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VISITA PASTORALE A CAMERINO - S. SEVERINO
E A FABRIANO - MATELICA (MARCHE)

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI LAVORATORI DELLE INDUSTRIE MERLONI
E DI ALTRE AZIENDE FABRIANESI

Martedì, 19 marzo 1991

 

Carissimi fratelli e sorelle delle Industrie Merloni!

1. Ringrazio di cuore il Signore per l’opportunità che mi ha accordato di celebrare la solennità di San Giuseppe insieme a voi, lavoratori delle Industrie Merloni e di tutte le altre aziende e componenti del lavoro fabrianese, nel quadro di questa visita pastorale alla Diocesi di Fabriano. Quella odierna è una giornata non più festiva nel calendario civile, ma pur sempre dedicata alla venerazione del grande Santo, alle cui cure è stato affidato il Figlio di Dio, fattosi uomo per la nostra salvezza.

Attraverso di voi, carissimi fratelli e sorelle, intendo salutare il mondo del lavoro delle Marche, che si distingue per un notevole benessere economico. Saluto il Pastore della vostra Diocesi, Monsignor Luigi Scuppa e i Sacerdoti che lo coadiuvano nel ministero pastorale e specialmente nel mondo del lavoro; saluto l’Onorevole Gerardo Bianco, Ministro della Pubblica Istruzione Rappresentante del Governo Italiano e il Sindaco di Fabriano: li ringrazio entrambi per le gentili parole di benvenuto; saluto gli Onorevoli Presidenti della Regione e della Provincia, l’Onorevole Arnaldo Forlani, Segretario politico della Democrazia Cristiana e tutte le Autorità qui presenti.

Rivolgo un cordiale ringraziamento al Presidente della Fondazione Merloni e al vostro rappresentante aziendale per le cortesi espressioni con cui mi hanno illustrato l’attività e le prospettive di sviluppo delle Industrie Merloni, il vostro lavoro e le difficoltà alle quali siete confrontati. Un pensiero affettuoso lo dirigo, inoltre, agli Amministratori delle Industrie Merloni, a tutte le Maestranze, alle vostre famiglie e alla popolazione della vostra laboriosa Città.

Il progresso materiale, che in questi anni avete conosciuto, vi stimoli a sentimenti di costante gratitudine verso la divina Provvidenza e mai vi distragga dal prestare interiore adesione ai valori assoluti e trascendenti sui quali soltanto si può costruire l’autentica vita dell’uomo. L’esistenza è dono, vocazione e servizio; non può quindi ridursi a mera ricerca di beni materiali pur utili, ma incapaci di soddisfare la sete d’infinito del nostro cuore. Occorre pertanto che l’impegno lavorativo non monopolizzi ogni risorsa fisica e spirituale in funzione del tornaconto materiale, ma sia vissuto come partecipazione all’opera del Creatore e, in un certo senso, come suo ulteriore sviluppo e completamento, nella prospettiva di un razionale utilizzo delle risorse e dei valori racchiusi nel creato (Ioannis Pauli PP. II, Laborem Exercens, 25).

È stato questo l’atteggiamento col quale ha atteso alla quotidiana fatica Giuseppe, il santo artigiano, che oggi ricordiamo nella sua missione di fedele custode del Redentore.

2. La sollecitudine di Giuseppe nei confronti di Colui che i contemporanei identificheranno come suo “figlio” (cf. Mt 13, 55; Lc 3, 23) richiedeva che egli provvedesse al suo sostentamento mediante il lavoro di falegname nel villaggio di Nazaret.

In questo modo, alla dignità originaria del lavoro, in quanto “dimensione fondamentale dell’esistenza dell’uomo sulla terra” (Ioannis Pauli PP. II, Laborem Exercens, 4), se ne aggiungeva un’altra: con il lavoro quotidiano lo sposo di Maria forniva il necessario sostegno alla Sacra Famiglia, prototipo di tutte le famiglie.

