Venerdì, 8 febbraio 1991
Signor Presidente,
Signori Amministratori della Regione Lazio!
1. Siate i benvenuti! Con gioia accolgo in voi i responsabili della Regione, nel
cuore della quale si trova Roma, centro del Cristianesimo e custode di secolari
tradizioni di civiltà e di diritto, di cultura e di arte. L’incontro mi è
particolarmente gradito perché mi consente di formularvi, all’inizio del nuovo
Anno, auguri vivissimi di prosperità e di pace.
Alla pace si volge l’attesa dell’umanità, sempre più inquieta per i drammatici
sviluppi del conflitto nel Golfo Persico. A favore della pace opera anche il
vostro Consiglio Regionale, come Ella, Signor Presidente, ha poc’anzi ricordato.
Non venga mai meno quest’impegno, né si spenga la speranza sorretta da
incessante invocazione al Signore, Principe della pace.
Sono grato per le cortesi espressioni di saluto che Ella mi ha rivolto a nome
dei suoi collaboratori e mentre ricambio i cordiali sentimenti che mi ha
manifestato, auspico per questa Regione, a me tanto cara, perché legata in
maniera speciale alla mia missione di Vescovo di Roma, autentico progresso in
una convivenza serena ed operosa.
2. Siamo quasi al tramonto del secolo XX e già s’intravede l’alba del Terzo
Millennio. Gli eventi straordinari dello scorso anno, caratterizzati dal rapido
smantellamento delle barriere ideologiche e politiche nell’Europa dell’Est,
avevano suscitato speranze che ora si scontrano bruscamente con le ansie causate
dalla presente situazione di guerra e di violenza. Sono giorni non facili, che
domandano impegno, responsabilità e coraggio: la società ritroverà la pace tanto
auspicata, solo se si sapranno sciogliere i nodi che stanno all’origine degli
attuali momenti di crisi. Quest’impegno interessa certamente l’intera umanità,
ma non può fare a meno dell’iniziativa concreta di ogni persona e dello sforzo
fattivo delle varie realtà sociali, locali e regionali. Costruire un mondo più
pacifico e giusto significa impegnarsi a rinnovare il mondo nel quale viviamo;
significa farsi carico dei problemi della comunità, specialmente di quanti
soffrono, di quanti sono emarginati ed abbandonati: significa eliminare le cause
del disagio e dell’ingiustizia.
Il Consiglio Regionale, pur rimanendo nell’ambito delle sue competenze, può con
una saggia opera di programmazione e guida creare le condizioni più opportune
perché ciò avvenga, superando le numerose difficoltà che frenano la promozione
di ogni uomo. Penso, in particolare, agli ambiti dell’assistenza sanitaria e
della lotta all’emarginazione.
3. L’emarginazione è attualmente il problema sociale più grave nel Lazio,
soprattutto nell’area metropolitana, dove continuano ad affluire innumerevoli
persone, provenienti dalle località più diverse. Sono, in genere, immigrati dai
Paesi extracomunitari e nomadi, ma non mancano altri individui senza fissa
dimora che hanno abbandonato i luoghi di origine in cerca di lavoro e di
maggiore benessere. Le misure amministrative adottate, malgrado ogni sforzo, non
sempre rispondono, in maniera efficace, alle esigenze e spesso si traducono in
ulteriori disagi per questi nostri fratelli emarginati.
Non esistono, tuttavia, solo gli immigrati; esiste una fascia umana ben più
ampia, fatta di anziani, il cui numero cresce per via del rapido invecchiamento
della popolazione; di tossicodipendenti, che gravitano nelle città privi di
qualunque soccorso, di malati di Aids, e, soprattutto, di ragazzi e adolescenti
tragicamente immessi sulla via della delinquenza e della devianza.
È ben nota, poi, la situazione degli ospedali e dei centri sanitari, non sempre
in grado di soddisfare le aumentate richieste da parte della popolazione. Queste
case di dolore e di speranza dovrebbero essere oasi di calorosa accoglienza
umana, prima che strutture dirette da qualificati ed impegnati professionisti.
