|
VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA
DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II DOPO LA CELEBRAZIONE DEL
«TE
DEUM» NEL
BICENTENARIO DELLA COSTITUZIONE DEL 3 MAGGIO 1791
Cattedrale di Varsavia -
Sabato, 8 giugno 1991
1. “Insegnaci ad essere liberi”. Le parole ambrosiane dell’inno “Te Deum
laudamus” - magnifica eredità della Chiesa dei primi secoli - risuonavano
qui, in questa cattedrale, il 3 maggio dell’anno 1791. Due secoli fa. I nostri
antenati, coloro ai quali dobbiamo l’opera della Costituzione approvata in quel
giorno sotto la presidenza del re Stanislao Augusto, portarono il frutto dei
loro lavori “davanti ai tuoi altari”: Dio Santo, Dio forte, Dio Santo ed
immortale - Dio dei nostri padri, nostro Padre Santissimo!
In tale modo esprimevano la convinzione che la Costituzione cioè la “Legge
fondamentale” (Legge del governo), come opera umana, va riferita a Dio. Lui è la
Somma Verità e Giustizia. Occorre che la legge stabilita dall’uomo,
dall’umana autorità legislativa, rispecchi in sé l’eterna Verità e l’eterna
Giustizia quale è Egli stesso - Dio di infinita maestà: Padre, Figlio e
Spirito Santo.
2. I nostri avi
l’espressero nella cattedrale di San Giovanni di Varsavia, duecento anni fa. Noi
veniamo oggi nello stesso luogo non solo per ricordare quell’evento - veniamo
contemporaneamente per trasferire nella nostra epoca la stessa sollecitudine,
che allora assillava gli artefici della Costituzione del 3 maggio: la stessa
sollecitudine per il bene comune della Repubblica, la stessa responsabilità.
Per
questo il nostro “Te Deum”, l’inno di gloria a Dio, si trasforma in una fervida
preghiera, di ringraziamento prima e d’impetrazione poi: “Ti ringraziamo, Dio di
essere Polacchi. Consapevoli però dei nostri peccati e dei nostri vizi, ti
preghiamo: dacci di mettere ordine nella casa patria. Liberaci dalle schiavitù
dello spirito. E così come in modo miracoloso ci hai fatto attraversare, con
piede asciutto, il “Mar Rosso” - insegnaci ad essere liberi”.
3. Così abbiamo
pregato un momento fa, pieni di sollecitudine per l’oggi e per il futuro della
Patria, avendo davanti agli occhi la Legge governativa, conosciuta sotto il nome
di Costituzione del 3 maggio.
Non si può non ringraziare la Divina Provvidenza
per il fatto che un tale documento si presentò alla soglia degli ultimi due
secoli della nostra esistenza storica.
Esso sorprende per la maturità e la
saggezza della verità ivi contenuta. Parla in esso l’anima della nazione - o
piuttosto l’anima di molte nazioni che, insieme ai Polacchi, costituivano la
Repubblica di allora - della nazione che intuisce le minacce provenienti non
solo dall’esterno ma anche dall’interno delle proprie azioni e operazioni.
L’amore per la libertà degenerò nell’abuso della libertà. Ed ecco gli artefici
della Costituzione scoprono questo “dovere collettivo” (C. K. Norwid, Scritti politici e filosofici,
Londra, 1957, p. 52), quale deve diventare l’intera società se vuole assicurare
la propria libertà e la propria esistenza.
Dopo due secoli apprezziamo ancor più pienamente la portata di questo documento:
vi leggiamo la verità sulla Polonia, radicata nel passato e allo stesso tempo
protesa nel futuro. E per questo la Costituzione del 3 maggio era un
documento profetico e provvidenziale, proprio in quel momento storico, di fronte
al pericolo ormai prossimo della perdita della libertà. Essa fece sì che non fu
possibile togliere alla Polonia la sua reale esistenza nel continente europeo,
perché tale esistenza era stata registrata con le parole della Costituzione del
3 maggio. E queste parole, avendo la forza della verità, si dimostrarono più
forti della triplice prepotenza, che si abbatté sulla Repubblica. Le parole di
questa verità si dimostrarono “creative”. I figli e le figlie di questa terra
non cessarono di credere nel “rinnovamento del suo volto” sotto il soffio dello
Spirito Santo che ispirò gli artefici della Costituzione del 3 maggio.
4. Il Papa Pio VI inviò la sua benedizione ed
espressioni di un profondo apprezzamento al re e agli artefici della
Costituzione. Oggi si presenta in mezzo a voi un figlio di questa terra,
chiamato da Cristo come successore di San Pietro nella sede romana nei nostri
tempi.
Egli vive quell’evento di duecento anni fa allo stesso tempo come uno di
voi. La tradizione del 3 maggio appartiene ormai alla storia della sua anima,
così come appartiene alla storia dell’anima di tutti i connazionali.
Il nostro
odierno grido di preghiera: “insegnaci ad essere liberi”, era attuale allora,
duecento anni fa. La Costituzione del 3 maggio ne era la risposta essenziale.
Tutti sentiamo, quanto questo grido sia attuale oggi, dopo duecento anni.
La
libertà non si può soltanto possederla, non si può consumarla. Occorre
costantemente conquistarla e formarla. Vergine Madre di Dio! Tu che noi, da
secoli, osiamo chiamare Regina della Polonia - in particolare il 3 maggio!
In
questo santuario di San Giovanni, nella capitale, che due secoli fa udiva il “Te Deum” dei nostri antenati il giorno dell’approvazione della Costituzione del 3
maggio, ci presentiamo oggi che siamo alla soglia della III Repubblica. Si
presentano la Nazione e il Parlamento, il Presidente dello Stato e il Governo.
Che la stessa verità e saggezza, espressa nella Costituzione di maggio, formi
l’ulteriore futuro della repubblica in spirito di giustizia e d’amore sociale
per il bene di tutti gli uomini e la gloria di Dio. Amen.
© Copyright 1991 - Libreria
Editrice Vaticana
|