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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE
DEL LAZIO IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Lunedì, 8 luglio 1991

 

1. Venerati fratelli nell’episcopato della provincia ecclesiastica del Lazio, siate i benvenuti in questa vostra visita “ad limina Apostolorum”. Saluto ciascuno di voi con affetto del tutto particolare, a cominciare dal mio “Vicario”, il neo-eletto Cardinale Camillo Ruini. Infatti, se è vero che, come Successore di Pietro, condivido con i fratelli nell’Episcopato sparsi nel mondo la sollecitudine per tutte le Chiese, da questa medesima cattedra di Pietro, come Vescovo di Roma e Metropolita della provincia ecclesiastica del Lazio, condivido con voi, in maniera speciale, la sollecitudine per le Chiese di questa regione, che hanno in Roma il loro centro non solo geografico ma anzitutto ecclesiale.

Nell’ambito delle nostre responsabilità pastorali, il recente Sinodo dei Vescovi ci invita a porre particolare cura e attenzione ai presbiteri, primi collaboratori del nostro ministero. Vorrei pertanto tracciare con voi alcune linee orientatrici, che possono sostenere nei prossimi anni il nostro impegno per la formazione dei seminaristi e per la formazione permanente dei presbiteri, e nel contempo per una sempre più incisiva pastorale delle vocazioni sacerdotali, imperniata sulla famiglia e sul mondo giovanile.

2. La cura della formazione sacerdotale e della pastorale vocazionale si inserisce come momento privilegiato in quel programma di nuova evangelizzazione che ho delineato con voi nella vostra precedente visita dell’aprile 1986. So quanto lavoro avete compiuto in questi cinque anni per far convergere le diverse componenti ecclesiali in uno sforzo comune, alla ricerca di metodi, linguaggi e strumenti adatti a realizzare la “rievangelizzazione” del Lazio. Il frutto di questo lavoro, che incoraggia la nostra speranza ed invita ad ulteriore impegno, è un primo rinvigorimento della vita di fede delle nostre comunità. Accanto alla valorizzazione delle tradizioni di religiosità popolare, il cui significato oggi è sempre meglio riconosciuto, si sono così sviluppate forme di riscoperta personale e comunitaria dell’originalità dell’esperienza di fede. Il diffondersi nelle nostre comunità di un contatto più approfondito con la parola di Dio, di iniziative di catechesi e di preghiera, di nuove testimonianze di solidarietà cristiana rappresenta una generosa seminagione, dalla quale è lecito attendere, con la grazia del Signore, buoni frutti anche in un contesto sociale e culturale ormai profondamente segnato dalla secolarizzazione.

3. Le sfide che ci attendono sono comunque assai impegnative: occorre annunciare in modo vivo e credibile contenuti e stili di vita evangelici al mondo giovanile, spesso frammentato e interiormente svuotato; ricostruire il tessuto della comunità cristiana attraverso l’evangelizzazione delle famiglie, chiamate a divenire le prime evangelizzatrici all’interno della parrocchia; innervare la realtà sociale, civile ed economica dei valori della coerenza, della giustizia e della carità cristiana, mediante l’impegno apostolico di laici preparati e consapevoli delle proprie possibilità e responsabilità.

Queste urgenze reclamano un numero adeguato di sacerdoti intelligenti, capaci, disponibili, mossi da autentica carità pastorale e fondati su una solida spiritualità, animati da un amore alla Chiesa che si traduca in esemplare capacità di collaborare alla sua edificazione, fortificati da un’adesione piena e personale alle verità che annunciano. Di qui la nostra primaria attenzione alla formazione sacerdotale e ad una vigorosa ed efficace azione di pastorale vocazionale.

4. Come già ho avuto occasione di sottolineare, gli interventi del Sinodo, nell’approfondire il tema dell’identità del sacerdote in relazione alla sua formazione, “hanno manifestato la coscienza del legame ontologico che unisce il presbitero a Cristo, sommo Sacerdote e buon Pastore. Quest’identità sottende alla natura della formazione che dev’essere impartita in vista del sacerdozio, e quindi lungo tutta la vita sacerdotale” (Giovanni Paolo II, Discorso conclusivo al Sinodo 1990, 27 ott. 1990: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIII, 2 (1990) 948).

Cari fratelli Vescovi del Lazio, a questo principio fondamentale dobbiamo ispirare ogni nostro impegno ed iniziativa, nella formazione dei seminaristi, nella formazione permanente del clero e nella stessa pastorale vocazionale. Accompagniamo quindi con vigile cura, con l’affetto, la preghiera, la vicinanza personale l’opera formativa dei nostri Seminari, minori e maggiori, sforzandoci sempre di assicurare ad essi la guida e il servizio di sacerdoti esemplari, in grado di essere autentici formatori, modelli di preghiera e di spirito sacerdotale. Diamo anche costante attenzione alla qualità dell’insegnamento che viene proposto ai seminaristi, affinché la loro educazione intellettuale possa sempre congiungere a un adeguato livello scientifico un’aderenza integrale e per così dire “connaturale” alla verità cristiana, come essa è proposta dal Magistero vivo della Chiesa.