Il malato, proprio per lo stato in cui si trova, è una persona debole; non ha la
capacità di far valere i propri diritti e di difendersi. Si affida alla
competenza e al senso di umanità del medico e di quanti hanno la responsabilità
della degenza e della cura sanitaria. Se poi si considera che in larga misura si
è in presenza di gente anziana, bisognosa praticamente di ogni tipo di
assistenza, ci si rende conto di quanto sia grande il compito di tutti gli
operatori ospedalieri.
4. L’arcipelago del disadattamento sociale e della sofferenza, al quale ho
brevemente accennato, è quotidianamente sotto i nostri occhi. Occorre non
abituarcisi. Le varie manifestazioni di emarginazione non costituiscono
l’eccezione, che conferma la regola, di un progresso generalizzato. Infatti il
benessere, assai più diffuso di quanto non fosse pochi decenni addietro, produce
esso stesso disagi e difficoltà di vario tipo in una quota non trascurabile di
popolazione. L’aumento della ricchezza approfondisce contemporaneamente la
distanza tra coloro che hanno e coloro che nulla possiedono, o che hanno meno,
mentre l’abbondanza ha come effetto immediato il richiamo di quanti si trovano
ai limiti della sopravvivenza e tendono a migliorare le loro condizioni,
spostandosi dalle zone più disagiate a quelle più benestanti.
Gli episodi ricorrenti di rigetto che coinvolgono immigrati e nomadi,
specialmente nei centri più importanti, non sono che l’espressione emblematica
delle conseguenze inquietanti di questa corsa al benessere materiale.
A nessuno sfugge l’importanza di tempestivi interventi che mirino al
contenimento di simili fenomeni, la cui soluzione, peraltro, non può essere
delegata alle sole organizzazioni del volontariato religioso e laicale, che pur
prestano un servizio insostituibile. Per quanto vasta ed efficace, l’azione
solidaristica è destinata a raggiungere risultati assai limitati se manca il
sostegno determinante delle strutture pubbliche. Solo le pubbliche autorità
hanno il potere di far valere i diritti di coloro che attualmente vivono ai
margini della società; solo esse possono rendere i “diversi” “uguali” e con ciò
sancire la loro appartenenza alla società civile, garantendo a ciascuno
l’esercizio dei propri diritti e al contempo esigendo l’osservanza dei
rispettivi doveri. Tocca ai pubblici poteri di far rispettare ed attuare le
leggi, così che l’intera popolazione, secondo i ruoli di ciascuno, offra il
proprio apporto indispensabile per la costruzione di una convivenza giusta e
fraterna, di una società che non smarrisca la sua fondamentale dimensione di
umanità, fatta di rispetto per la dignità di ogni persona e di fraterna
accoglienza. Siate, per questo, promotori di un’autentica cultura della
solidarietà e sarete costruttori della pace.
5. Solidarietà e pace. Al frastuono delle armi da guerra che tragicamente
risuona in questo tempo fa eco il lamento silenzioso ed inascoltato di tanti
emarginati che ci vivono accanto. Non diventi insensibile il cuore di fronte a
chi soffre! Se si vuole che la pace non resti vuota aspirazione, deve tradursi
in uno stile di vita, di servizio, di rispetto e di condivisione. La pace
occorre realizzarla ogni giorno in noi stessi e attorno a noi.
Auspico di cuore che il vostro Consiglio Regionale persegua sempre più
coraggiosamente obiettivi sociali finalizzati alla edificazione di una
convivenza più giusta e solidale, adoperandosi con determinazione per il
superamento delle cause dell’emarginazione e della violenza.
Invoco, a tal fine, su ciascuno di voi e sulle vostre famiglie la materna
protezione di Maria, venerata in tanti Santuari del Lazio, e prego il Signore
che vi sia accanto nel delicato e gravoso compito affidatovi, confortando ogni
vostro impegno a favore del bene comune.
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