È dunque legittimo, carissimi fratelli e sorelle, scorgere in Giuseppe lavoratore il modello di ogni umana occupazione lavorativa, con la quale si provvede all’indispensabile sostentamento di se stessi e dei propri cari, e si realizzano al tempo stesso attitudini, talenti e qualità personali. Il raffronto appare anche più convincente, se si pensa che, come non di rado accade anche oggi, il Figlio seguì le orme del padre putativo, apprendendo da lui le tecniche del mestiere. È noto infatti che la gente di Nazaret qualificava Gesù come il “falegname”, il “carpentiere” (Mc 6, 3), alla stregua di Giuseppe.

Sono constatazioni che ci aiutano a comprendere quanto alta sia la dignità della vocazione umana e cristiana di chi lavora. Non è necessario rivolgersi ad ideologie fuorvianti per dare al lavoro umano il rilievo che gli spetta. Basta soffermarsi a contemplare lo svolgersi ordinario della vita familiare nella casa di Nazaret per capire fino in fondo la nobiltà, i diritti e i doveri che accompagnano e qualificano la fatica umana.

Ci aiuta in questo approfondimento spirituale anche l’odierna solennità che Dio ha voluto celebrassimo insieme.

3. Non posso non richiamare, a questo punto, un avvenimento significativo, che la Chiesa s’appresta a commemorare nel corso di quest’anno. Intendo riferirmi al centenario dell’Enciclica Rerum Novarum, promulgata dal papa Leone XIII, il 15 maggio 1891.

Ricordano questo anniversario con molteplici manifestazioni varie organizzazioni italiane ed internazionali, sindacati e federazioni lavorative, università e altre istituzioni. Cento anni fa, in un momento in cui si avviava il moderno processo di industrializzazione sulla base di criteri ben poco rispettosi della dignità umana del lavoro, con conseguente sfruttamento di uomini, donne e persino bambini, la Chiesa levava coraggiosamente la sua voce a difesa della persona, denunciando chiaramente la “condizione degli operai” costretti a lavorare in situazioni disumane e senza alcuna tutela giuridica e sociale. Essa si preoccupava, inoltre, di difendere la loro dignità dalle insidie tese al mondo del lavoro da ideologie atee e materialiste, che pur proponendosi lodevolmente di lottare contro gli abusi e le ingiustizie, lo facevano ricorrendo a principi e metodi incompatibili con la libertà e la dignità del lavoratore. Profetico fu, senz’altro, l’intervento di Leone XIII e vasta eco ha avuto nel corso dei passati decenni. Io stesso ho voluto riprendere i temi dominanti con l’Enciclica Laborem Exercens, ed intendo ritornare sull’argomento con una nuova Enciclica, che sto preparando.

4. Certo oggi la “condizione” degli operai è notevolmente migliorata, almeno in quei Paesi che hanno potuto trarre beneficio da un promettente sviluppo tecnologico, accompagnato da legislazioni adeguate e da provvedimenti amministrativi opportuni, che hanno favorito la crescita di una cultura di considerazione e di rispetto per il lavoratore.

Non vanno, però, dimenticati tanti altri lavoratori e lavoratrici, che, specialmente, nell’emisfero Sud del mondo, stentano ancora a vedere soddisfatte le loro più elementari esigenze e sono mortificati nella loro dignità di persone. Non vanno neppure dimenticati quanti, nelle nazioni cosiddette industrializzate, e anche qui in Italia, non godono appieno dei diritti spettanti a chi lavora. Mi riferisco, ad esempio, alle donne discriminate nel loro impiego, ai bambini sfruttati, ai giovani disoccupati, ai lavoratori in cassa integrazione, agli handicappati praticamente emarginati, agli immigrati non rispettati nelle loro legittime attese. Non sono essi vittime impotenti dell’egoismo e della sete sregolata del profitto o, quanto meno, dell’indifferenza e dell’incuria di chi si preoccupa solo del proprio benessere?

Mi sento vicino a coloro che così soffrono, perché privati dei loro diritti elementari pur sanciti da Dichiarazioni, Patti e Convenzioni Internazionali. Manifesto loro, insieme a voi, la mia solidarietà e la solidarietà della Chiesa, sperando che presto, grazie allo sforzo di tutti, si possano superare tali squilibri che umiliano la dignità della persona.

