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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DEL PONTIFICIO
CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

Venerdì, 1° marzo 1991

 

Cari confratelli nell’Episcopato,
Cari fratelli e sorelle in Cristo
,

1. Sono Lieto di incontrare ancora una volta i membri e il personale del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, in occasione della vostra Assemblea Plenaria annuale. In passato, in occasione di questi incontri, ho spesso ricordato la natura provvidenziale dell’attenzione che il Concilio Vaticano II ha dedicato ai mezzi della comunicazione sociale. La loro importanza nell’“estendere e consolidare il regno di Dio”, come pure per “il progresso di tutta l’umanità”; conferisce ad essi un ruolo speciale nella missione e nell’impegno missionario della Chiesa (cf. Inter mirifica, 2).

2. Nella mia ultima enciclica Redemptoris missio ho paragonato il mondo delle comunicazioni al primo “Areopago del tempo moderno”, prendendo l’Areopago dove San Paolo predicava ad Atene (cf. At 1, 22-31) come simbolo dei nuovi settori in cui si deve proclamare il Vangelo (cf. Ioannis Pauli PP. II, Redemptoris Missio, n. 37). Il fatto che i mezzi di comunicazione sociale siano diventati le sorgenti primarie di informazione e educazione, di guida e ispirazione, a livello di comportamento individuale, famigliare e sociale, invita i membri della Chiesa a riconoscere chiaramente la loro importanza. Non solo la presenza della Chiesa si rende necessaria nei media al fine di dare maggior vigore alla predicazione del Vangelo, ma soprattutto per garantire che il messaggio evangelico venga integrato nella “nuova cultura” creata dalla comunicazione moderna. Tale compito è tanto più urgente in quanto il mondo dei mezzi di comunicazione spesso rappresenta un esempio della frattura tra Vangelo e cultura, che Papa Paolo VI aveva definito “il dramma della nostra epoca” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 20).

Ricordo queste riflessioni al fine di sottolineare l’importanza e il significato delle vostre responsabilità in seno al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, e il ruolo del Consiglio nel compito evangelizzatore e missionario della Chiesa. Desidero incoraggiarvi a continuare a dare il meglio del vostro impegno e dei vostri talenti per affrontare le sfide che la Chiesa incontra in questo campo.

3. La vostra attuale Assemblea Plenaria celebra il Ventesimo Anniversario dell’Istruzione Pastorale Communio et progressio, pubblicata per rispondere ad un’esplicita richiesta dei Padri del Concilio Vaticano II (cf. Inter mirifica, 23). Avete terminato l’opera di aggiornamento di questo documento, un “aggiornamento” che ha il fine di rispondere a nuove situazioni e nuove tecnologie. Allo stesso tempo avete potuto constatare che i principi fondamentali della Communio et Progressio rimangono validi e vitali oggi come lo erano due decenni fa.

I cambiamenti della tecnologia e nella stessa società a cui vi rivolgete, contemplano anche il fatto che adesso i media consentono alle persone sparse in tutto il mondo di essere testimoni degli avvenimenti nel momento in cui accadono. Tuttavia, il modo in cui gli eventi vengono percepiti dipende spesso dai punti di vista di quanti controllano il flusso di informazioni e possiedono i mezzi tecnici per divulgarle. In questo settore la Communio et Progressio ha dato delle direttive che sono assai valide per la società nell’uso dei mezzi di comunicazione.

Ricordando che “l’uomo del nostro tempo non può fare a meno dell’informazione, che deve rispondere ai criteri di rettitudine, di accuratezza, di esattezza e di fedeltà” (Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Instr. pastoralis Communio et Progressio, n. 34), l’Istruzione Pastorale afferma che “la società, in tutte le sue strutture, ha bisogno dell’informazione per esplicare le sue attività . . .; (l’informazione) è “essenziale per il bene comune” (Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Instr. pastoralis Communio et Progressio, n. 35). Giustamente, in considerazione dei principi morali coinvolti, l’Istruzione Pastorale prosegue: “Il diritto di informazione ha dei limiti ben segnati e non può entrare in conflitto con altre forme di diritto, quali sono il diritto della verità che tutela la fama dell’individuo e della società; il diritto alla salvaguardia della vita privata, che difende la sfera intima delle famiglie e degli individui; il diritto del segreto, quando è richiesto dalla necessità, dal dovere professionale o dal bene comune. Quando è in gioco il bene comune, occorre grande prudenza e discrezione nella diffusione delle notizie” (Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Instr. pastoralis Communio et Progressio, n. 42).

4. Tutto ciò assume una particolare importanza alla luce della grave situazione del Medio Oriente. Si può ben dire che l’attuale conflitto sia stato ingaggiato non solo con le armi da guerra, ma anche, in certa misura, attraverso i media. Mentre i mezzi di comunicazione sociale si sono prodigati per tenere il mondo informato sugli avvenimenti, abbiamo anche visto che dove manca il rispetto della verità può esistere una potente spinta verso l’ingiustizia.

Riguardo a tutte le situazioni di violenza, è opportuno ricordare, vent’anni dopo che sono state scritte, alcune parole di preoccupazione espresse dalla Communio et progressio sul ruolo difficile e responsabile degli uomini e delle donne che lavorano nei media. “Poiché gli uomini hanno diritto ad essere informati su gli avvenimenti e sul loro contesto”, afferma l’Istruzione Pastorale, “soprattutto di quei paesi che, con grande preoccupazione di tutta l’umanità, sono teatro di dolorosi eventi bellici, deve essere perciò salvaguardata nella misura più efficace la salute e l’incolumità fisica di tali informatori. Pertanto la Chiesa non può che deprecare e riprovare l’uso della violenza verso queste persone e verso quanti operano nel campo delle comunicazioni; essi cercando le notizie e trasmettendole fedelmente rivendicano e promuovono il diritto fondamentale de gli uomini all’informazione” (Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Instr. pastoralis Communio et Progressio, n. 36).

Le informazioni sulla guerra, e le scene drammatiche di umana sofferenza e di distruzione materiale che le accompagnano, dovrebbero spronarci a pregare incessantemente per l’avvento di una giusta pace e una duratura riconciliazione tra tutte le parti coinvolte nella crisi del Medio Oriente. L’instabilità che la guerra necessariamente lascia nella sua scia dovrebbe spingere tutti i credenti a implorare più intensamente da Dio Onnipotente il dono di quella pace che il mondo non può dare (cf. Gv 14, 27).

5. Cari fratelli e sorelle, nel concludere non posso fare a meno di esprimere il mio apprezzamento per il lavoro del Pontificio Consiglio nel coordinare le trasmissioni mondiali via satellite delle cerimonie religiose che hanno luogo qui, nella città degli Apostoli Pietro e Paolo. Queste trasmissioni televisive hanno permesso a persone di molte nazioni di essere unite nella preghiera. Hanno contribuito a intensificare la consapevolezza della natura universale della Chiesa, rendendo i suoi membri presenti gli uni agli altri e trasmettendo in tutto il globo la conoscenza del magistero del successore di Pietro. Il vostro operato in questo campo è senza dubbio un autentico apostolato ed una splendida forma di servizio al Regno di Dio.

Mentre prego affinché i vostri sforzi per promuovere un miglior impiego dei mezzi di comunicazione sociale nella Chiesa e nella società continuino a portare frutti di pace, di giustizia e di unità, vi affido all’amorevole protezione di Maria, Madre della Chiesa, e vi imparto di cuore la mia benedizione apostolica.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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