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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI DETENUTI NEL CARCERE REGIONALE DI P
ŁOCK

 Venerdì, 7 giugno 1991

 

1. “Ero . . . carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 26). Così dice Cristo. Il testo del Vangelo di Matteo ci permette di ascoltare queste parole, appartenenti all’annuncio del giudizio finale. Il padre l’“ha rimesso . . . al Figlio” (Gv 5, 22), e il Figlio nell’ultimo giorno farà quel giudizio. Lo farà nei riguardi di coloro che saranno “alla sua destra”, e di coloro che si troveranno “alla sua sinistra” (cf. Mt 25, 31-46).

E Cristo giudicherà come vero Dio e vero Uomo. Vero Dio, cioè verità definitiva. Vero uomo, cioè colui, che è stato giudicato dagli uomini.

Ed egli stesso è stato anche in carcere: “ero carcerato”.

Ed ecco, come uno di coloro che nel corso della storia dell’umanità sperimentò il carcere, Cristo, dirà a quelli che sono “alla sua destra” proprio queste parole: “Ero . . . carcerato e siete venuti a trovarmi”. E quando essi domanderanno, meravigliati “quando”? - (quando e dove?) - risponderà: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli (più piccoli), l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

Sia dunque benedetto il momento in cui mi viene dato di visitare - nel quarto pellegrinaggio in Patria - il carcere di Plock. Ho già visitato molte volte le carceri e i detenuti negli anni del mio servizio pontificio a Roma, in Italia e in altri Paesi del mondo. In Polonia è la prima volta.

Sono qui, in mezzo a voi, cari fratelli e sorelle -dico: Sorelle, perché parlandovi qui, nella prigione di Plock, mi rivolgo a tutte le persone detenute in Polonia - e vi parlo come servo del Vangelo. Esso è anche il Vangelo delle carceri e dei detenuti. Cristo era un carcerato ed è stato condannato a morte. Gli apostoli sono stati dei carcerati, e anche molti tra coloro che la Chiesa venera come santi. Così dunque il Vangelo dei detenuti ha la sua lunga e complessa storia. Sicuramente anche molti di coloro che appartengono a questa storia si troveranno una volta - al giudizio finale - “alla sua destra”.

In ogni caso Cristo è presente personalmente nel Vangelo dei detenuti: “Ero . . . carcerato e siete venuti a trovarmi”. Vuole essere presente.

2. Mi rendo conto della situazione in cui vi trovate. So che le condizioni in cui vivete sono dure, spesso troppo dure e addirittura brutali. Tristemente suonano le parole di rammarico di uno di voi, che ha chiamato disumano questo sistema penitenziario. Su questo sistema gravano troppi peccati del passato. È stato troppo deformato. Si sa che i penitenziari del nostro Paese erano non soltanto un luogo dell’esercizio della giustizia ma spesso anche luogo di vendetta, luogo di supreme ingiustizie, della distruzione dell’uomo. Basti nominare l’occupazione, il periodo staliniano e i tempi ancor più recenti. Le carceri erano luoghi di lotta, e di regolamento dei conti con l’uomo-patriota, con l’eroe, con il portavoce di una giusta causa. Ultimamente vengono stampate, sempre più numerose, pubblicazioni sconvolgenti su questo tema. Quanto bisogno c’è di una sincera riflessione, della riflessione morale di tutta la società, su questo tema. O come il problema del sistema carcerario e tutto il settore dell’esercizio della giustizia esigono risanamento e umanizzazione. Una volta ho detto che le condizioni vigenti nelle carceri sono una delle fondamentali verifiche dello stato morale dell’autorità e della società, e della cultura di un dato Paese.

3. Per questo con gioia vengo a sapere che nel corso degli ultimi anni e mesi, molto sta migliorando nelle carceri polacche. La prima cosa che vorrei sottolineare riguarda voi, cari fratelli e sorelle, non tanto come detenuti, ma come cittadini di questo Paese: che cioè, per fortuna, nella nostra Patria non ci sono più prigionieri politici. Che questo fenomeno, ignominia dell’umanità, sparisca per sempre dal nostro globo.

Gioisco dunque, che si stia pensando e facendo sempre di più, affinché le condizioni nelle carceri polacche diventino più umane. La pena della privazione della libertà è già di per sé abbastanza gravosa e dovrebbero essere risparmiate ai prigionieri le condizioni che colpiscono direttamente la loro salute, i loro legami familiari o il senso della dignità personale. Un carcerato, ogni carcerato, che sta espiando la pena per il reato commesso, non ha cessato infatti di essere uomo. È vero, egli è carico di debolezza, di minaccia e di peccato, forse crimine, e perfino di ritorni ostinati ad esso, tuttavia egli non è privo anche di quella possibilità meravigliosa, quale è la correzione, il ritorno in sé, la conversione dell’uomo, il rinnovare in sé l’immagine di Dio.

