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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI CONGRESSISTI DELL'UNIONE
INTERNAZIONALE DEGLI AVVOCATI

Sabato, 23 marzo 1991

 

Signor Presidente,
Signore, signori
,

1. In occasione del vostro incontro romano, avete espresso il desiderio di rendere visita al successore di Pietro. Sono felice di accogliervi qui, in particolare perché il tema dei vostri lavori, “Il diritto e la libertà di coscienza e di religione”, riveste a mio avviso, lo sapete, una grande importanza. È per questo che mi è molto gradito di intrattenermi alcuni momenti insieme con voi.

Avvocati, voi mettete in luce i valori che, nella società, devono regolare i rapporti degli individui tra di loro e con l’autorità pubblica. Il vostro ruolo vi pone nel punto nevralgico dal quale voi dovete mostrare l’accordo fra gli interessi del vostro cliente con il bene comune definito dalla legge e la cui applicazione è sanzionata dall’azione dei pubblici poteri o sotto il loro arbitraggio. Nel riflettere sui conflitti che dovete aiutare a risolvere, vi rendete ben conto che non si può dissociare la morale dal diritto; su questo terreno, trovate la preoccupazione della Chiesa di favorire “il passaggio permanente dall’ordine ideale dei principi all’ordine giuridico” (Paolo VI, Discorso all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, Ginevra, 10 giugno 1969, n. 14) e, in ultima analisi, dalla legge divina alla realtà quotidiana dei comportamenti umani illuminati dalla coscienza.

2. Con i vostri lavori che attengono al diritto e alla libertà di coscienza e di religione, voi avete potuto mettere in evidenza il fatto che la garanzia di questa libertà fondamentale non deriva soltanto dall’ordine costituzionale e dalla messa in opera di sistemi di protezione ai livelli nazionale, regionale o internazionale. Le dichiarazioni d’intenti, anche le più solenni, potrebbero rischiare di restare in gran parte lettera morta se il diritto quotidianamente non assicurasse in maniera effettiva a “tutti gli uomini, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di responsabilità personale” di poter “cercare la verità” e “aderire” ad essa e “ordinare tutta la loro vita secondo le esigenze della verità” (Dignitatis humanae, 2). Bisogna avere il coraggio di accettare questa nozione della libertà di coscienza e di religione; essa non è un favore concesso da governi; non si riduce neanche alla possibilità di compiere dei riti; essa è il diritto di ogni uomo di esprimere a livello sociale quanto ha di più profondo in sé e di non dover soffrire danni o fastidi per questo. Se questo diritto fosse universalmente riconosciuto come principio regolatore delle relazioni sociali, i confronti tra diverse concezioni del mondo -religiose, atee o agnostiche -sarebbero sempre leali e pacifici. L’uguale rispetto delle credenze è uno dei pilastri delle società democratiche contemporanee e la sua attuazione testimonia un progresso verso un più elevato rispetto dei diritti dell’uomo nel loro insieme.

Questo progresso si compie, fra gli altri mezzi, attraverso la risoluzione dei conflitti quotidiani che voi incontrate nella vostra professione di avvocati. Dato che gli intimi convincimenti dell’uomo, quelli che danno un senso alla sua vita, possono essere lesi da molte pratiche della vita civile, privata o pubblica, l’esercizio della libertà di coscienza e di religione è legato a quello di tutte le altre libertà; così accade per la libertà di parola e di espressione, per il diritto di associazione, per il diritto dei genitori all’educazione dei propri figli; e non vi è alcun diritto, fino a quello sociale, in cui non vengano sempre più spesso sollevate questioni che chiamano in causa la libertà di coscienza e di religione. Gli avvocati e i membri delle professioni forensi hanno quindi la temibile responsabilità di trovare i mezzi per conciliare le manifestazioni individuali o collettive dei convincimenti che si radicano nel più profondo della coscienza, con le necessità di ordine pubblico, senza pertanto ridurli a semplici opinioni, il che non potrebbe che provocare grande danno alla società e attentare al diritto delle persone.

3. Nelle nostre società, il riconoscimento della libertà di religione e di coscienza si pone in termini nuovi. Mentre prima i gruppi umani si caratterizzavano in base alla loro unità di religione e davano prova di maggiore o minore tolleranza riguardo alle minoranze religiose, conosciamo oggi una grande diversità di religioni tra gli abitanti di uno stesso territorio, addirittura tra gli appartenenti ad una stessa famiglia. La pace civile richiede che sia accordata ad ognuno la stessa libertà che a tutti gli altri. Le popolazioni richiedono una reale uguaglianza di trattamento per tutti i credenti, l’assenza di discriminazione in materia di educazione e di accesso al lavoro, l’abolizione degli “statuti personali”. Questo presuppone in particolare un regime dei culti chiaro ed equo nella società; avete, d’altronde, inserito opportunamente questo problema nell’ordine del giorno dei vostri lavori.

Gli avvocati hanno un ruolo importante da svolgere nella soluzione delle crisi che possono accompagnare il passaggio delle società tradizionali allo stadio attuale. Essi hanno la delicata missione di far accettare dai tribunali e dall’opinione il punto in cui si pone il “non possumus” delle coscienze e il cui mancato rispetto provocherebbe una violazione diretta di questa libertà.

4. La vostra missione vi porta a incontrare sotto diverse forme il problema della clausola di coscienza. Durante secoli, si è ricordato fermamente l’esistenza della norma morale secondo cui non è mai permesso compiere un atto in sé immorale, neanche se esso è comandato, neanche se il rifiuto di agire comporta gravi danni personali. Ma non si era ritenuto di poter ammettere gli effetti civili di questa norma; il rifiuto dell’obbedienza era sanzionato. Le società contemporanee hanno preso coscienza dei guasti che sono derivati da questa concezione per il rispetto dei diritti dell’uomo; esse fanno ormai del riconoscimento dei diritti della coscienza un elemento di ordine pubblico, ridando diritto di cittadinanza a un principio morale essenziale. Questo corrisponde ad una fondamentale esigenza delle società pluraliste di oggi.

Dovete agire affinché un tale diritto sia effettivamente riconosciuto ai membri delle diverse professioni. Spetta a voi trovare gli argomenti che possano suscitare un movimento di opinione senza il quale la clausola di coscienza non potrebbe diventare un fattore abitualmente ammesso nell’applicazione del diritto sociale e professionale.

5. Nel corso dei vostri lavori, avete potuto affrontare molti altri argomenti di grande interesse dal punto di vista della Santa Sede. In particolare, conoscete l’importanza che essa annette ai diritti della famiglia, dei fanciulli; questo è stato sottolineato ancora di recente, quando le Nazioni Unite hanno accordato una rinnovata attenzione ai diritti dei membri più vulnerabili della famiglia umana. Non posso oggi sviluppare questi punti. Ma desideravo incoraggiarvi a proseguire le vostre riflessioni in alcuni dei campi di maggior importanza per il consolidamento della pace sociale ed internazionale, così come per la crescita delle persone.

C’è da rallegrarsi che associazioni professionali qualificate come la vostra si prendano cura di questi problemi; è attraverso lo scambio delle vostre esperienze che voi avanzerete verso una migliore comprensione dei principi morali che noi consideriamo essenziali per dare alla vita il senso che le è proprio.

Che Cristo, Salvatore degli uomini, vi illumini e vi sostenga nei vostri compiti! Che Dio vi benedica, voi e tutti i vostri!

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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