5. Inoltre, come il recente Sinodo ha confermato, è avvertita da tutti la necessità della formazione permanente dei presbiteri. “Tale formazione viene impartita e vissuta all’interno del presbiterio, nel clima di amicizia sacerdotale e di comunione col proprio Vescovo, come processo di maturazione continua e di identificazione con Cristo Sacerdote, che deve durare per tutta la vita del sacerdote, sostenendone la fedeltà” (Sinodo dei Vescovi 1990, Proposizioni Finali, 3.4). Bisognerà pertanto curare che la formazione permanente non sia concepita come semplice proposta di corsi di aggiornamento teologici e pastorali, per quanto utili e necessari, ma costituisca, molto più ampiamente, per ogni sacerdote un cammino di comunione col Vescovo e col presbiterio, finalizzato al progresso spirituale ed intellettuale di ciascuno ed ad un costante confronto ed aggiornamento delle strategie pastorali. Ciò stimolerà il sacerdote a leggere nella propria vita ministeriale le manifestazioni della pedagogia che il Signore usa con ciascuno per farlo crescere nell’identificazione con Cristo e quindi nella sua personale santità (cf. Lumen gentium, 41). Conosco bene, venerati fratelli, le difficoltà che si incontrano nel promuovere la formazione permanente del clero, intesa in questo suo pieno significato, ma esse non devono disanimarci: tale formazione rimane infatti un’esigenza primaria della pastorale e rappresenta per noi Vescovi un’occasione preziosa per esercitare quella dimensione essenziale del nostro ministero che consiste nell’essere “padri, fratelli ed amici” di tutti i nostri sacerdoti (Sinodo 1990, Messaggio dei Padri Sinodali, III).

6. Altro tema essenziale del nostro servizio episcopale è lo sviluppo di un’efficace ed incisiva pastorale delle vocazioni sacerdotali, inserita in maniera organica nell’ambito della pastorale diocesana. Anche nel Lazio, nonostante qualche confortante progresso negli ultimi anni, soffriamo per la mancanza di sacerdoti, cui fa riscontro un accrescimento delle responsabilità e del carico di lavoro dei singoli presbiteri. Lo sviluppo della corresponsabilità dei laici nella vita e nell’apostolato della Chiesa si rivela sempre più necessario ed essenziale, ma non può supplire alla carenza di sacerdoti; al contrario, fa maggiormente risaltare la necessità del loro specifico ministero.

L’impegno pastorale per le vocazioni sacerdotali ha come suo spazio naturale il mondo dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani, ma si inserisce nel contesto più generale di un’educazione a leggere la vita del cristiano come risposta alla vocazione divina. Richiede inoltre un’opera di evangelizzazione capillare, unita a forme appropriate di catechesi e di accompagnamento vocazionale. Assume qui importanza primaria la direzione spirituale personale. Gesù nel Vangelo chiama per nome i suoi Apostoli e li cura con speciale dedizione, uno per uno. È necessario pertanto preparare e stimolare tutti i sacerdoti, in particolare i più giovani, a questa essenziale dimensione del loro ministero.

Egualmente vitale è il ruolo della famiglia nella pastorale vocazionale. Come già ebbi a ricordare, “l’evangelizzazione nel futuro dipende in gran parte dalla “Chiesa domestica”” (Giovanni Paolo II, Discorso a Puebla, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. II, 1979, p. 229). Deve quindi essere non solo oggetto, ma anche soggetto della pastorale vocazionale. In quelle famiglie che sono autentiche “Chiese domestiche” i figli, oltre al dono della vita, ricevono infatti il dono dell’educazione alla fede e, attraverso l’esempio dei genitori, possono imparare a leggere la propria vita come vocazione e a rendersi disponibili alla volontà di Dio.

Cari fratelli, il Signore Gesù ha voluto legare la grazia delle vocazioni sacerdotali alla preghiera incessante della Chiesa: “Pregate il Padrone della messe” (Mt 9, 38). Non stanchiamoci di stimolare a questa preghiera le comunità che ci sono affidate: così facendo assicureremo, infatti, il futuro delle nostre Chiese.

7. Prima di terminare questo incontro fraterno, desidero rivolgere uno speciale pensiero ai Vescovi che hanno lasciato il servizio attivo nelle Diocesi. Rinnovo qui l’espressione della mia personale gratitudine al Signor Cardinale Ugo Poletti, che per tanti anni è stato al mio fianco nella guida pastorale della diocesi di Roma.

Voglia lo Spirito Santo ricolmarci tutti dell’abbondanza delle sue consolazioni. Maria Santissima, nostra dolce Madre, ci protegga nel cammino della vita e ci sostenga nelle difficoltà del ministero.

Imparto di cuore a ciascuno di voi la benedizione apostolica, estendendola ai vostri sacerdoti e collaboratori, ai seminaristi, ai diaconi e alle famiglie religiose, ai laici impegnati nei diversi ministeri, alle popolazioni tutte di questa amata terra del Lazio.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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