È vero, siete condannati, però non siete dannati. Con l’aiuto della grazia di Dio, ognuno di voi può diventare santo. Per questo sono oggi qui con voi e, tramite voi, con tutti coloro che condividono la vostra sorte.

Soltanto quando il sistema penitenziario si basa sulla verità elementare del dinamismo della persona umana, sulla possibilità di sviluppo morale, il carcere dà ad un detenuto una reale chance di un pieno ritorno nella società. Se invece nel sistema giudiziario manca il fondamentale rispetto per la dignità umana dei prigionieri, le carceri si trasformano a volte in scuole di nuovi criminali e in luoghi dove si approfondirà l’alienazione e persino l’odio verso la società.

Cari fratelli e sorelle, ho fiducia che le nuove tendenze, di cui è fondamentale premessa la ovvia verità: che un detenuto è di fatto un uomo come gli altri, sono già arrivate nel vostro penitenziario ed in altre carceri in Polonia, e che esse si consolideranno ed approfondiranno. Spero che questo nuovo spirito trasformi anche gli atteggiamenti del personale carcerario. Una di quelle manifestazioni di questo nuovo spirito è il fatto che i cancelli delle carceri si sono aperti ai cappellani, ai sacerdoti, pastori delle anime.

Che Dio elargisca ai vostri cappellani l’amore per voi tutti e per ciascuno di voi, quando essi vengono per il servizio spirituale. Abbiano abbastanza luce perché con la dovuta delicatezza, ed insieme efficacemente, sappiano accompagnarvi e portarvi la consolazione nella vostra non facile sorte, sappiano mostrare Cristo e la liberazione che egli porta ad ogni uomo. Vi auguro dei cappellani che sappiano destare la speranza persino in un uomo caduto nella disperazione, tali che sappiano convincervi che ognuno di voi è caro, è molto caro a Dio, che Cristo è morto sulla croce per ognuno di voi.

4. Essendo oggi con voi, in mezzo a voi, voglio compiere questo servizio.

Mi è caro ogni uomo, e desidero ardentemente il suo bene, tutto il bene, il bene per l’anima e per il corpo. La Chiesa desidera tale bene per ogni uomo e, a seconda delle proprie possibilità, cerca di portarglielo. Molti problemi non appartengono alla mia missione.

Una volta parlai di questo nel discorso ai carcerati francesi. Dissi: “La mia missione non è quella di esercitare la giustizia umana, sostituendomi alle istanze legali che vi hanno giudicato . . . Ignoro peraltro le cause diversissime della vostra detenzione, e non spetta a me neppure valutare quella che è stata la vostra responsabilità né i danni che avete potuto causare ad altri e che forse sono per voi motivo di un segreto tormento” (Ioannis Pauli PP. II, Lugduni, Nuntius radiophonicus ad homines in carcere detentos missus, 5 ottobre 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 2 (1986) 838).

La mia missione è destare negli uomini - e specialmente in coloro che ne hanno più bisogno - il ricordo del fatto di essere stati creati ad immagine di Dio. La mia missione è annunziare agli uomini, perfino ai più grandi peccatori, che Dio è ricco di misericordia, e che Gesù Cristo dimostrava più cuore ai pubblicani e alle adultere. Come ben sappiamo, rispondendo all’amore da parte di Gesù, i pubblicani e le peccatrici si affidavano a lui e ritrovavano la speranza, anche se prima erano immersi nella disperazione.

Sono prima di tutto ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio (cf. 1 Cor 4, 1), e vengo da voi a nome suo. Perciò vi chiedo di cuore, come ho già fatto in tanti altri luoghi: non abbiate paura di aprire i vostri cuori davanti a Lui, credete, abbiate fede nell’amore da Lui annunziato! La peggiore prigione sarebbe un cuore chiuso e insensibile, e il sommo male, la disperazione. Auguro a voi la speranza.

Vi auguro prima di tutto la gioia per aver ritrovato già ora la pace del cuore nel pentimento, nel perdono divino e nell’accettazione della sua grazia. Vi auguro di poter godere migliori condizioni di vita qui, meritando gradualmente la fiducia della società. Vi auguro di ritornare quanto prima nelle vostre case e nelle vostre famiglie, ad un normale posto nella società.

Vi auguro anche, di vivere già ora degnamente, nella pace, cercando di sviluppare tra voi lo spirito di fratellanza e di amicizia. Pregherò per voi, del resto lo faccio ogni giorno, e anche voi dite ogni tanto una preghiera per me. Che la mia benedizione papale accompagni voi e i vostri cari, come pegno di grazie e di benefici divini, del perdono di Dio, della redenzione di Dio.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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