiere e di altri benefici spirituali; anzi una certa vera unione nello Spirito Santo, poiché anche in loro lo Spirito con la sua virtù santificante opera per mezzo di doni e grazie, e ha fortificati alcuni di loro fino allo spargimento del sangue” (Lumen Gentium, 15). Questa descrizione evoca la diversità delle altre Chiese e comunità ecclesiali, che sono in una certa comunione con la Chiesa cattolica.

Secondo il Concilio, il grado più intenso di questa comunione è quello che hanno con noi le Chiese ortodosse e le Antiche Chiese d’Oriente: “Quelle Chiese, quantunque separate, hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l’eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora unite con noi da strettissimi vincoli” (Unitatis Redintegratio, 15).

I dialoghi bilaterali con le diverse Chiese e comunità ecclesiali tengono conto di questa diversità di gradi di comunione. Ciascun dialogo bilaterale deve affrontare problemi specifici a causa della natura delle divergenze che esistono con noi.

Per superare gli impedimenti “talvolta proprio gravi” che “si oppongono alla piena comunione ecclesiastica” (Unitatis Redintegratio, 3), i teologi delle commissioni miste saranno disposti a studiare, con grande amore per la Chiesa e nella preoccupazione per la purezza della dottrina (cf. Unitatis Redintegratio, 11), i caratteri specifici delle questioni affrontate. La loro dedizione alla causa della piena comunione ecclesiale, che resta il fine ultimo del dialogo ecumenico, meriterà loro la profonda riconoscenza della Chiesa e del suo magistero. Io sono personalmente felice di ringraziarli per il positivo lavoro già svolto. Pur essendo multiforme, il dialogo deve tener conto di tutti gli elementi di questa comunione, metterli in rapporto perché si fondino su una solida unità organica nella fede, nei sacramenti e nel ministero pastorale.

La Parola di Dio, così come trasmessa dalle Scritture e come è stata vissuta dalla grande tradizione della Chiesa, è il fondamento sicuro di una ricerca che deve portare a felici risultati. La visione della piena comunione è la nostra speranza ed è per noi motivo per un impegno dinamico ed incessante di dialogo, studio e preghiera.

4. I rapporti di fratellanza con i membri e le autorità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali costituiscono una realtà strettamente legata al dialogo teologico. È una dimensione che occorre promuovere sempre più. I contatti facilitano la conoscenza reciproca e rafforzano il desiderio della piena comunione. I rapporti fraterni possono anche consentire di affrontare certe questioni pratiche che talvolta gravano pesantemente sul dialogo teologico stesso.

Desidero inoltre ricordare che lo spirito di dialogo deve animare quanti esercitano una responsabilità pastorale ai diversi livelli della Chiesa cattolica.

- Quando l’autorità della Chiesa li ha approvati, è opportuno che i documenti elaborati dalle commissioni miste siano conosciuti e studiati; i loro risultati devono essere accolti da tutti ed integrati nella predicazione, l’insegnamento e la vita ecclesiale.

- Nella formazione teologica si esige con sempre maggiore urgenza la dimensione ecumenica realmente fondata e costantemente garantita, in particolare per i futuri sacerdoti. Il Concilio ne aveva chiaramente segnalato la necessità (cf. Unitatis Redintegratio, 10). Le esigenze della missione della Chiesa richiedono attualmente una collaborazione ecumenica che non può essere realizzata senza un’adeguata preparazione spirituale, dottrinale e culturale.

- È auspicabile che le commissioni nazionali e diocesane per l’ecumenismo, che finora hanno reso apprezzabili servizi, sviluppino la loro azione. Esse possono offrire un aiuto prezioso ai pastori nell’esercizio della loro responsabilità.

5. Intensificare i rapporti ecumenici è un dovere complesso, i cui diversi aspetti sono complementari. Un pieno accordo su una comune professione di fede è la condizione fondamentale dell’unità verso cui tendiamo. Il dialogo teologico è lo strumento più idoneo per raggiungerla. Esso deve esaminare le divergenze e cercare di superarle, con la grazia dello Spirito, nella fedeltà all’integralità della dottrina. Per questo, preghiamo e speriamo.

Invoco la benedizione di Dio sulla vostra sessione plenaria affinché essa dia un nuovo impulso al dialogo ecumenico e a tutta l’azione ecumenica.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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