5. Per quanto mi è stato detto, il vostro gruppo sorto 60 anni or sono con una scelta imprenditoriale che presenta diversi caratteri di originalità, ha cercato sempre di svilupparsi a misura d’uomo e d’ambiente. Il tipo di insediamento industriale perseguito, che rifiuta il modello della grande fabbrica e si articola in stabilimenti di media dimensione, sparsi su ampio territorio ed installati vicino ai luoghi di residenza dei lavoratori, secondo il principio che il lavoro deve avvicinarsi alle persone e non viceversa, ha permesso di ottenere risultati aziendali di notevole interesse, conservando e difendendo al tempo stesso i valori dell’unità familiare ed evitando lo stravolgimento dell’ambiente sociale e naturale causato, spesso, dalle grandi agglomerazioni industriali. Un forte impegno sociale, quindi, che non ha ostacolato l’efficienza della gestione economica e la produttività del lavoro e degli investimenti. Questo sta a dimostrare che profitto e socialità non solo possono essere compatibili, ma rappresentano aspetti che possono reciprocamente integrarsi con vantaggio della stessa impresa.

Ogni istituzione umana è però perfettibile. E così anche un’azienda moderna come la vostra, nonostante i grandi progressi compiuti, è suscettibile di nuovi sviluppi.

Si tratta certamente di potenziare le capacità economiche e tecnologiche. Anzi, v’è un obbligo morale di provvedere ad una sana politica amministrativa di investimenti, di miglioramento nella qualità dei prodotti o dei servizi e di rinnovamento tecnologico. Ma v’è anche un concomitante obbligo morale di rispetto per l’ambiente circostante e di ragionevole utilizzo delle risorse naturali, soprattutto di quelle non rinnovabili.

Se il benessere stesso dell’azienda suggerisce l’adozione di questi criteri, la ragione profonda che ne impone l’accoglimento scaturisce dal fatto che essa non è soltanto uno strumento finalizzato al guadagno, ma una comunità composta di persone, la cui dignità non può mai essere strumentalizzata.

Vorrei, cari lavoratori, insistere su questo punto che mi sembra di particolare rilevanza: l’azienda mai deve essere considerata come una organizzazione verticale, nella quale alcune persone sono al servizio esclusivo degli scopi di altre e del loro vantaggio economico. Essa deve essere vista piuttosto come un luogo d’incontro di tante persone, le quali, in modo sinergico, s’impegnano ad operare per la produzione di beni o di servizi destinati al benessere di tutti.

6. Solo in un’azienda concepita come comunità si è in grado di salvaguardare la vera dignità del lavoro e dei lavoratori. La capacità di lavoro di una persona non è merce che si vende e si acquista; è, al contrario, qualcosa di proprio, anzi di “sacro”, che Dio concede a ciascuno innanzitutto per realizzarsi come persona.

Un simile dono non è, né può essere, oggetto di scambio. Lo si può invece associare all’impegno lavorativo di altri per produrre, dietro giusto compenso, ciò di cui la società ha bisogno.

E questo restituisce dignità morale all’attività lavorativa, facendo dell’impresa non un luogo di scontro, ma di incontro; non un teatro di costanti conflitti, ma un ambito di fattiva collaborazione; non un mezzo per superare, sia pure momentaneamente, la disoccupazione, bensì un concreto orizzonte per la propria e altrui realizzazione.

Ogni azienda dovrebbe costantemente riesaminarsi alla luce dei criteri ai quali ho accennato, allo scopo di rispondere sempre meglio alla propria funzione, e soprattutto per rendere operativo il progetto che le è proprio: diventare una comunità di persone che insieme vivono e lavorano.

7. San Giuseppe, che insieme invochiamo, aiuti tutti a capire e a mettere in pratica, a seconda delle responsabilità di ognuno, questo progetto. Sarà possibile, allora, fare di ogni luogo di lavoro l’ambito propizio per la crescita della persona ed uno strumento per il raggiungimento del bene della società.

Vi sia di incoraggiamento e vi sostenga in questo compito la mia benedizione.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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